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ARTIGIANI di Soriano Calabro – Schiavello Saverio Creazioni

La materia prima per la produzione della terracotta è l’argilla,la lavorazione dell’argilla per la produzione della terracotta è una pratica che risale fin dai tempi del medioevo, a Soriano Calabro dal 1510 con la nascita delle botteghe nell’antico convento di San Domenico, lungo la strada che ci conduce alla vecchia basilica di San Domenico.

 

Uno degli aspetti che caratterizzava la lavorazione tradizionale della terracotta è la sua plasticità che permette di realizzare oggetti per la casa e per il giardino.
Saverio Schiavello secondo l’antica tradizione e con la stessa passione di una volta,realizza pezzi veramente unici e ci fa vedere in questo video la realizzazione di una fioriera a forma di vecchio scarpone.

 

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Il torrone di noci di Soriano

di Maria Lombardo.

Soriano Calabro uno dei borghi più attivi e più belli del Vibonese, non solo per i suoi paesaggi mozzafiato ma per l’intensa vita culturale che caratterizza questo museo a cielo aperto. Arte, cultura, eventi, artigianato ed enogastronomia sono il fiore all’occhiello ed il vanto di questo borgo delle pre-Serre. E’ chiaro che alcune aree calabresi producono torroni particolari e speciali di cui ne ho parlato ampiamente in questo blog la scorsa stagione natalizia, ma sono attratta dalle peculiarità e dalle prelibatezze lavorate artigianalmente e con prodotti genuini.
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tradizioni inoltre a Soriaano sono inalterate e questo è uno dei motivi principali affinchè il torrone di noci di Soriano diventi un presidio Slow Food. Desideriamo tutti al più presto apprendere questa notizia! Le noci vengono cotte per circa 6 ore minimo con miele ed albume raffreddato poi viene tagliato in barrette ed infine guarnito con deliziosi gherigli di noci. Che spettacolo le pasticcerie di Soriano sin da novembre espongono questo tesoro. Immagino la curiosità dei tanti che mi seguono fuori Italia, il mio pensiero va a loro poiché hanno due modi per assaggiare i prodotti che descrivo: quello di acquistarli magari via web in loco oppure farli in casa. Non vi assicuro che il risultato nella forma potrebbe essere come quello di Soriano ma ci proviamo.Vi propongo una ricetta semplice,provate a farlo in casa . Torrone morbido di noci, si può fare!

Ingredienti 300 grammi di noci nostrane possibilmente, 100 grammi di nocciole, 30 grammi di albume, 80 grammi di miele, la buccia gratuggiata di mezza arancia, 2 cucchiai d’acqua, e 75 grammt1i di zucchero. Calcolare i pesi con la bilancia è stato laborioso.I gherigli di noce sono l’ingrediente più prezioso e che più risalta, a torrone concluso. Se c’è qualche gheriglio di noce amarognolo si sentirà immediatamente, idem se le nocciole sono secche e dure. Ora iniziamo la preparazione: Usate la frusta o elettrica o manuale per albume, miele che era posto a bagnomaria su un pentolino a fuoco lento, in un pentolino diverso acqua e zucchero diventeranno sciroppo per i fatti loro. Occhio ad avere tutto sotto mano non dimenticate nessuno strumento. Poco albume ma con costanza monta e diventa colloso, versate ora lo zucchero del pentolino ed il miele riscaldato così da raggiungere un impasto denso che odora di torrone. Poi aggiungo anche la scorza d’arancia e i gherigli di noce, mescolando con il frustino perchè quello elettrico non ce la fa più.Infine spalmo il torrone in una pirofila (una sorta di piatto-vassoio di ceramica) e lo lascio raffreddare e indurire al freddo. Senza fogli di ostia rimane un po’ appiccicoso, ma lo taglio ugualmente su un picccolo tabiel. Così il torrone è servito! Se non dovesse riuscire ho rubato per voi la ricetta… acquistatelo dai pasticceri Sorianesi non sbaglierete.

