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15 dicembre 1957 – 2017 / 60 anni di sacerdozio per Padre Michele Fortuna: la sua storia.

Dopo pochi giorni ( 10 dicembre 2017) dalla nomina di Padre Rosario Licciardello a Rettore della Basilica di San Domenico, i Domenicani, i devoti di San Domenico e la Confraternita del Rosario si preparano a partecipare al grande evento in programma venerdì prossimo (15 dicembre 2017) quando, alle ore 18, nel Santuario domenicano di Soriano Calabro (VV), padre Michele Fortuna presiederà la solenne Concelebrazione Eucaristica nel 60° anniversario della sua ordinazione sacerdotale.

Padre Michele Fortuna è nato a Zammarò il 25 maggio 1932.

Giovanissimo entrò nell’ordine domenicano a Soriano Calabro, il 02 ottobre 1945.

Dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta il 15 dicembre 1957, frequento l’università pontificia San Tommaso d’Aquino di Roma dove conseguì il il Lettorato ed il Licenziato in Teologia con la tesi .Ruolo Psicologico delle tre potenze nella Dottrina di S. Caterina Da Siena.

Per quasi dieci anni fu missionario in Pakistan. Attualmente, dal 1984, vive nel  celebre Convento di Soriano Calabro nella chiesa del quale si conserva l’Immagine miracolosa di San Domenico, portata dalla Madonna il 15 settembre 1530.

E’ il Direttore della famosa Biblioteca del Santuario di S.Domenico in Soriano. E’ studioso  e divulgatore  della dottrina di S.Caterina da Siena.

( Padre Michele con un ricercatore )

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Padre Rosario Licciardello è il nuovo Rettore della Basilica di S. Domenico in Soriano

Il nuovo Rettore e Superiore della Comunità Padre Rosario Licciardello è stato presentato ai fedeli del Santuario di San Domenico ieri 10 dicembre 2017 , durante la solenne celebrazione delle 18 dal Priore Provinciale dei Domenicani della Provincia di San Tommaso d’Aquino in Italia, fra Francesco La Vecchia.

Padre Rosario già Rettore del Santuario della Madonna dell’Arco di S.Anastasia ( NA) succede al rettorato del Santuario San Domenico in Soriano Padre Remigio Romano O.P.

SORIANO CALABRO E CATANZARO UNITE NELL’INCONTRO: “SAN DOMENICO IN TERRA SPAGNOLA”

Organizzato dal CENTRO THEOTOKOS STUDI RELIGIOSITA’ POPOLARE di Catanzaro, si è svolto il 10 settembre scorso, a Soriano calabro (VV), un interessante incontro presso il Santuario di San Domenico, retto dai padri domenicani, che hanno voluto, quest’anno, vivere la ricorrenza dell’evento prodigioso della consegna del miracoloso “ Quadro di San Domenico in Soriano”, ricordando i 75 anni del ritorno dei frati domenicani presso il Santuario. 


Qui erano arrivati, ecco il legame con Catanzaro, grazie a Padre Vincenzo da Catanzaro. Il Centro Theotokos, fondato da Martino Michele Battaglia (Docente di Antropologia Culturale presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Reggio Calabria, e coordinatore del centro) e Anna Rotundo (Docente e Saggista, moderatrice del centro), è una costola del Centro Internacional de Estudios sobre Religiosidad Popular: Semana Santa (Università di Valladolid – Spagna), diretto dal prof. Ponga, ed è un progetto internazionale itinerante di altissimo spessore culturale, un percorso che si gloria di studiare la profondità e la bellezza della religiosità popolare. Hanno portato il loro contributo al convegno Padre Remigio Romano, superiore del Convento, Antonio Punturiero, coordinatore regionale delle confraternite della Calabria, e Antonio Caroleo, presidente dell’Unione diocesana delle Confraternite di Catanzaro-Squillace. Josè Luis Alonso Ponga ha tenuto la sua incantevole lectio magistralis su “San Domenico in terra spagnola”, mentre Rotundo e Battaglia hanno relazionato su come l’arrivo dei frati domenicani in Calabria segnò un profondo cambiamento nell’organizzazione religiosa, sociale e culturale di quasi tutta la Calabria, a partire dal 1401, quando i cenobiti si insediarono stabilmente nella città di Catanzaro. Nel 1510 Fra Vincenzo da Catanzaro, un domenicano di vita pia ed austera, su ispirazione del Santo Padre Domenico, come ci tramandano le antiche cronache, venne a Soriano per fondarvi un convento. Data la scarsezza di mezzi e materiali, chiesa e convento poterono essere costruiti con particolari aiuti della Divina Provvidenza. La piccola comunità di frati che si era stabilita a Soriano visse quasi ignorata fino al 1530. In tale anno, nella notte tra il 14 e il 15 settembre, la Madonna, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria vergine e martire apparvero a fra Lorenzo da Grotteria e gli consegnarono una tela rappresentante San Domenico, con il libro nella mano destra e con il giglio nella mano sinistra, perché la consegnasse al superiore per esporla alla venerazione dei fedeli. Nonostante il prudenziale riservo di quei religiosi, nei fedeli si destò una straordinaria devozione verso il Santo raffigurato nella tela, che sarà chiamata “Il Quadro” per antonomasia. A seguito dell’avvenimento del 15 settembre 1530 la Celeste Immagine di San Domenico in Soriano fu oggetto di grande venerazione e devozione e vennero riconosciuti in tutto il mondo innumerevoli miracoli e grazie che dal XVI secolo si verificarono per intercessione del Santo Fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Purtroppo, dopo il terribile terremoto del 7 febbraio del 1783 le cose, lentamente, cominciarono a cambiare, per un insieme di vicende storiche. Dopo innumerevoli vicissitudini nel 1866 i Frati Domenicani dovettero, per legge del Governo, abbandonare Soriano e il Santuario. Nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, e dopo quasi 80 anni di assenza, i Figli di San Domenico fecero ritorno a Soriano. Il culto e la devozione della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano iniziò un nuovo cammino e, anche oggi si registrano delle grazie particolari nei riguardi di coloro che, in svariate circostanze, invocano con fede sincera l’aiuto di San Domenico o si ungono con l’olio della lampada che, giorno e notte, arde dinanzi al “ Quadro” della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano.  

