Giuseppe Marino: Scienza, un calabrese tra i migliori matematici al mondo.

È calabrese uno dei 4 italiani tra i migliori matematici al mondo. Originario di Longobucco, Giuseppe Marino ha rifiutato offerte importanti come quella di insegnare all’università dell’Alabama negli Stati Uniti o dalla Cina. Studioso di analisi funzionale e teoria del punto fisso, non ha mai voluto lasciare la Calabria ed è docente ordinario di analisi matematica all’Unical di Cosenza anche se collabora con l’università dell’Arabia Saudita. L’Istituto di ricerca “Thomson Reuters” lo ha inserito nella graduatoria dei 3200 scienziati internazionali….

matematics

atricolo di Lucio Musolino

fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/06/28/scienza-un-calabrese-tra-i-migliori-matematici-al-mondo-marino-cina-e-usa-mi-vogliono-ma-resto-a-cosenza/286438/

Annunci

DOTT. PIER GIOVANNI GUZZO, GIA’ SOPRINTENDENTE DI NAPOLI E POMPEI VISITA I RUDERI DELL’ANTICO CONVENTO DI SAN DOMENICO A SORIANO CALABRO

Il DOTT. PIER GIOVANNI GUZZO, GIA’ SOPRINTENDENTE DI NAPOLI E POMPEI VISITA I RUDERI DELL’ANTICO CONVENTO DI SAN DOMENICO A SORIANO CALABRO

In occasione della Presentazione Letteraria di “NORBA-CONVERSANO Archeologia e storia della città e del territorio” di Angela Ciancio e Vito L’Abbate, Apulia web TV intervista il Dott. Pier Giovanni Guzzo già Soprintendente Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei: COME POSSONO CONVIVERE I RESTI DEL PASSATO CON LA MODERNITA’?

 

 

 

(nella foto: Il DOTT. PIER GIOVANNI GUZZO visita l’ abside dell’antica Chiesa di San Domenico)

Pier Giovanni Guzzo_soprintendente di Pompei.

Biblioteca ordine degli avvocati “M.Arnoni” – Presentazione libro: Francesco Guicciardini tra scienza etica e politica

Immagine

 

Previsto per venerdì Venerdi 27 giugno 2014, a partire dalle  ore 10:00 presso la Biblioteca “M.Arnoni” – Tribunale di Cosenza, la tavola rotonda che avrà come oggetto di discussione la presentazione del libro:  Francesco Guicciardini tra scienza etica e politica di  Martino Michele Battaglia. Introduce e coordina i lavori l’Avvocato Filomena Falsetta (presidente unione avvocati di Cosenza); relazionano Prof. Giuseppe Rando, Ordinario di lingua e letteratura italiana – Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’ Universita degli studi di Messina.

All’evento interverranno L’On. Mario Caligiuri, assessore regionale alla cultura; la Dottoressa Bruna Larosa, giornalista;Dott. Walter Pellegrino, editore, concluderà i lavori Martino Michele Battaglia autore del libro:  Francesco Guicciardini tra scienza etica e politica.

10297586_463871587089929_717592786432717245_n 10384747_463872380423183_3195667938167840834_n 10425184_463871857089902_1154193426658032127_n 10432482_463871930423228_2742452093955200360_n 10433834_463872723756482_5934707636787708141_n 10494735_463871740423247_2309917913517117150_n

Icone, prodigi, leggende: immagini miracolose tra Oriente e Occidente (Basso Medioevo – prima Età moderna)

Immagine

La ricerca sull’immagine miracolosa di San Domenico di Soriano (Vibo Valentia) parte dall’analisi delle fonti letterarie che tramandano la vicenda dell’arrivo del dipinto – portato nel convento domenicano la notte del 5 settembre 1530 dalla Vergine, Santa Caterina di Alessandria e Maria Maddalena – e del suo operare miracoloso. Il testo di Silvestro Frangipane, ‘Raccolta de’ miracoli fatti per l’intercessione di san Domenico, istitutore del sacro ordine de’ Predicatori, con l’occasione d’una sua imagine portata dal cielo in Soriano’, stampato a Messina nel 1621, rappresenta l’ideale punto di partenza per una ricerca sul ruolo della tela prodigiosa. Contiene preziose informazioni sul convento e la sua immagine anche la ‘Cronica del Convento di S. Domenico a Soriano dall’anno 1510 fin’al 1664’, opera di Antonino Lembo, domenicano catanzarese, pubblicata a Soriano nel 1665. Accanto allo studio delle fonti storiche – analisi del ‘topos’ agiografico dell’arrivo dell’immagine acheropita, schedatura dei miracoli compiuti finalizzata all’individuazione di alcune tipologie ricorrenti – la ricerca si è concentrata anche su problemi più specificatamente artistici, riguardanti sia l’immagine di Soriano, sia il problema delle copie. In primo luogo è interessante verificare come l’immagine di san Domenico, eseguita forse da un modesto pittore quattrocentesco che ha conosciuto l’opera di Antonello da Messina, Paolo di Ciacio da Mileto, si presenti con caratteristiche stilistiche ben lontane dalla produzione artistica cinquecentesca, e per questo motivo non sia stata immediatamente riconosciuta come immagine miracolosa, ma anzi giudicata rozza e poco elegante; in un secondo momento, tuttavia, lo stile attardato con cui è stata eseguita può aver contribuito a farne notare lo statuto eccezionale e miracoloso. Differente è il problema delle copie dell’icona di Soriano: l’indagine si presenta come molto ampia e ricca di interessanti spunti sul ruolo delle immagini miracolose nel Seicento europeo e in questo senso lo slittamento dell’arco cronologico rispetto alle intenzioni iniziali induce a riflettere sul ruolo delle icone prodigiose e delle immagini ‘di culto’ nella cosiddetta età dell’arte.