 

fonte : www.senzafili.org

La ceramica e i vasai ( pignatari )

Ancestrale: Accanto alla vicina Soriano ( 3 KM ) , Gerocarne risulta
segnalata per la lavorazione dell’argilla diretta alla produzione di
vasellame domestico fine. Ma, mentre a Soriano la produzione si
interruppe diversi decenni or sono, a Gerocarne l’industria
ceramica si è protratta dal Cinquecento ai nostri giorni. Nonostante
gli eventi sismici che hanno ripetutamente distrutto gli abitati, si
conservano ancora tracce delle antiche strutture di produzione.
Esse sono così numerose, oltre che ubicate a poca distanza le une
dalle altre, da assumere la conformazione di un vero e proprio
quartiere artigiano.

LA STORIA:  Lo spoglio dei catasti onciari attesta che Soriano
(1741), con i suoi 65 pignatari, ai quali si aggiungevano due
piattari, e la vicina Motta di Gerocarne, con un mastro vasaio, un
argagnaro, tre rovagnari, due pignatari e tre piattari, erano al
tempo tra i più fiorenti centri di tradizione figulina della Calabria.
Soriano era inoltre famosa per la lavorazione dei piatti e delle
giare destinate a contenere acqua, olio o cereali. I cognomi degli
artigiani attestati nel catasto onciario di Arena (1782), riconducono
a gruppi familiari ancora oggi dediti a tale attività.

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Dopo il sisma del 1783 a Soriano Alto, i piattari scompaiono,
lasciando il campo alla produzione delle fornaci di Soriano Basso,
per lo più incentrata sulle giare, tanto da imporsi come punto di
riferimento anche per il catanzarese e per il marchesato, e su
recipienti grezzi d’uso domestico, come le quartare. Tra Otto e Novecento nella produzione di stoviglie emerge
Gerocarne, che diffonde i suoi manufatti in buona parte della Calabria Ulteriore, entrando in competizione con
Seminara anche per le cannate e per i vasi da conserva, molto richiesti perfino nei centri della Piana.
Lenormant, intorno al 1880, segnala che a Gerocarne “si fabbricano dei vasi usuali in maiolica, rivestiti di una patina
stagnifera bianca, sulla quale si disegnano degli ornamenti a fuoco di diversi colori, rosso, turchino, verde, giallo”.
Nel piccolo centro, la produzione delle cannate continua, pur con un’ulteriore stilizzazione dei motivi decorativi tracciati
orizzontalmente sulla spalla, fino ad oltre la metà del XX secolo, anche quando, a opera del Gruppo Terracotta, si
sperimentavano nuove forme.

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Tra gli antichi centri di produzione della Calabria, Gerocarne è tra quelli che nel tempo hanno
mantenuto la più stretta continuità nella trasmissione dell’arte figulina di generazione in generazione, tanto da
conservare ancora oggi attive le antiche fornaci a legna, sebbene dedite esclusivamente alla produzione di terrecotte
da fuoco.
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Fino agli anni ‘70 del ‘900 a Gerocarne, i vasai venivano distinti in “bianchi” (‘i jànchi) e “rossi” (‘i russi), dal colore che
assumevano in cottura le due diverse qualità di argilla che, rispettivamente, costituivano la base della loro “arte”.vasai_02

fonte: èItalia numero 97

foto vasai gerocarne: @Francesco Schiavello

Schiavello: l’architetto che fa gioielli artigianali

Francesco Schiavello con Erino Colombi presidente del Cna di Roma
Francesco Schiavello con Erino Colombi presidente del Cna di Roma.

Dall’Architettura al design alla realizzazione di oggetti mettendo assieme artigiano e innovazione, per Francesco Schavello, architetto calabrese , 35 enne di Soriano Calabro in provincia di Vibo Valentia con esperienza professionale di modellazione 3d presso lo studio Fuksas ed esperienza universitaria presso l’Università “La Villette” di Parigi ed il “Bauhaus” di Weimar , uno straordinario laboratorio della modernità, caratterizzato da fortissimi accenti di interdisciplinarietà dove ha appreso sia tecniche artistiche come la pittura, scultura, incisione, grafica, sia i metodi di lavorazione dei materiali, legno, metalli, tessuti, attraverso applicazioni dirette in laboratori specifici.

Schiavello parallelamente al proprio lavoro presso il proprio studio Schiavello Architects Office ha scelto di investire sul futuro presentandosi alla “makerfaire” , il più grande evento di innovazione al mondo, il luogo dove gli innovatori del terzo millennio mostrano i progetti a cui stanno lavorando e condividono il sapere tecnologico e artigiano, un progetto promosso dalla camera di commercio di Roma .