San Domenico in Soriano – 486° Anniversario della Calata del «Quadro»

di Martino Michele Battaglia

«Una grandissima semplicità di colori riluce un artifizio tanto maestrevole in formar proporzionatamente tutto il corpo, che dimostra manifestamente, che l’industria humana non sarebbe à ciò stata bastevole, e la divina ha impiegata in quella tela molt’arte. Dove in tal modo con la maestà del personaggio, gareggia l’umiltà del sembiante, che non sapresti discernere se si rappresenti quivi, il più maestoso uomo che sia stato sopra la terra, o il più abietto, e dispregiato di se medesim14256706_10205841700315854_1218202331_no, che fosse nel mondo: dove in un aspetto serenissimo cagionante a chi lo contempla interno gaudio, e spirituale allegrezza […] E il corpo di quell’Immagine di cinque palmi e un quarto di lunghezza (mm. 1.386), nella destra mano ha un libro, e nella sinistra un giglio, dove egli si dimostra di mediocre statura di aspetto bello, ma venerando e mortificato, col volto alquanto affilato e il naso aquilino, i capelli la maggior parte son canuti, e gli altri (peli), così della barba come della testa, dimostrano che vanno alquanto al rosso; la faccia è molto bianca, e ha col candore congiunta la pallidezza; gli occhi son serenissimi, e da ogni parte che essi guardino rimirano con uno piacevolissimo terrore; le vesti e l’abito non passano il tallone restando tutto il piede di scarpe nere coperto, e finalmente tutta l’Immagine altro non rassembra se non artifizio celeste e divino». Così Silvestro Frangipane (Raccolta dei miracoli et Grazie adoperate dall’Immagine del Padre San Domenicoin Soriano, Stamperia P. Brea, Messina, M.DC.XXI) descrive il Quadro miracoloso del Santo Patriarca Domenico custodito nella “Santa Casa” di Soriano Calabro. La sacra Immagine Acheropita, celebre in tutto il mondo cristiano,richiama ancora oggi viandanti e cercatori di grazie da ogni dove per i prodigi riconosciuti fin dalla sua apparizione.L’immagine di San Domenico impressa sull’involucro di tela
consegnato dalla Vergine Santissima al fratello laico Lorenzo da Grotteria (RC) nella fatidica notte tra il 14 e il 15 di settembre (1530), non è altro che un dono fatto all’allora piccola comunità di frati predicatori che si erano stabiliti nel borgo sorianese, ai piedi della Collina degli Angeli nel dicembre 1510.Il monastero, infatti, fu eretto grazie a padre Vincenzo di Catanzaro O. P., inviato a Soriano dallo stesso San Domenico che gli apparve più volte in visione. Lo storico del Santuario padre Antonino Barilaro O.P. riporta con dovizia di particolari che ci vollero quasi ottant’anni ai fini del riconoscimento ufficiale dei fatti accaduti nel 1530.Numerosi artisti dipinsero la scena della consegna di questo “dono divino” in tutta Europa, tra essi il Guercino (1591-1666) in quel di Bolzano. Oltreoceano il prodigio si propagò soprattutto in America Latina.L’immagine di San Domenico continua ad avere un forte impatto taumaturgico sul popolo cristiano, dispensando grazie e favori a quanti si sono recati e giungono tuttora a pregare al suo cospetto.Rudolf Otto osserva come siamo ormai abituati a usare la parola «santo»21403_302942303182859_807970701_n in senso prettamente figurato, intendendola come predicato assolutamente morale, come il «buono perfetto». Lo stesso Kant definisce volontà santa, quella volontà mossa esclusivamente dal dovere che ci invita ad ubbidire senza esitazione alla legge morale. Sorge spontaneo chiedersi allora quale sia la perfetta volontà morale se non quella che ubbidisce alla legge universale di Dio stabilita dal Creatore nel segno dell’uguaglianza e della fraternità. Legge moraleche durante il medioevo vide in trincea proprio San Domenicoinsieme a San Francesco d’Assisi e ad altri santi alla sequela di Cristo unico e autentico salvatore degli uomini. Si narra cheDomenico, ancora giovane, durante un periodo di carestia a Palencia, vendette i suoi preziosi libri, le suppellettili e tutti i suoi averi per dar da mangiare ai poveri. Ancora, nel 1206, incontrando i legati papali a Montpellier, l’abate Arnaldo Amaury, Pietro di Castelnau e maestro Raul, Domenico li esortò ad abbandonare il lusso, rimproverandoli con la severa eloquenza di un profeta ebraico, inducendoli all’austerità e all’umiltà apostolica.La stessa immagine la ritroviamo oggi in Santa Teresa di Calcutta che fece dei poveri la sua ragione di vita. Proprio perché il povero è il volto di Cristo in terra.Perciò un apostolo della fede come San Domenico non poteva accettare discriminazioni e disparità tra esseri umani. Camminava scalzo con i piedi insanguinati prima di indossare le scarpe per entrare a predicare in una città e annunciare con vigore il vangelo di Cristo, unica via di salvezza.

San Domenico fu in contatto diretto con i monaci calabresi e li ebbe come cooperatori nella missione svolta tra il 1220 e il 1221. Sognava di fondare una fucina di apostoli proprio nella nostra amata terra di Calabria. Le immani fatiche per evangelizzare l’Italia settentrionale stremarono le sue energie al punto che il 6 agosto del 1221, in Bologna, consegnò lo spirito a Dio, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. Nello spirito portava con sé in cielo il bel sogno della Calabria. Scrive Antonino Barilaro O.P.: «Era il primo Santo che conservava, anche nella visione beatifica, una certa nostalgia della terra, di quella terra». Dalla terra di Soriano l’Immagine di San Domenico di Guzmán diede vita a un fermento di fede popolare, che portò alla realizzazione di un complesso monumentale tra i più grandi d’Europa. Domenico Taccone-Gallucci riporta al riguardo la seguente scrittura dello storico calabrese Elia Amato: «MagnificentiaSanctuariiSuriani, Religiosorumsanctitateconspicuorumexempla, SacraeImaginisadorandaac tremenda maiestas, exterorumanimosconsolationesimulac stupore perfundunt», alla quale aggiunge: «Ed invero la fama del tutto straordinaria per sua diffusione in ogni parte del mondo fin dai primi anni della prodigiosa apparizione del Santo Simulacro, non ad altra cagione dee attribuirsi se non che a quella speciale economia della Provvidenza divina, la quale nel secolo della predominante ed insuperbita Eresia volle che appo i popoli si fosse svegliato un maggior culto verso Colui che fu il Martello di essa».Numerose sono le testimonianze di miracoli attraverso l’Immagine di Soriano, in Italia e persino all’estero: Spagna, Austria, Dalmazia, Germania, Belgio.