Due sono i filoni principali in cui è possibile dividere le riproduzioni dell’icona miracolosa: le copie fedeli, che riproducono con precisione filologica la tela portata dalla Vergine in Calabria, e le raffigurazioni dell’evento miracoloso, che mettono in scena il prodigio dell’arrivo della tela, alla presenza delle tre sante donne. Il percorso iconografico della raffigurazione del miracolo di Soriano è di eccezionale successo non solo in Italia, dove quasi ogni insediamento domenicano presenta un dipinto che illustra il miracolo, ma anche in Spagna, dove il tema gode di una vastissima fortuna, e nei paesi toccati dalla riforma protestante (Germania, Polonia), fino alle terre del nuovo mondo (il primo abitato dell’Uruguay è denominato Santo Domingo de Soriano, oggi Villa Soriano). Attraverso lo studio degli insediamenti domenicani in Europa – generalmente sede privilegiata per la collocazione di una copia dell’immagine miracolosa, o per una raffigurazione del prodigio di Soriano – si tenterà di tracciare una geografia della diffusione del culto per la tela calabrese, cercando di verificare alcune ipotesi di partenza sul ruolo delle icone miracolose come veicolo attivo di devozione. Le reliquie e le icone, oggetti che svolgono un ruolo chiave nel culto cristiano, funzionano in modo complementare e quasi indissolubile, attraverso una dialettica tra invisibile e visibile, tra memoria e potere miracoloso; sono presenza viva che ripropone, nello spazio ecclesiastico, la figura del santo, associando via via alla sua raffigurazione diversi significati, eucaristici, liturgici, caritativi, ascetici.

 

fonte: http://www.khi.firenze.it/forschung/projekte/projekte/projekt50/index.html