Francesco Schiavello con Dale Dougherty
Francesco Schiavello con Dale Dougherty

L’idea di Schiavello è stata quella di creare una linea di gioielli che, tramite processi digitali, lega il passato dell’arte e della cultura italiana alla fabbricazione digitale del futuro.

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La Piazza del Campidoglio : scomposta e aperta in un abbraccio simbolico,

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I cocci dell’Appia antica : visti in prospettiva e resi quasi tangibili,

Il Colosseo : scomposto e proiettato verso il futuro. Pezzi unici, creati con processi di progettazione parametrica, attraverso algoritmi matematici e geometrici che aiutano a scomporre e governare forme irripetibili.

Secondo Schiavello nel settore creativo, l’arte, la biologia, la matematica e la cultura diventano un input creativo per nuove forme di design e di architetture. Con questo mix di “hand made” ed innovazione legata al processo di fabbricazione digitale ( taglio laser e stampa 3d) è possibile attivare un nuovo processo di produzione all’avanguardia in cui l’integrazione dei saperi artigianali e le nuove tecnologie si fondono è danno vita a nuove forme di sviluppo importanti per uscire dalla crisi. Francesco Schiavello illustra i gioielli ad Erino Colombi presidente del Cna di Roma. Francesco Schiavello ha incontrato Dale Dougherty (USA) presso auditorium parco della musica – Roma. Dale Dougherty (USA) è fondatore, president e CEO di Maker Media. Maker Media, l’editore di Make Magazine, lanciato nel 2005, e di Maker Faire, tenutasi per la prima volta nell’area di San Francisco nel 2006. MAKE ha fatto da catalizzatore al movimento dei maker, che stanno trasformando l’innovazione nell’industria, il saper fare nella scuola e la vita di maker di tutte le età.

fonte: http://www.ecodeimonti.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2236:schiavello-l-architetto-che-fa-gioielli-artigianali&catid=136:riceviamoepubblichiamo&Itemid=521

orecchini_appia
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collana sicilia
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orecchini_campidoglio
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ORIGINE MOSTACCIOLI

I mostaccioli sinonimi di “mastazzola”, “mustazzoli” o “nzudde”, sono biscotti duri, compatti, pesanti, delle forme più svariate, decorati da carta stagnola colorata.
Cinquanta le forme tradizionali più diffuse volgarmente note come “a parma” “u panaru”, “a grasta”, “u cori”, “u pisci spada”, “a sirena”, ossia la palma, il paniere, la pianta, il cuor, il pesce spada e la sirena e poi tutte quelle che pensate dalla fantasia degli artisti vengono create e forgiate in un momento nel laboratorio.
Per aver un’idea di cosa siano i mostaccioli si sfogli il Vocabolario del dialetto calabrese (1977) di Luigi Accattatis che alla voce “Mustazzuòlu o mostacciolo” riporta la definizione di : “dolce introdotto dagli arabi e che si fa di fior di farina impastata con miele o con vino cotto, condito di varie spezie e cotto in forno. Il popolo usa questo specie berlingozzo, più che altre occasioni nei maritaggi”
Pi articolata è la definizione d Giovan Battista Marzano nel Dizionario etimologico (1928): “i mostaccioli sono dolci caserecci fatti con farina, miele, mosto cotto, conditi di droghe, in forma romboidali a pupattoli, panieri e simili; il nome deriva dal latino mustaceus ovvero mustaceum, da mustacea, antica focaccia per nozze preparata mescolando farina, mosto cotto, n condimento grasso, cacio, anice, cotta sopra foglia di lauro” ed infine Gerhard Rohlfs, studioso tedesco, nel Dizionario dialettale delle tre Calabrie (1934) li cataloga come “specie di dolci di farina impastata con miele e mosto cotto”.
In ogni caso incerta è l’origine dei mostaccioli, forse araba anche se il nome deriva dal latino “mustacea”, antica focaccia nuziale o forse magno – greca prima delle cannamele (zucchero di canna) e comunque, quanto tramandato sui mostaccioli circa l’origine, il significato, il senso del prepararli e donarli, è un mirabile intreccio tra storia e leggenda perpetuata negli anni da padre in figlio per generazioni.
La leggenda ne affida, infatti, la diffusione ad un monaco misterioso, apparso all’improvviso e sparito nel nulla, che li avrebbe offerti generosamente ad una popolazione contadina e povera come quella di Soriano.
Su questi dolci animati aveva vegliato a lungo S. Domenico, il cui santuario era meta di pellegrinaggio e di culto, che ne diviene patrono dei mastazzolari e il maestro artigiano viene chiamato “u monacu”.
Per la storia, invece, l’introduzione dei mostaccioli si attribuisce ai monaci certosini del centro di S. Stefano in Bosco vicino Serra S. Bruno e poi ai Domenicani del convento di S. Domenico, sorto nel 1510, che hanno insegnato, sostenuto e promosso tra gli artigiani locali l’arte pasticcera, fiorente tra il ‘600 ed il ‘700 che investiva prima di tutto i monasteri.
Quest’arte e questa manifattura dolciaria estrinseca la sua massima espressione nel corso della festa di S. Domenico, proclamato patrono principale del Regno di Napoli nel 1640, fissata per il 15 settembre.
Quando, però, nel 1653 Soriano venne distrutto da un terremoto, le aspettative taumaturgiche dei fedeli non decaddero e così meta di pellegrinaggio e di venerazione divenne S. Rocco del vicino santuario di Gerocarne; qui ancora oggi, come allora, a chiusura della festa del patrono che si celebra il 16 agosto si svolge un coinvolgente rito cristiano che vede i mostaccioli donati dai miracolati, acquistati all’incanto in un’asta pubblica e il cui incasso è devoluto per opere pie e per beneficenza.