In occasione del Giubileo Domenicano l’artista sorianese, Antonino Luciano ha realizzato una magnifica cornice di legno massello con vetro antiproiettile, per poter portare il «Quadro» miracoloso (in via del tutto eccezionale)in processione per le vie del paese. Si tratta di un’opera maestosa che Luciano ha offerto come ex voto alla Santa Immagine dispensatrice di grazie e protezione. Il 14 settembre a mezzogiorno solenne traslazione del Quadro con il canto dello SpemMiram(responsorio del Santo).I balconi delle case del piccolo borgo sono adornati con una copia della Celeste Immagine. La Confraternita di Gesù e Maria del SS. Rosario (con in testa il Priore Domenico Margiotta) impegnata insieme al comitato per i festeggiamenti, hanno rivolto l’invito a diverse confraternite del vibonese e del catanzarese per la commemorazione della Calata del Quadro nei ruderinella Chiesa Antica il 15 di settembre. La cerimonia officiata da sua Ecc. mons. Luigi Renzo (vescovo di Mileto) richiama ogni anno fedeli da tutto il comprensorio. La festa del Santo di Caleruegaè quindi motivo di riflessione sul ruolo dei cristiani nell’era attuale. Sul cammino di conversione, nell’anno del giubileo straordinario della Misericordia e del giubileo domenicano sugli 800 anni di predicazione che hanno tenuto vivo il fuoco della fede. La beata Giovanna D’Aza, madre di San Domenico, sognò un cane con una fiaccola in bocca,stretta tra i denti, che girava per il mondo. Era suo figlio che doveva infiammare il mondo con la sua predicazione. La Santa Immagine di Soriano incarna quindi, proprio lo spirito di San Domenico che trasmette il fuoco della fede. Si dice infatti: «Il corpo di San Domenico riposa a Bologna, ma il suo spirito è a Soriano».

 

 

La visione del frate Domenicano Lorenzo dalla Grotteria e gli echi dell’iconografia del miracolo di Soriano in Dalmazia

Andrés Amaya, Apparizione della Vergine ad un domenicano di Soriano, fine XVII sec., Museo Nacional de Escultura, Valladolid

Author: Ivana Čapeta Rakić

Nella notte che precedette l’ottavo giorno dalla nascita della Vergine Maria, 15 settembre dell’anno del Signore 1530, nella chiesa del monastero domenicano di Soriano, il sagrestano, Lorenzo dalla Grotteria, ebbe una visione. Finendo di accendere le candele per il primo servizio mattutino, gli apparvero tre donne poi identificate come la Vergine stessa accompagnata da Maria Maddalena e da santa Caterina d’Alessandria. La piu onorevole delle tre gli consegno il quadro raffigurante san Domenico che ancora oggi viene venerato come miracoloso e non opera della mano d’uomo. La fama dell’immagine miracolosa si diffuse ben presto fuori dai confini del Regno di Napoli e quello siculo arrivando oltre persino a quelli italiani, fino addirittura in Dalmazia. Due sono le direttrici iconografiche fondamentali che hanno accompagnato gli echi del miracolo di Soriano in Dalmazia: una che si basa sulle copie del miracoloso quadro di san Domenico di Soriano e l’altra variante, molto piu frequente, che ha come asse tematico la rappresentazione dell’evento miracoloso in se, ossia la visione da parte del sagrestano Lorenzo dalla Grotteria nella notte in cui ebbe in dono il quadro. Nel presente articolo vengono prese in esame tutte le fonti di rilievo che hanno potuto esercitare una qualche influenza nella diffusione dell’insieme iconografico della visione di Soriano e nella sua ricezione da parte degli esponenti della pittura dalmata.

Two books published in 1621 and 1665 can be considered iconographic sources for the research of the iconographic subject, known in Croatian art history as the Miracle of Soriano. The first, published in Messina, “Raccolta de’ miracoli fatti per l’intercessione di san Domenico, istitutore del sacro ordine de’ Predicatori, con l’occasione d’una sua imagine portata dal cielo in Soriano” was written by the monk Sylvester Frangipane, while the second one, “Cronica del Convento di S. Domenico in Soriano dall Anno 1510 fin´al 1664” was also written by a Dominican monk – Antonino Lembo. In both we find the records of the event which took place during the night preceding the eighth day of the Nativity of the Virgin Mary, September 15th, 1530. Exactly three hours before dawn, as reported by Lembo, sacristan Lorenzo della Grotteria experienced a vision to be envied for. According to the monastery rules, the sacristan headed the same night to the uncompleted church of Saint Dominic in Soriano to lit candles and prepared everything for the morning service. Having lit the candles he saw three women in ceremonial attire, of magnificent looks and indescribable beauty that he stood frozen like a statue. One of them, the most honorable one, asked him about the convent, the church and the possession of images depicting Saint Dominic. The sacristan replied that there is no other saint’s image except the one crudely painted on the wall. And then the woman – Madonna accompanied by St Mary Magdalene and St Catherine of Alexandria – handed him a painting with the image of St Dominic, to take it to the prior of the monastery, Domenico Galiano, and to be placed on the altar. In front of the image made without hands, the miracles started to happen: primarily miracles of healing and deliverance from trouble and evil. But miracles took place also before the reproductions of the original. There are two basic iconographic guidelines of the resonance of the Miracle of Soriano in Dalmatia: one that copies the image not made with hands, a real portrait of Saint Dominic from Soriano, and another, much more common, that represents the miraculous event or the vision of the sacristan Lorenzo della Grotteria. The text analyzes all relevant sources that could affect the dissemination of the iconography of the vision in Soriano and its reception in the examples in Dalmatian paintings.