testo di @Laura Fenelli

“Contea” di Soriano Calabro

Siamo nel versante tirrenico delle Serre vibonesi, a pochi chilometri da Serra San Bruno e dall’autostrada; siamo a Soriano Calabro, “Centro di cultura e fede irradiante”, come lo ha definito lo storico Gustavo Valente nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria”. Circa la sua origine, taluni studiosi la vogliono fondata da profughi monaci basiliani provenienti dalla Siria o Soria come veniva chiamata a quei tempi questa terra asiatica e da qui il suo toponimo e comunque durante tutto il medioevo fece parte dello Stato di Arena e successivamente feudo dei Carafa di Nocera che l’innalzarono a Contea nel 1505. Ma la grande celebrità, da sempre, a Soriano le deriva dai Domenicani che nel 1495 comprarono questo feudo e nel 1510 vi edificarono il grande convento dell’Ordine dei Predicatori per volontà di Padre Vincenzo da Catanzaro. Da questa data e dopo il rinvenimento dell’achiropita tela di San Domenico attribuita comunque ad un artista del ‘400, Soriano diventa punto di riferimento per credenti, religiosi ed artisti provenienti da ogni parte del mondo ed addirittura alcune città dell’America Latina hanno assunto il toponimo di San Domenico di Soriano come in Perù, Uruguay, Argentina ecc. E non solo, il Convento sorianese fu definito la “Santa Casa” per antonomasia ed anche considerato “l’occhio destro dell’Ordine domenicano”. Attorno al miracoloso quadro, al grande Convento, ai miracoli, e a tutta la storia domenicana di Soriano e dello stesso paese sono arrivate fino a noi moltissime pubblicazioni. Di queste ci piace ricordare: Le “Lodi del Patriarca” di fra’ Pio Vandendyek del 1746, la “Raccolta de’ Miracoli e Grazie operati dall’Immagine del P.S. Domenico di Soriano” di fra’ Silvestro Frangipane del 1621, le” Memorie storiche del Santuario di S. Domenico di Soriano nella Diocesi di Mileto” di G. B. Melloni del 1791 ed inoltre la tante volte citata “Della Calabria Illustrata” di P. Giovanni da Fiore e, ai nostri giorni, gli scritti di P. Antonino Barilaro, Angelo Fatiga, Nicola Provenzano, Tonino Ceravolo e Sharo Gambino. Nei secoli il Convento, come detto prima, diventò feudatario col titolo di Contea ed col possesso della baronia di Pizzoni, Vazzano e Vallelonga e ciò fece crescere non solo le iniziative culturali ma anche le attività produttive che consistevano nel commercio, nell’artigianato e nella piccola industria. Elemento di grande attrazione è stata per molti secoli la ricchissima biblioteca conventuale con la tipografia, la prima nel Meridione, che già dal 1600 cominciò a stampare.Sempre nel Convento era attiva, anche per i bisogni della gente del paese, una artistica spezieria che esponeva i suoi medicamenti nei preziosi vasi del pittore seicentesco Carlantonio Grue della famiglia di Castelli (Teramo). Oggi alcuni di questi vasi sono visibili nel Museo privato dei Cordopatri e nella farmacia Buccarelli di Vibo Valentia. Di certo è che i Domenicani di Soriano non fecero solo preghiera e cultura, anzi. Negli anni difficili e poveri della nostra Calabria rovinata non solo dai tanti dominatori ma anche da carestie e terremoti, il più devastante quello del 1783 che distrusse anche l’antico ed imponente Convento domenicano e la Certosa rinascimentale della vicina Serra San Bruno, i frati di San Domenico di Guzman si attivarono per il rifiorire delle terra e dell’artigianato, edificarono fattorie, mulini e frantoi, accrebbero la manifattura della cera, del sapone, del miele e della terracotta.. Ecco come si giustifica l’intensa industriosità dei Sorianesi di oggi. Come già detto Soriano deve la sua fama alla presenza del Convento fondato nel 1510 da Fra’ Vincenzo da Catanzaro. Distrutto una prima volta dal terremoto del 1659, il monastero fu subito riedificato per volontà del Re di Spagna Filippo IV di Spagna. L’incarico di progettare il nuovo edificio sacro fu affidato dal Vicerè di Napoli il Conte di Pigneranda a Padre Bonaventura Prestri, architetto certosino, che lo disegnò, fatte le debite proporzioni, a somiglianza dell’Escoriale di Madrid, imponente monastero fatto