Le Forme: Molte sono le forme riprodotte dai mastazzolari e tante le idee che vengono trasformate in immagini fantastiche.
Le forme tradizionali si possono enucleare in gruppi di animali, forme libere, figure religiose ed umane ed ex voto.
Una collezione delle forme classiche di questi speciali biscotti è raccolta presso il Museo di Palmi, il Museo nazionale delle arti e mestieri di Roma e trentasei forme sono state fotografate e custodite presso il Centro Culturale del folklore e delle tradizioni popolari di Soriano. Qui si conserva pure un presepe realizzato con tutti i personaggi di pasta dolce, recentemente presentato presso la Mostra d’Oltremare a Napoli.

Oltre i mostaccioli: I mostaccioli e i biscotti mandorlati rappresentano l’emblema di Soriano, nel tempo, però, la gamma produttiva si è arricchita e sono state affiancate altre prelibatezze e prodotti dolciari come susumelle, torroni di arachidi e mandorle insieme ad una vasta biscottiera a base di tozzetti, anicini e cantuccini. I mastaccioli sono individuati dalle forme artistiche, di consistenza dura, belli da vedere e regalare. Si acquistano prima di tutto per simbolo e poi si consumano dopo averli fatti intenerire per un po’ di tempo.
Per quanto artisticamente belli, qualcuno preferisce non consumarli ma averli come ricordo e usa laccarli con una sottile patina di vernice trasparente.
I biscotti, dal classico pacco avvolto nelle veline, sono soprattutto buoni da mangiare, molto apprezzati per il gusto e la morbidezza, sono ottenuti da un impasto di farina, miele, mandorle, bicarbonato, aromi, cannella, chiodi di garofano e buccia di limone.
L’impasto lievitato che si ammorbidisce con il tempo assorbendo umidità e l’arricchimento con mandorle ed aromi, rendono i biscotti graditi e ricercati da consumare a colazione come pure da dessert.
I biscotti mandorlati hanno una forma standardizzata, a grosse fette, sono prodotti integralmente da una completa linea di lavorazione e l’unica fase, talune volte manuale, è il taglio o l’impacchettamento nelle caratteristiche carte veline.
Le aziende innovative sono però dotate di taglierina e confezionatrice che consegna i biscotti posti su di un vassoio in plastica avvolti in cellophane termosaldato.
Talora il pacco dei biscotti viene anche personalizzato con nastri colorati, etichettato e completato di descrizione sugli ingredienti e con le eventuali indicazioni conformi alle norme Haccp del D.L.155\26\5\97.
Le altre specialità dolciarie sono, come susumelle e torroni, sono classici del periodo natalizio.
Per i torroni si usa impastare a caldo miele di arancio e arachide o mandorle, poi tutto ben amalgamato e lavorato sul marmo è tagliato con una lama a piccoli pezzi. Si passa successivamente alla copertura del cioccolato spalmato meccanicamente, l’incarto invece è a mano uno per uno.
L’esecuzione descritta caratterizza il metodo artigianale di lavoro: piccoli quantitativi, scelta della materia prima e soprattutto la qualità della stessa, infatti quasi abbandonando la produzione dei torroni di arachidi e surrogato di cacao, si va verso il mandorlato, con copertura a base di cioccolato di prima scelta, che proprio per bontà, squisitezza e morbidezza trova un ottimistico riscontro tra i consumatori più ricercati.
La stessa filosofia è applicata alla produzione di susumelle, tutte piccole partite, con scelta degli ingredienti tutti freschi e non succedanei.
La nuova linea produttiva che affianca la tradizionale è costituita da una biscottiera che propone biscotti all’anice, tozzetti alle mandorle e cantuccini. Creata per differenziare l’assortimento per soddisfare un segmento dolciario parzialmente espresso, la biscottiera ben si posiziona per conservabilità, gusto e sapidità nell’ambito della pasticceria secca da dessert.
Il volume , infatti, di questo segmento, inesistente 20 anni fa, si assesta oggi intorno ai 1000 quintali a dimostrazione dell’accoglienza favorevole e su larga scala da parte dei consumatori che preferiscono produzioni artigianali, tipiche e ben identificate , alle tante reclamate, confezioni standars di prodotti similari.
Indubbi sono, naturalmente, i vantaggi di questo trend positivo non solo in termini di crescita aziendale e di soddisfazione economica, quanto per l’incremento dell’occupazione e per la migliore utilizzazione delle risorse umane.