Godine 1621. i 1665. tiskane su dvije knjige koje možemo smatrati izvorima za istraživanje ikonografske teme, koju u hrvatskoj povijesti umjetnosti poznajemo pod nazivom Čudo u Sorianu. U Messini je najprije tiskana zbirka “Raccolta de’ miracoli fatti per l’intercessione di san Domenico, istitutore del sacro ordine de’ Predicatori, con l’occasione d’una sua imagine portata dal cielo in Soriano” iz pera redovnika Silvestra Frangipanea, a potom godine 1665. “Cronica del Convento di S. Domenico in Soriano dall Anno 1510 fin´al 1664.“ također iz pera jednog dominikanskog redovnika – Antonina Lemba. U objema pronalazimo zapise o događaju što se odvio u noći koja je prethodila osmom danu od Rođenja Djevice Marije, 15. rujna godine gospodnje 1530. Točno tri sata prije zore, kako izvještava Lembo, sakristantu Lorenzu dalla Grotteria dogodilo se viđenje, na kojemu mu treba zavidjeti. Kako je to nalagao običaj samostana sakristant se zaputio za noći u još nedovršenu crkvu sv. Dominika u Sorianu kako bi upalio svijeće i pripremio sve za jutarnju službu gospodnju. Dovršivši paljenje svijeća ugleda u crkvi tri žene u svečanoj odjeći, veličanstvena izgleda i neopisive ljepote zbog čega se ukoči poput statue. Jedna od njih, za koju se uspostavilo da je Najčasnija među njima, upita ga o samostanu, crkvi i posjedovanju slike s prikazom njezina titulara, sv. Dominika. Sakristant odgovori da nemaju druge svečeve slike doli jedne grubo naslikane na zidu (rozzamente dipinta nel muro). Rekavši to žena u viđenju (Bogorodica u pratnji sv. Marije Magdalene i sv. Katarine Aleksandrijske) preda mu sliku s likom sv. Dominika, koju je po njenom nalogu trebao odnijeti prioru samostana, Domenicu Galianu, a potom postaviti na oltar. Pred nerukotvorenom su se slikom odmah počela događati čuda: primarno čuda ozdravljenja i izbavljenja od nevolja i zla. No, čuda se nisu događala samo pred “izvornom“ slikom već i pred onim slikama koje su reproducirale nerukotvorenu sliku sveca. Dvije su osnovne ikonografske smjernice odjeka sorijanskog čuda u Dalmaciji: jedna koja kopira nerukotvorenu sliku, stvarni portret sv. Dominika iz Soriana, i druga, mnogo češća, koja za tematsku okosnicu uzima uprizorenje samog čudesnog događaja, odnosno viđenje sakristanta Lorenza dalla Grotteria u noći primitka slike. U tekstu se analiziraju svi relevantni izvori koji su mogli utjecati na diseminaciju ikonografije sorijanskog viđenja i njenu recepciju na primjerima dalmatinskoga slikarstva.

San Domenico visto da Santa Caterina da Siena

«Io, o dolcissima figliola, ho generato questi due figlioli [Gesù e Domenico]: uno, generandolo secondo natura, l’altro, adottandolo amorosamente e dolcemente».

s-caterina-e-s-domenico

 

 

«Come questo Figliuolo generato naturalmente da me fin dall’eternità avendo assunta la natura, mi fu obbediente fino alla morte; così il figliuolo mio adottivo DOMENICO, tutto quanto ha fatto dall’infanzia sino alla fine della sua vita, è stato regolato secondo l’obbedienza del miei comandamenti. Nemmeno una volta ha trasgredito un qualunque mio precetto, perché mantenne intemerata la verginità del corpo e dell’a­nima e conservò la grazia del battesimo, in cui rinacque spiritualmente.

Come questo Figlio naturale, Verbo eterno della mia bocca, predicò al mondo quelle cose che gli furono da me comandate, e rese testimonianza alla Verità, come egli disse a Pilato; così il figlio mio adottivo Domenico predicò la Verità delle mie parole al mondo: fra gli eretici e fra i cattolici: e non solo per sé medesimo, ma anche per gli altri; non solo mentre visse, ma anche pei suoi successori, per mezzo dei quali se­guita a predicare e predicherà ancora. Perché come il mio Figlio naturale mandò i suoi discepoli, così questo adottivo mandò i suoi frati, per cui, come il mio Figlio naturale è il mio Verbo, così questo adottivo è banditore e portatore del mio Verbo. A questo fine, per un mio dono straordinario, è stato dato a lui e al suoi frati di comprendere la Verità delle mie parole, e di non allontanarsi mai dalla Verità.

Di più, come il mio Figlio naturale ordinò tutta la sua vita e tutte le sue azioni alla salute delle anime, così il figlio mio adottivo Domenico pose tutto il suo studio e tutte le sue forze per liberare le anime dalle insidie dell’errore e dai vizi. Questa è la principale intenzione, per la quale egli fondò e coltivò il suo Ordine: lo zelo per le anime. Io ti dico che Domenico in quasi tutte le sue opere si assomiglia al mio Figlio naturale, perciò ne vedi ora anche l’immagine del suo corpo, che ebbe molta somiglianza con l’immagine del corpo del mio sacratissimo unigenito Figlio».

da B. Raimondo da Capua, Vita di S. Caterina da Siena, Siena, Cantagalli, 1952, 1. II, c. VI, 204-205

La Calabria del secolo XVII agli occhi dei viceré di Napoli by DIANA C ARRIÓ -I NVERNIZZI