edificare da Filippo II per perpetuare la vittoria di San Quintino.Così il primo convento sorianese occupava una superficie di 23 mila mq. con chiostri attorno alla chiesa a croce latina di cui è ancora viva la facciata dalle sei paraste barocche con voluta ionica ed al centro un imponente portale con quattro grandi nicchie dai timpani semicircolari. All’interno, tra le tante opere d’arte, vi era l’altare maggiore in marmi policromi del maestro Cosimo Fanzaga, lo stesso che impreziosì la Certosa serrese e basti vedere oggi, fra le altre opere, il preziosissimo ciborio sull’altare della chiesa dei Sette Dolori in Serra San Bruno. Nella chiesa sorianese, completata nella sua costruzione nel 1693, fu collocata la miracolosa tela del Santo portoghese che secondo la tradizione apparve il 15 settembre 1530. Questa, scrive Angelo Romeo ( Gazzetta del Sud 5.3.1982), “apparentemente…appare di una semplicità assoluta e disarmante, pur nella sua perfetta fattura, compostezza e profonda interiorità associate all’espressione trascendentale, come se si trattasse dell’opera di un principiante.Ma il valore artistico impareggiabile del dipinto è stato ampiamente dimostrato, anche per l’insuperabile difficoltà d’imitazione – più volte tentata e mai riuscita ad alcuno dei molti talenti che hanno lasciato in convento le loro copie imperfette.

A proposito, esiste un quadro del Guercino nel Duomo di Bolzano ed un altro del Mela in S. Domenico e Sisto a Roma. Dopo un altro terremoto, quello del 1783, nel 1838 fu ricostruito ancora il Convento e la chiesa consacrata il 15 dicembre 1860.Sono tante le opere artistiche custodite nel nuovo sito sacro, ne ricordiamo alcune: l’altorilievo, che custodisce il Quadro, di Alessandro Monteleone; l’altare maggiore del ‘700 barocco donato dai Domenicani della Sicilia nel 19656 e appartenuto alla chiesa del Rosario di Catania distrutta durante l’ultima guerra mondiale; alcune tele seicentesche, un coro ligneo del ‘700, un crocefisso ligneo del sec. XVIII ed inoltre preziosi paramenti sacri, calici, ostensori, reliquari e grandi candelabri settecenteschi provenienti dalla Certosa serrese. Anche fuori del convento domenicano vi sono preziose opere artistiche: una statua di San Martino del ‘600 nella chiesa del Carmine, una scultura lignea dei Santi Cosma e Damiano nella chiesa matrice, la cappella di S. Filippo del ‘600, l’antica chiesetta di S. Francesco ed una fontana granitica a pianta semicircolare situata sulla strada principale del Centro. E a parte San Domenico, di certo Soriano è conosciuta, per davvero, nel mondo per i suoi “mostaccioli” che da secoli ormai non temono le grandi e moderne industrie dolciarie e fanno bella mostra in tutte le feste religiose ed anche nelle Fiere Campionarie con trasferte anche transoceaniche. Ma l’industriosa Soriano non si ferma qui: va forte la lavorazione dei vimini, dei mobili in canne di bambù ed di oggetti in terracotta. E poi come per confermare il suo illustre passato il nostro centro vibonese si impreziosisce di tre biblioteche: quella civica,, quella domenicana “S. Tommaso d’Aquino” che ospita oltre 12.000 preziosi ed antichi volumi ed in ultimo la “Biblioteca Calabrese” presso il “Centro del folcklore e delle tradizioni popolari” nata nel 1981 e che raccoglie tutto ciò che serve per conoscere la Calabria. Scusate se è poco. Infine ci piace ricordarlo, già da un quarto di secolo i sotterranei del Convento ospitano, su 800 mq di superficie, il monumentale Presepe definito giustamente da Angelo Fatica “un inno alla storia”.Al postutto facciamo nostre le parole del già citato e purtroppo sempre attuale A. Romeo che, nel 1982, scriveva:” A Soriano, pur con tutto questo notevole patrimonio artistico e culturale, forse i problemi non sono meno gravi di quelli degli altri centri della comunità calabrese, con l’esodo verso le grandi città in cerca di lavoro e di vita agiata; ma proprio da esso Soriano Calabro potrà attingere per il suo rilancio socio – economico.Il futuro sicuramente dovrà assegnare ai paesi montani, alle campagne, alle periferie un proprio ruolo più di quanto non lo sia oggi.”