 

fonte: http://www.cogalmonteporo.net/GastronomiaVV/ItinenogastrVV/index/Imostaccioli.htm

foto : @copyright  Dolciaria Alessandria – specialità dolciarie Calabresi

 

CESTE IN VIMINI ( in dialetto sono chiamate panari, sporte, sporteja )

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CESTE IN VIMINI

 

Le ceste in vimini , in dialetto i panari, sono un’ antica tradizione dell’artigianato tipico calabrese. I cestini di vimini sono intrecciati con canne, i cosi detti panari o panierini , circolari con il manico ad arco, sono realizzati con rami di salice e di canne o di castagno.
L’ intrecciatore di vimini è un mestiere purtroppo in estinzione, sono rari ormai i maestri intrecciatori cestai. Tuttavia è possibile ancora vedere i vecchi maestri cestai all’opera lavorare ed intrecciare vimini nei paesini dell’entroterra calabrese. E’ affascinate imbattersi in uno spettacolo raro ed osservare i movimenti armoniosi delle mani svelte che intrecciano una miriade di rami che piano piano prendono la forma di una ceste. È notevole la produzione di ceste in vimini a Soriano Calabro, dove i maestri cestai realizzano ancora i ’cannistri‘ tipici contenitori calabresi destinati per gli ortaggi o frutti. Per la lavorazione delle ceste in vimini comunque è famosa Soriano Calabro, un centro delle Serre Vibonesi ,celebre per la produzione di oggetti, ceste, cestini, panari, cannistre, ferlazze, sedie, tavolini, poltroncine, tutti realizzati con i vimini, canne, salice, castagno.

Mestieri che ci lasciano l’amaro in bocca e che le imitazioni della Cina non riusciranno mai ad addolcire. Quei mestieri sui quali sono stati costruite storie e aneddoti. Ve ne propongo uno, giusto per una risata. Un venditore bandiva il suo aceto forte «Acitu forti! Acitu forti signò!». Un altro cercava di vendere i propri ombrelli «Para acqua signori! Para acqua signori!». Un terzo proponeva cinture «U currijaru di Surianu!». La gente udiva acitu forti, acitu forti, signò. Para acqua signori, para acqua signori. U currijaru e Surianuuuuuu. Che tradotto in italiano vorrebbe dire: aceto forte, aceto forte, signori, sembra acqua signori sembra acqua signori. L’hanno mandato via da Soriano Calabro

 

citazione bibliografice

 

Francesco Tassone 2014, http://www.corrierelocride.it