Le fonti delXVII secolo,come Giulio CesareCapaccio o Antonio Bulifon, sottolineavano come caratteristiche distintive della Calabria la sua lontananza rispetto a Napoli, capitale del regno, e la pericolosità delle sue coste,a causa degli attacchi dei turchi. Da quando Carlo V attraversò la Calabria nel suo cammino verso Napoli nel 1535 , gli Austria di Spagna si convertirono per i calabresi in re assentiLa storiografia ha sorvolato sul fatto che anche i viceré quasimai si recarono nella regione. Machiavelli ed altri teorici della politicamodernasiriferironomoltevolteall’importanzaperilprincipediviaggiareedesserevisibileperisuoivassall.Godeva anche di prestigio l’idea che il principe doveva acquistare la sueducazione politica con il viaggio e soprattutto con l’esperienza italiana, accompagnando, nei suoi anni di formazione, a qualche viceré o ambasciatore. Infatti, come ci racconta il bio-grafo Gregorio Leti, nel decennio del 1580, il futuro viceré IV duca di Osuna aveva fatto nella sua gioventù un viaggio educativo in Calabria, per espresso consiglio di suo nonno,il Iduca di Osuna, anch’egli viceré di NapoliPerò man mano che il viceré di Napoli cessò di essere pre-dominantemente un uomo di armi per convertirsi anche inun uomo di lettere, questo valore si perse. Le poche volte chei viceré si recarono nelle province fu per motivi devozionali operassistereadunabattutadicaccia, suinvitodiqualchenobilelocale. Diconseguenza,
Fig. 1. Cassiano de Silva, Largo di palazzo e il convento di San Francesco di Paola  , 1692, Biblioteca Nazionale di Napoli
Fig. 1. Cassiano de Silva,
Largo di palazzo e il convento di San Francesco di Paola
, 1692, Biblioteca Nazionale di Napoli
peravereinformazionisuquan-to avveniva in quei luoghi si servivano prevalentemente deiloro governatori provinciali. Dal loro palazzo, senza abban-donare la corte e circondati dalle loro biblioteche, acquisiva-no le informazioni storiche sul regno necessarie per il buongoverno,attraversolibricheriportavanodescrizionidelleprovince del regno, come quelle di Ottavio Beltrano o EnricoBacco.
Inoltre, a partire da don Pedro de Toledo (1532-1553) siimpose la strategia di rafforzare la corte di Napoli come cen-tro nevralgico del potere e della cultura, cercando di attrarrenella città partenopea le élites locali di tutto il viceregno. La nobiltà consapevole dell’importanza di stare vicino al centrodel potere iniziò a costruire le sue dimore a Napoli. Il flussodi persone e di ordini religiosi verso la corte divenne quindisempre più crescente. Per tanto si può dire che furono le pro-vince che poco a poco si avvicinarono al viceré e non questi alle sue province.Ma nonostantelacorte costituisse il polo di attrazione e lo specchio di civiltà nel quale riflettersi, è bene ricordare che, in alcune occasioni, nelle province vennero promosse iniziative culturali che più tardi vennero adottate nella corte.Per esempio, nella seconda metà del secolo XVII risulta che la decisione di erigere statue di Carlo II negli spazi pubblici ebbe origine in città come Avellino, e solo in un secondo tempo l’i-dea venne copiata a corte. Fenomeni come questi merite-rebberomaggioriindaginiequindiapprofondimenticheaiu-terebbero a comprendere le dinamiche di comunicazione tra la corte e le province. E’, dunque, importante studiare anchela Calabria alla luce delle sue relazioni con il regno e conl’Europa, come peraltro hanno fatto alcuni recenti studi
.Il presente scritto vuole offrire un contributo volto ad in-dagare il modo in cui i viceré si rapportarono alla Calabria,concentrandoci in particolare sulla visibilità di questa partedel regno nella corte, questione che non è di poca importan-za se si osserva che nella decorazione del palazzo Reale diNapoli, quindi nella residenza del viceré, abbondano i riferi-menti a questa regione. Tra i dipinti storici del palazzo incontriamo numerosi scenari e personaggi calabresi che rivelano come questo luogo fosse ben presente nell’ immaginario 

spagnolo. La memoria di avvenimenti successi in Calabria,come l’arrivo del
Gran Capitán a Tropea nel 1502, permette-va ai viceré di alimentare il mito di fondazione che spiegava la presenza del governo spagnolo nel regno di Napoli
.Capaccio, nel libro Il forastiero (1634), dialogo tra un napoletano e un forestiero di passaggio da Napoli, opera dedicata a lviceré conte di Monterrey, fa molti riferimenti alla storia della Calabria. Parlando dei viceré di Napoli, nella sesta giornata del dialogo,Capaccio,tuttavia,contribuisce a diffondere una immagine del calabrese come delinquente e sedizioso contro il Re di Spagna e narra come, durante il viceregnodi Francisco Ruíz de Castro, VIII conte di Lemos (1601-1603)
, i calabresi, colpiti dalla povertà e costretti agli allog-giamenti dei soldati, si ribellarono contro il governo vicerea-le, con l‘aiuto dei gentiluomini di Catanzaro, come FabioLauro o G. B. Bibia. Il viceré inviò Carlo Spinelli a soffocarela rivolta e dalla Calabria furono portati a Napoli molti pri-gionieri, come Maurizio di Rinaldi, che venne pubblicamen-te impiccato nel
Molo 
. Gli echi di questa ribellione non sispensero facilmente, come si apprende leggendo Capaccio o 