Fonte:
http://www.laprovinciakr.it/viaggiando/calabria/soriano.htm

La Confraternita di Gesù e Maria del SS. Rosario di Soriano Calabro, e il culto della Madonna del Rosario e del Flagello

L’arrivo dei frati domenicani in Calabria, ha senza dubbio segnato un cambiamento profondo nell’organizzazione religiosa, sociale e culturale di quasi tutta la regione1.
A partire dal 1401, quando i cenobiti si insediarono stabilmente nella città di Catanzaro, il culto verso la Vergine del Rosario si divulgò a poco a poco in tutta la Calabria. Il motivo per cui il culto Rosariano fece proseliti nelle po- polazioni del meridione, è dovuto anche al fatto che nel capoluogo calabrese, venne eretta la prima confraternita nel nome di Gesù e Maria del SS. Rosario, subito dopo la fondazione del convento domenicano2. In breve, Catanzaro ac- colse i domenicani che oltre a fondare il convento e aprire la chiesa al culto del Rosario si prodigarono ad erigere ipso facto anche la “Compagnia” ossia la Confraternita del SS. Rosario e nel nome di Gesù3. Le cose andarono pres- sappoco allo stesso modo anche a Soriano, dopo la fondazione del convento ad opera di fra Vincenzo da Catanzaro nel 1510. A causa di varie vicissitudini negative causate dai forti terremoti, e da una gestione scellerata dei beni e dei documenti del santuario da parte delle pubbliche istituzioni delegate dalla fa- migerata ‹‹cassa sacra››, non è possibile provare in toto questa tesi4. Tuttavia, considerando il modo in cui i domenicani agirono in Calabria, è possibile ar- guire che come fu istituita la Confraternita del Rosario a Catanzaro, alla stessa maniera sia stata istituita anche la confraternita rosariana a Soriano.Le confraternite del Rosario, dette anche del Salterio, in virtù delle 150 Ave Maria e 15 Padrenostro, proprio come i quindici misteri che ricordano lo stesso numero di salmi che costituiscono appunto il Salterio, discendono direttamente dalle confraternite mariane e domenicane che predicano la devozione alla Madre di Dio sotto il titolo glorioso del Rosario5. Secondo l’agiografia domenicana, la Vergine Santissima diede a San Domenico di Guzmán la corona del Rosario come testimoniano tra l’altro iconografie e dipinti di artisti celebri quali: Tiepolo, Caravaggio, Dürer, Sassoferrato, Federico Barocci, Lorenzo Lotto e soprattutto la miracolosa Icona della Madonna di Pompei6. Questo fu il motivo per il quale il connubio tra i domenicani e la Madonna del Rosario divenne inscindibile, soprattutto dopo la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), in seguito alla quale Pio V, proveniente dalle file dell’Ordine del ‹‹Gran Gusmano››, istituì la festa del SS. Rosario proprio in quel giorno7. Non a caso una delle preoccupazioni principali dei domenicani, nel momento in cui si insediavano in una località col proposito di fondare un convento e fissare una dimora per l’Ordine, riguardava proprio la fondazione di queste istituzioni laiche dedite al culto mariano, che presto diventavano confraternite del SS. Rosario a cui veniva aggiunto il nome di Gesù. Il loro compito era appunto quello di mirare all’educazione cristiana del popolo attraverso il sostegno delle iniziative, proposte dalla Chiesa cattolica, necessarie a incanalare e a regolamentare il sentimento religioso della gente comune8. Ovunque le prime confraternite sorsero per iniziativa di quelle comunità laiche di ‹‹Rosarianti››, note anche come gruppi di ‹‹Opere Pie›, che si proponevano di adoperarsi nel compito non facile di catechizzare le classi subalterne, ossia quei ceti popolari che nell’ambito della Chiesa Cattolica, si sono fusi, attraverso il teatro religioso locale, con la classe nobiliare di ogni paese. Pietro Borzomati, evidenzia come generalmente i fondatori di queste piccole congregazioni furono i nobili o i piccoli borghesi, mentre i collaboratori più stretti che aderivano a queste associazioni laiche, provenissero invece da famiglie indigenti che vivevano nelle campagne o ai margini della società9. Queste forme di associazionismo laico-religioso furono più volte determinanti nella ricostruzione di tanti piccoli centri urbani devastati dalla catena di eventi sismici che colpì duramente la Calabria tra il 1638 e il 1659. Soriano certamente si trovò a fronteggiare una situazione ancora più difficile rispetto ai paesi su citati, a causa dei danni subiti dal Santuario Domenicano, centro di spiritualità e di preghiera per i frati, e luogo di incontro per i confratelli della congrega. Situazione che divenne drammatica, dopo il terribile terremoto del 1783 che distrusse il santuario domenicano di Soriano10.
Le prime notizie concrete sulla Confraternita di Gesù e Maria del SS.mo Rosario di Soriano Calabro risalgono al 1640, come risulta da una nota sul libro dei defunti dell’epoca custodito nell’archivio parrocchiale del paese. Nella nota del parroco del tempo, don Diego Fatiga, si legge, che l’anno 1640 nella chiesa di San Domenico, dentro la sepoltura del Rosario, vennero riposti i feretri dei fratelli di Diego Rimedio il 2 febbraio, di Francesco Mazzotta il 22 marzo e di Matteo Greco l’8 maggio11. L’esistenza di questo sepolcro conferma che la fondazione della suddetta Confraternita è possibile datarla presumibilmente verso la fine del 1500 a testimonianza del fatto che si tratta di un’organizzazione sorta non pochi anni prima, come si evince anche da un’attenta disamina basata su alcune indicazioni dello storico del Santuario domenicano, Antonino Barilaro O.P. nel volume San Domenico in Soriano12. Priore della confraternita nel lustro che va dal 1655 al 1660 fu il notaio Silvestro de Silvestri appartenente ad una famiglia di Soriano ormai estinta in loco. Inoltre c’è da aggiungere che già nel 1650, in vari paesi dell’hinterland vibonese, vi erano diverse icone della Santa Effige di Nostra Signora del Rosario con i Quindici Misteri. La presenza di queste icone lascia supporre quanto le associazioni laiche Rosariane fossero attive nella valle del Mesima e del Poro13. Nel 1661, con la bolla papale del 30 settembre, Alessandro VII, approvò presso il santuario di Soriano, una Confraternita di fedeli di ambo i sessi, sotto il titolo di S. Domenico in Soriano, simile a quella eretta l’11 giugno del 1653 ad Almagro, nella diocesi di Toledo in Spagna, con l’approvazione del Pontefice Innocenzo X14. Probabilmente questa confraternita, eretta già nel mese di luglio del 1623, riportata anche da Francesco Russo nel Regesto Vaticano per la Calabria (39354) non si è estinta nel senso letterale del termine, ma è confluita nella Confraternita del SS. Rosario. Molti anziani sorianesi ancora oggi per indicare la Confraternita del Rosario dicono spesso: ‹‹a cungreda i San Dominicu›› a testimonianza del fatto che un’ipotesi del genere potrebbe essere anche verosimile e quindi non da escludere a priori come è stato fatto in passato15.
Fin dalla sua istituzione la Confraternita di Gesù e Maria del SS. Rosario, usufruì di un locale appartato adiacente alla chiesa del santuario, dove i frati si riunivano per deliberare e per vestire il sacco e la mozzetta nelle uscite processionali come avviene anche attualmente16. Molti furono gli ostacoli escogitati dal governo napoletano, che la confraternita dovette superare per ottenere il rilascio del ‹‹Regio Assenso››, che giunse dopo tante traversie il 3 novembre del 177617.
Dopo l’immane catastrofe del 1783 in tutte le zone della Calabria colpite dal sisma, si affermò, una speciale devozione popolare nei confronti della Vergine Santissima del Rosario, invocata da tanti calabresi sotto il titolo di ‹‹Madonna del Flagello››. Un culto che in particolare a Soriano vede protagonista la Confraternita ogni 7 febbraio nell’implorare insieme al popolo la misericordia divina e il riposo eterno per tutte le vittime dei disastri naturali, unitamente anche alla speranza di riscuotere la speciale protezione della Vergine Santissima e di San Domenico per la comunità di Soriano in caso di eventuali calamità naturali18. La Confraternita in ossequio alla circolare vescovile del 13 dicembre del 1894 in relazione al sisma del 6 novembre dello stesso anno, organizzò una raccolta di danaro per cercare di lenire il dolore e i danni causati dal terremoto. Tolte le spese, avanzarono 29,36 lire che con l’accordo del sindaco vennero consegnate alla Confraternita per la festa del 7 febbraio prossimo in onore della Madonna del Flagello19. Anche nel 2009 la Confraternita di Soriano ha offerto un proprio contributo di 3.000 euro per la ricostruzione dell’Abbruzzo che ha patito l’immane tragedia del terremoto nel periodo di Pasqua. Tuttavia, per la cronaca va detto anche, che la convivenza religiosa dei cenobiti con la confraternita locale non fu sempre idilliaca. Infatti, nel 1857 scoppiò una lite tra i frati e i congregati per la proprietà della statua della Madonna del Rosario. I domenicani sostenevano che il simulacro della Vergine appartenesse a loro, in quanto era stato portato a Soriano da un certo frate Caprino prima del 1783, mentre i confratelli della congrega ne reclamavano anch’essi la proprietà. La disputa ebbe fine l’11 febbraio del 1858, giorno dell’apparizione di Lourdes, quando il Consiglio degli Ospizi, decretò che la statua, le vesti e gli ornamenti appartenevano alla confraternita, intimando i domenicani a procedere all’immediata restituzione20. Nel 1860 il priore dell’epoca, l’avvocato Livio Daffinà fu Giacomo, commissionò una bara intagliata in legno e rivestita in foglia d’oro zecchino da consegnare entro il 29 settembre dello stesso anno, al rinomato scultore sorianese Giuseppe Antonio Ruffo, autore tra l’altro della meravigliosa statua di San Domenico. La bara in questione, doveva essere ornata con due angioletti di rilievo proporzionati ad essa e avere rispettivamente in ciascuno dei quattro lati un medaglione in cui erano scolpiti quattro simboli dei misteri del Santo Rosario, differenti l’uno dall’altro. Il prezzo convenuto tra le parti fu di 110,00 ducati, pagati dal direttivo della confraternita in cinque rate uguali. L’attuale bara intagliata in legno non è però quella del 1860 della quale sono rimasti probabilmente gli angioletti che tendono il manto azzurro ricoperto di stelle dorate della Madonna21. Per quanto riguarda la storia tribolata della suddetta Confraternita, vanno segnalati anche i sacrifici compiuti dai confrati per cercare di custodire nel migliore dei modi la chiesa del santuario e i sui beni, invitando le autorità responsabili a vigilare a salvaguardare con coscienza il convento e ciò che era rimasto dopo i terremoti naturali e i terremoti umani che si erano abbattuti inesorabilmente su di esso. A riguardo è opportuno ricordare il periodo in cui i frati vennero allontanati da Soriano.