Bulifon e, spesso, questi calabresi ribelli erano accompagnatidal sospetto di apostasia del cattolicesimo
.Nell’ottava giornata,Capaccio ci parla«degli habitatori di varie nationi della città di Napoli» e dei luoghi di incontro di francesi, catalani, florentini o lombardi. Riferendosi ai nu-merosi calabresi che risiedevano nella città parla «degli habi-tatori del regno stesso, calabresi, pugliesi, abruzzesi, c’hannoripiena tutta la città […] che quasi fanno il terzo di quella […], quando alcuni sono quà pare che rinascono, e mutanocostumi, e quella rozzezza del paese diventa civiltà»
.Capaccio, quindi, veicola l’idea che la corte riusciva a civiliz-zare i calabresi che arrivavano in massa a Napoli.In questa sede ci soffermeremo in particolare sui rapportitra la corte e la Calabria dal punto di vista della dimensionereligiosa che risulta aver giocato un ruolo molto importantenell’ambito di queste relazioni. Qui per inciso possiamo os-servare che la Compagnia di Mileto (Calabria), per esempio,riceveva finanziamenti dal Collegio Imperiale di Madrid
, eciò dimostra l’esistenza di vincoli che richiederanno maggio-ri studi per delineare in che misura la chiesa e lo scenario ecclesiastico ma anche le devozioni contribuirono aad avvicinare la Spagna e la Calabria.I calabresi erano soliti incontrarsi in due importanti chie-sediNapoli,quelladiSanFrancescodiPaola,deiminimicalabresi, situata di fronte al Palazzo Reale (fig. 1) e, ancor dipiù, nella chiesa del convento di Santo Domenico Soriano,dei domenicani calabresi, nell’attuale piazza Dante.Durante la prima metà del secolo XVII i viceré spagnoli siavvicinarono prima ai minimi, inizialmente in modo piutto-sto timido, dato che all’epoca questo ordine eremitico, fondato nel 1436 da San Francesco di Paola (1416-1507), cano-nizzato nel 1513, aveva connotazioni filo-francesi

. Per que-stomotivoglispagnolicercaronodicontrapporsiallacorren-te agiografica predominante ed avvicinare l’ordine agli inte-ressi della monarchia spagnola, vincolandolo tra l’altro ai so-vraniaragonesi,operazionecheforsenonsempredovettepie-namente riuscire nel senso desiderato. Nel 1622 si ha, infat-ti, a Napoli la pubblicazione di sessantaquattro incisioni di Alessandro Baratta inerenti
LaVita e Miracoli del Glorioss.mo Padre Santo Francesco di Paola 
[…]
, dove ve ne è una parti

colarmenteinteressanteinerenteFerdinandoId’Aragona(fig.3) che sembra però veicolare un messaggio politico di critica all’operato dei viceré, dato che da una delle monete, offertedelMonarcapercostruireilconvento,spezzatadalSantoescesangueequestiosservachesitrattadelsanguedeisudditi.Ma il significato di queste incisioni, soprattutto dal punto di vi-sta del rapporto tra arte e potere deve ancora essere indagato.Nel 1658 si ha poi una 
Vita di San Francesco di Paola che di nuovo lo vinco laa i sovrani aragonesma anche in questo caso solo una lettura attenta del testo potrà restituircene il suopieno significato. Sono invece indubbiamente filo-spagnoli itesti di Giulio Cesare Capaccio e Carlo Celano
, che accol-seronellelorooperelaleggendacheindicava ilsanto calabre

se come il responsabile di aver scelto l’ubicazione della resi-denza del viceré, il palazzo reale di Napoli, di fronte al con-vento che lo stesso aveva fondato in un luogo appartato della città (fig. 1). I viceré antecedenti al V duca d’Alba (1622-1629) giunsero persino a manipolare la storia per associare alsantolegloriediFerdinandoilCattolico,cheinrealtàilcala-brese non conobbe mai. Effettivamente, il santo appare rap-presentato nel centro dei dipinti della volta, nella sala degliambasciatori del palazzo vicereale, benedicendo le gesta delCattolico (fig. 2)
Fig. 2. Belisario Corenzio e aiuti, San Francesco di Paola e Ferdinando il Cattolico  , ca. 1620, Napoli, Palazzo Reale
Fig. 2. Belisario Corenzio e aiuti,
San Francesco di Paola e Ferdinando il Cattolico
, ca. 1620, Napoli, Palazzo Reale
.La relazione dei viceré con i minimi fu dunque complicata e di conseguenza il loro appoggio a questo ordine fu quasi sempre ambiguo. Per esempio,nel1625ilVducadeAlbadiedeilsuoappoggioall’iniziativacittadinadiconvertireFrancescodiPaola nel santo patrono di Napoli, ma si astenne dal partecipare ai festeggiamenti, con la scusa di una malattia.Tuttavia,nei successivi viceregni, e specialmente al tempo del VI contedi Monterrey (1631-1637), l‘autorità vicereale assistette a feste e trasporti di reliquie del santo e promosse la fortificazione di Paola per la difesa della popolazione.Per quanto concerne invece San Domenico a Soriano fusoltanto nel 1640 che venne nominato patrono di Napoli.Nel 1510 il domenicano Vicenzo da Catanzaro aveva fondato a Soriano un convento dedicato a San Domenico.     Standalla tradizione la notte del 15 settembre del 1530 la Vergine,in questo convento, era apparsa a frate Lorenzo da Grotteria,consegnandole una tela con l’immagine di San Domenico(fig. 4)
Fig. 4. Alonso Cano, San Domenico a Soriano, ca. 1652-1667, olio su tela, Instituto Gómez-Moreno de la Fundación Rodríguez-Acosta,Granada
Fig. 4. Alonso Cano, San Domenico a Soriano, ca. 1652-1667, olio su tela, Instituto Gómez-Moreno de la Fundación Rodríguez-Acosta,Granada
. La devozione popolare verso la sacra effigie di Soriano crebbe in modo straordinario e papa Urbano VIII autorizzò la corrispondente festa liturgica.Durante le prime decadi del secolo XVII, la comunità di Soriano contò tra i sui frati alcuni ribelli. Nel 1633, Bulifon riportane i suoi
Giornali  il caso di uno di loro che, per la sua infedeltà al re, fu impiccato pubblicamente a Napoli. Durante questo periodo,fino agli anni Cinquanta,gli spagnoli non intrapresero importanti opere di mecenatismo architettonico nelle comunità religiose calabresi, che, come abbiamo visto, non mostravano una fedeltà incondizionata. O perlomeno non lefecero realizzare con lastessa grandezza degli anni successivi.CostituisceunaeccezionelaprotezionecheivicerédiederoalsantuariodiSantoDomenicoaSorianopri-ma del 1640, che si tradusse nel finanziamento dell’altaremaggiore che custodiva la venerata effigie del Santo, opera diMartino Longhi, e l’incarico del vicerè Medina de las Torresdi decorare la capella con la immagine del santo
Invece, la seconda metà del secolo XVII fu specialmente importante per il mecenatismo vicereale nei conventi calabresi e dinaltre province del regno.Dall’attenzioneprioritariadeiviceré verso l’ordine dei minimi, si passo ad un protagonismo crescente dei domenicani calabresi.Questoprotagonismoau-mentò con la nomina, nel 1666, di un generale dell’ordinespagnolo, rompendo con la tradizione che fosse un italiano
.Questi era Antonio González, persona molto vicina a Pedro Antonio de Aragón ed ai successivi viceré di Napoli. Inoltre,pochi anni prima, nel capitolo generale dei minimi, celebratoaBarcellonanel1661,erastatoelettosempreungeneralespa-gnolo, invece di un francese, come prima d’abitudine:Francisco Navarro, provinciale del regno di Granada.Dopo il terribile terremoto del 1659, il viceré conte diPeñaranda 
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(fig. 5)
Fig. 5. Anselmus van Hulle e Pieter de Jode, El conde de Peñaranda  ,Anversa, 1648
Fig. 5. Anselmus van Hulle e Pieter de Jode,
El conde de Peñaranda
,Anversa, 1648
 offrì in nome della corona la maggior
somma di denaro giammai destinata da uno spagnolo alla comunità domenicana di Soriano,per laricostruzione totale delconvento, uno dei più importanti di tutta la Calabria. Il progetto fu affidato all’architetto Bonaventura Presti.Dell’edificio sopravvivono oggi, a causa del terremoto del1783, solo le rovine. L’abate Pacichelli, nel suo racconto diviaggio del 1693, ricordava il regalo di una magnifica lampa-da che fece Filippo IV a questa comunità negli ultimi annidella sua vita. L’aveva vista nella sacrestia, insieme a molte al-tre donazioni di nobili, come i principi de Cellamare,Giudice, o il duca di Bagnara Ruffo: «un lampanone ricevu-to dal monarca di Spagna, pianete di raccamo d’oro, pretio-tisime e numerose»
. Pacichelli, che durante il suo viaggioaveva visitato anche Paola, non riporta invece donazioni diparte spagnola al santuario dei minimi, e questo conferma il  maggiore interesse mostrato dagli spagnoli verso San Domenico a Soriano.Ciò nonostante non possiamo dimenticare che l’iniziativa di finanziare la ricostruzione del convento di San Domenico a Soriano si inquadrò all’interno di una campagna più ampia del mecenatismo conventuale intrapreso da Filippo IV a par-tire dal 1660 e negli ultimi anni del suo regno, come dimostra la corrispondenza scambiata tra il viceré, il Consejo de Estado  e il re, custodita nell’archivio di Simancas. Si trattava di un piano volto a mettere a tacere le critiche che, in modocrescente dopo la rivoluzione di Masaniello, la corona aveva ricevuto da parte di alcuni settori napoletani per la sua sup-posta mancanza di rispetto alla religione