Nel 1850 con la nuova soppressione degli ordini religiosi e la soppressione degli istituti religiosi da parte del governo italiano, i frati domenicani furono costretti ad abbandonare il Santuario e la comunità di Soriano nel 1866. Durante questa lunga assenza dei frati da Soriano, la Confraternita del Rosario, avviò le pratiche per il riconoscimento giuridico e il riscatto della Chiesa e della statua della Vergine Santissima, come si evince dai documenti custoditi dall’archivio della confraternita. A ciò è doveroso aggiungere, che la Confraternita del Rosario svolse un ruolo di grande importanza nella vita della comunità locale, mantenendo vive le tradizioni religiose, con l’aiuto dei parroci che si sono susseguiti alla guida della parrocchia di S. Martino Vescovo, istituita nel lontano 1070, per volere del Conte Ruggero il Normanno22. Una forma di cooperazione che ha mantenuto viva la speranza nel ritorno delle bianche tonache, che avevano illuminato questo borgo ai piedi delle serre vibonesi. Finalmente, dopo tante peripezie burocratiche, i frati fecero ritorno in Santuario nel 1942, dopo 76 anni di esilio. La gioia e la commozione furono grandi, quando il parroco di allora, Mons. Domenico Bartone, annunciò che l’esilio era terminato e i frati erano definitivamente ritornati nella loro casa. Ma tornando alla Confraternita, da un’osservazione attenta, si comprende che il legame con la Vergine Maria, assume una valenza particolare per il modo in cui i sorianesi, di fronte al disastro, si affidarono alla Madonna del Rosario, trovando in lei l’unico rifugio sicuro. Si narra ancora oggi in paese come di fronte al cataclisma che aveva causato un disastro totale i notabili del tempo animati da un profondo spirito di fede, si inginocchiarono davanti alla bellissima statua della Vergine del Rosario che era rimasta intatta nell’ancona, facendo voto di portarla in processione ogni sette febbraio. Ciò dimostra, come l’esistenza umana è spesso caratterizzata dal pericolo, dalla sofferenza, da uno stato di precarietà in cui il dolore può essere superato soltanto dando ad esso un senso, quale modo utile per sfuggire la paura e l’angoscia del nulla, e quindi, come ben rileva Luigi Lombardi Satriani, «garantirsi dal pericolo dell’inesistenza e attingere il piano dell’Essere»23. Inoltre, a seguire il dettato di Francesco Faeta, è chiaro come il dominio delle immagini ha costituito nel tempo una imperiosa esigenza che ha accumulato uomini e culture diverse, e ciò assume significati profondi in seno alla spiritualità umana, nel trovare il modo per stabilire un rapporto fra essere finito ed infinito, tra tangibile e intangibile, tra noto ed ignoto. « L’icona- chiosa Faeta – sembra essere una sorta di archetipo figurale, cui concrete vicende rituali e culturali possono conferire responsabilità »24. Il popolo trova il modo di esprimere la propria unità sociale nella periodica ricorrenza di solenni dimostranze, tradizioni che si protraggono nel tempo mantenendo vivo il fascino e il loro modo di comunicare sensazioni ed emozioni. Alcuni etnologi ritengono, che la devozione alla Madonna non sia altro che il riadattamento di simboli e riti pagani legati al risveglio della primavera, segno di rinascita della natura. Non a caso, Maria è definita anche Rosa Mistica. Il forte impulso al culto di Maria, ha per la Chiesa un duplice significato che riguarda da un lato la Vergine che collabora al progetto di salvezza, divenendo la madre di Gesù e dall’altro la figura di donna per eccellenza, umile, casta e degna di promuovere l’immagine di una femminilità autentica. Ciò è dimostrato dal fatto che l’atto di venerazione nei confronti della madre del Cristo, trascende i confini della religione cattolico-cristiana, fino a lambire il mondo islamico. Basta pensare al mese di maggio durante il quale nelle case come in campagna si recita il Rosario. Il mese mariano indica come il rapporto con la Madre Celeste, rappresenta il momento in cui i fedeli con i loro bisogni, i loro problemi e le loro tribolazioni si accostano a Maria per ricevere da lei conforto e protezione. Infatti, in un passo della Salve Regina è scritto: ‹‹a Te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime››. Tutto ciò a Soriano trova la sua radice storica nei tragici eventi del lontano 7 febbraio del 1783, una data che segna lo spartiacque di una storia controversa, fra l’antico sito del paese e la costruzione del nuovo borgo. Il ragguaglio storico registra che l’antico sito di Soriano moderno cominciò a prendere vita pressappoco intorno al 1070, come si evince dai libri parrocchiali dei battezzati, dei matrimoni e dei defunti della chiesa madre intitolata a San Giovanni Battista25.
Dopo il 1783, Soriano si sposta verso la Collina degli Angeli, nei pressi delle magnifiche rovine dei chiostri del convento domenicano. Si assiste così ad una vera e propria rinascita dalle macerie di uno scenario apocalittico come venne anche definito da Alexandre Dumas alla stregua degli altri viaggiatori che anno visitato la Calabria e il borgo sorianese a quel tempo26. I fatti che hanno segnato drasticamente la storia di questo lembo di terra di Calabria, registrano l’epicentro del terribile cataclisma del 7 febbraio del 1783 proprio nella ‹‹contrada sorianese››. Il Santuario domenicano che aveva già subito danni nella precedente scossa del 5 febbraio, in quel tragico pomeriggio crollò definitivamente. La costernazione generale fu immensa di fronte ad una perdita così grande. La vita di tutto il comprensorio pulsava attorno all’imponente struttura barocca, orgoglio e vanto di tutto il popolo delle preserre vibonesi.I dati storici riportano inoltre che un gruppo di persone di fronte ai cattivi presagi, non curandosi del pericolo imminente rientrarono in casa, mentre altri animati da fervore religioso improvvisarono una processione portando a spalla per le strade la statua di San Filippo Neri. Questa gente perì mentre cercava di scongiurare l’immane tragedia che di lì poco avrebbe cancellato il paese e il più grande convento domenicano dell’Italia meridionale, progettato dal celebre architetto bolognese Bonaventura Presti che ricalcò lo stile dell’Escoriale di Madrid27. Nonostante l’apocalisse, stranamente la fede si ritempra sempre proprio quando è provata dalle calamità. I sorianesi per risalire la china si affidarono alla Vergine del SS. Rosario e a San Domenico di Guzmán. François Lenormant, riporta la tragicità