Fig. 6. Ritratto di Pedro Antonio de Aragón  , frontespizio di La pobreza enriquecida  , Napoli, Egidio Longo, 1671
Fig. 6.
Ritratto di Pedro Antonio de Aragón
, frontespizio di
La pobreza enriquecida
, Napoli, Egidio Longo, 1671
.La corrispondenza tra gli agenti spagnoli in Italia e il
Consejo de Estado 
dimostra che questa campagna ebbe iniziogià dal 1648, coinvolgendo spazi ecclesiastici “contestatari“,che avevano mostrato segni di ribellione o infedeltà al poterespagnolo.Ivice,daltempodelcontediOñate(1648-1653),avevano,infatti,decisodiintraprendereoperedimecenatismoin tutti gli scenari che erano stati sotto il potere degli insorti,come il Carmine, o il Mercatello, nell’attuale piazza Dante
.Quindi, la decisione di finanziare certi conventi nel regnoe non altri venne presa basandosi sul comportamento che le comunità avevano assunto al tempo della rivolta di Masaniello.La Calabria rimase ai margini di questa campagna, dato che la corrispondenza sopra citata non la includono nei territori beneficiati del regno, forse perché si era estinto il ricordodellecongiureorganizzatedaalcunicalabresiall’iniziodelse-colo, tra cui certamente la più famosa fu quella di Campanella 
.Nella corrispondenza di Simancas intorno agl1660 di fatto non risultano comunità calabresi politicamen-te scomode (eccetto l’arcivescovo di Reggio, che dava problemi all’autorità vicereale).Per questa campagna di mecenatismo conventuale il viceréavevaalsuoservizioungruppodigovernatorisecolari,chiamati delegati «de‘ fabricatori», che si incaricavano di seguire l‘ese-cuzionedelleopereecheeranocoordinatidaldelegatodellarea-le giurisdizione, responsabile della negoziazione che riguardavla difesa della 
regalía 
nel regno. Molti dei conventi ai quali so-printendevano non erano di patronato regio, e di conseguenza questomecenatismoscatenavamolticonflittigiurisdizionali.Da tutto ciò se ne deduce che, dopo la rivolta di Masaniello, i viceré mostrarono una maggiore sensibilità verso l’utilità politica del mecenatismo
anche negli spazi ecclesiastici del viceregno ed in particolare un maggiore interessenel favorire l’ordine domenicano.Questi interventi formavano parte della loro particolarestrategia di sacralizzazione del potere vicereale.Se la Calabria restò esclusa da questo progetto, con l’ecce-zione del convento di San Domenico a Soriano, le chiese ca-labresi a Napoli, durante questi anni, furono invece oggettodi attenzione, a differenza della prima metà del secolo, du-rante la quale i vicerè praticamente solo diedero il loro ap-poggio alla dichiarazione del santo patrono della città. Ci riferiamo soprattutto a due casi:il mecenatismo nella chiesa del convento (fondato nel 1606) di San Domenico Soriano

e alla decisione di finanziare la costruzione di una cappella delCristo dei Dolori nella chiesa minima di San Francesco di Paula, sempre nel 1664.I padri calabresi dell’ordine domenicano, seguendo il co-stume dell’epoca, vollero stabilirsi e aprire una casa a Napoliche servisse di ospizio per i domenicani calabresi che andassero a Roma. RicevetteroprimailpermessodiPaoloV(1606)e poi l’autorizzazione del viceré conte di Benavente (1607)

.Si stabilirono in una cappella esistente dal 1587, denomina-ta Santa Maria della Salute, e nelle case adiacenti. La chiesa non fu portata a termine fino al 1660, ma nel 1639 si costruìsuprogettodiCosimoFanzagol’altaremaggioreadimitazio-ne dell’altare del convento calabrese di San Domenico a Soriano. Nel 1664, il calabrese Mattia Preti, artista ammira-to dai viceré, che era appena giunto da Malta, dipinse nella chiesa gli affreschi con la vita del santo. Lo stesso anno ave-va assunto la carica di viceré di Napoli Pascual de Aragón.Fuidoro riferisce che nel settembre de 1665, il viceré Aragónintervenne con pompa alla festa di San Domenico Soriano,accompagnato da molta nobiltà: «Da padri domenicani cala-bresi della chiesa di San Domenico di Soriano e stata solen-nizata oggi con molta pompa la festa di detto santo alla qua-le e intervenuto il signor cardinale viceré con buon numerodi nobilta»
. Si trattava di un avvicinamento a questa comu-nità che fu continuato da Pedro Antonio de Aragón (1666-1671) e dal marchese di Astorga (1672-1675).Nel1667ilvirreyPedroAntoniodeAragón(fig.6)fondòuna messa perpetua nella cappella di Sant’Anna nella chiesa di San Domenico Soriano di Napoli
. E prima di lasciareNapoli, nel 1671, il priore dei domenicani calabresi,Geronimo Soriano, regalò a lui e sua moglie, la viceregina,due quadri uguali di Santo Domenico a Soriano. È da pensa-rechequestebuonerelazioniconilvicerécontribuironoafarconseguire a Geronimo Soriano fondi per l’erezione di unnuovo monastero, costruzione che venne decisa nel 1671.Questo convento si trovava in un’area, il Mercatello, cheerastatacontrollatadairibellidurantelarivoltadiMasaniello,e sulla quale, come si è detto, gli spagnoli focalizzarono l’at-tenzione per riurbanizare in profondità e lasciare nel luogoun’impronta spagnola. Si trattava di una strategia per appro-priarsi dello spazio pubblico napoletano. In questa stessa zo-na, i viceré intervennero in vari complessi: il più importantediquestiilmonasterodiSanPietroeSanSebastiano, icuilavoriterminarononel1673.Questostessoannoebberoinizioi lavori di ristrutturazione della chiesa di San Domenico Soriano, che si protrassero fino al 1688 1688, sotto la super-visione di Bonaventura Presti, che terminava di progettare la ricostruzione del convento dei dominicani a Soriano, inCalabria. Inoltre, è possibile che i lavori di Napoli si realiz-zassero con l’appoggio dell’autorità vicereale, essendoBonaventura Presti l’architetto regio del palazzo.Risale sempre a questi anni l’iniziativa di Filippo IV di ac-cettare la petizione dei minimi di Napoli per costruire la cap-pelladelCristodeidolorinellachiesadiSanFrancescodiPaola.Ma fu sopratutto a Roma dove gli spagnoli fecero i mag-giori sforzi per esibire, nel 1664, la loro devozione per il san-to patrono, erigendo in suo onore un altare nella chiesa diSan Francesco di Paola, nell’attuale via Cavour a Roma, mettendo le insegne di Filippo IV. Il 31 ottobre del 1664,Filippo IV ordinò al viceré Pascual de Aragón di donare al-l’ordine minimo di Napoli 500 ducati castigliani delle cas-se del viceregno, a soddisfazione del suo contributo per «la-brar capilla para ejercicios de piedad y colocar la imagen delSanto Cristo de los Dolores» nella chiesa di San Luigi diPalazzo. Questa chiesa, come già si è detto, fu fondata dalmedesimo San Francesco di Paola nel secolo XV. Venne de-dicata a San Luigi in quanto nello stesso luogo era esistita una cappella dedicata a questo santo. Si trovava di fronte alPalazzo Reale e, per la sua ubicazione nel largo di palazzo, fuscenario di numerosi festeggiamenti. Ogni anno lì si cele-brava la festa di San Isidro e i vicerè assistevano ai fuochi ar-tificiali e alle corride dei tori che in loro onore si organizza-vano al

largo di palazzo Da quanto detto finora, si è dunque visto come i viceré sisiano adoperati per coinvolgere le comunità calabresi presenti a Napoli nel progetto politico comune del regno. E ciò fugrazieadunprogrammadimecenatismoconventualechebe-neficiònelcasodeicalabresi, inparticolare, almenoallostatoattuale delle ricerche i minimi ed i domenicani, nonostantetra i suoi membri ci fossero stati persone poco fedeli al mo-narca spagnolo. Inoltre, abbiamo visto che questo mecenati-smo aumentò a partire dagli anni sessanta del secolo XVII,dopo i convulsi anni del 1647-1648.Risulta interessante notare che, contemporaneamente a questo processo di crescita del mecenatismo spagnolo nel regno di Napoli, le fonti della seconda metà del secolo XVII,come Innocenzo Fuidoro o Antonio Bulifon, menzionano meno casi di calabresi ribelli.Forselavolontàpacificatricedelregnoespressasiattraversoilmecenatismoconventualeel’av-vicinamento dei vicerè alle devozioni calabresi permise di al-lontanare il fantasma della ribellione in province come la Calabria Citra e la Calabria Ultra.
fonte: https://www.academia.edu/2000585/La_Calabria_del_secolo_XVII_agli_occhi_dei_vicere_di_Napoli_en_Anselmi_dir._La_Calabria_del_viceregno_spagnolo_Storia_Arte_architettura_e_urbanistica_Gangemi_Editore_pp._187_y_ss
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