dell’evento catastrofico col seguente dire: ‹‹In questo mortale abbandono, essi si risolsero alla religione e fecero a Dio voti di ricche offerte e di vita di contrizione e di penitenza. Una specie di unanime slancio, sperando di infrangere con le preghiere il celeste corruccio, fece decidere una perpetua commemorazione ed una espiazione il venerdì di ciascuna settimana, ed il 5 febbraio di ogni anno››28. Sulla stessa prospettiva Vito Teti opportunamente aggiunge: ‹‹A Soriano per una serie di ragioni (l’entità delle devastazioni e il momento sacro in cui avvengono le morti, la presenza dei domenicani e di antichi e solidi culti, riti confraternali, la persistenza rammemorante di maestosi ruderi) la processione de 7 febbraio attualizza, in maniera sorprendente e partecipata, una morte collettiva. Narra un cordoglio e un dolore che non passano. Commuove e ferisce ancora come una sorta di beffa e di punizione quella scossa che aveva colpito la popolazione ormai al sicuro e protetta nel corso di una processione. La Madonna del Rosario, nel giorno in cui viene portata lungo le strade del paese per commemorare l’evento, è chiamata non a caso la Madonna del Flagello››29. Lo storico Antonino Barilaro O.P., nella trattazione del triste evento, apre uno spaccato sul senso e sul significato religioso che questa solenne commemorazione ha acquistato per i frati domenicani, la Confraternita del Rosario e soprattutto per il popolo sorianese, che testimonia il legame con la Vergine del SS. Rosario e del Flagello, attraverso la supplica a Maria affinché allontani tristi eventi e invocando anche San Domenico quando in paese si avvertono scosse telluriche30.
Ogni anno, secondo una pratica rituale che si rinnova da oltre due secoli, il 7 febbraio si svolge la cerimonia in memoria delle vittime del terremoto del 1783 e del patto che i sorianesi stipularono con la Madonna del Rosario affinché preservi questo luogo dal flagello delle calamità naturali. Grazie all’impegno della confraternita e ai frati domenicani, il popolo partecipa intensamente per commemorare quel tragico evento impresso e tramandato attraverso i gesti, i simboli, le fogge e i canti che appartengono a un passato legato però al presente in maniera indissolubile. La giornata fortunatamente è soleggiata, caratterizzata da un leggero tepore primaverile con un cielo grigio-azzurro con qualche nuvola che si profila all’orizzonte, quando alle 16,30 la bellissima statua della Madonna del Rosario avanza verso la soglia della chiesa del santuario, che custodisce la Celeste icona acheropita del Santo Patriarca Domenico di Guzmán, consegnata dalla Vergine Santissima, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria a Fra Lorenzo da Grotteria nella fatidica notte tra il 14 e il 15 di settembre del 153031. Appare per primo lo stendardo del terzo Ordine, poi quello della Confraternita, mentre i componenti del corteo (le donne del terzo Ordine, i
confrati e le donne di Azione Cattolica) si dispongono su due file parallele. La banda musicale intona il Mosè rossiniano mentre scoppiano alcuni mortaretti, che annunciano l’uscita della processione. Accanto alla Vergine col manto azzurro, ricoperto di stelle dorate, prende posto un gruppo di fedeli che si dà il cambio nel portare a spalla la statua che è abbastanza pesante. Davanti al simulacro, al centro, si posiziona il rettore del convento e ai suoi lati altri due frati domenicani. I confratelli della Confraternita del Rosario con il saio bianco, mozzetta nera e cordone azzurro, avviano il corteo che si snoda in avanti con le donne del terz’Ordine vestite di nero con la crocetta a strisce bianche e nere davanti al petto, seguite dalle donne di Azione Cattolica, dal gruppo Agesci degli Scout che indossano la camicia azzurra, il fazzoletto e i pantaloni corti, con calzettoni blu e da alcuni bambini del gruppo ACR, che frequentano la parrocchia. Subito dopo l’uscita del corteo processionale, dietro la statua si dispone la banda musicale. Dietro la banda i fedeli che insieme ai componenti della lunga sfilata, guidati dal rettore del santuario, recitano il Santo Rosario durante il tragitto. Terminato ogni mistero, il complesso bandistico intona una marcetta per rallegrare il cammino. La processione attraversa prima la via San Domenico, passa davanti alle ‹‹Magnifiche rovine›› e si snoda in seguito verso il sito dell’antica Soriano, oggi considerata periferia, rispetto al nuovo borgo, ma in realtà, con la nuova estensione del paese, può essere considerata quasi come centro. Alla fine della discesa detta dei carra, dove questa antica strada si unisce all’arteria principale, aperta dopo il sisma, il corteo processionale, giunto davanti alla stele marmorea, che ricorda 1a chiesa di San Giovanni Battista e le vittime della catastrofe32, sosta per la celebrazione di un breve rito commemorativo che inizia con una breve omelia tenuta dal superiore del convento, a cui segue una breve preghiera con la benedizione del luogo mentre i frati insieme ai congregati e al popolo intonano l’inno alla Madonna del Flagello che recita: ‹‹O Madonna del Rosario,prega il Cristo mite agnello, che ci scampi dal flagello che un gran sisma può recar. Ave, Ave, Ave Maria. Dopo orrendo terremoto, di due secoli lontano, il paese di Soriano le sue sorti a Te affidò. Ave, Ave, Ave Maria. Tu accettasti o pia Regina e il tuo impegno ancor mantieni, e le avverse forze freni che la terra fan tremar. Ave, Ave, Ave Maria. Onde un popolo devoto tutti gli anni, in questo giorno, ai tuoi piedi fa ritorno per lodarti e ringraziar. Ave, Ave, Ave Maria. Per tuo mezzo anche facciamo al Signore nostri voti, perché in tutti i terremoti salva sia ogni vita uman. Ave, Ave, Ave Maria. Prega infine il tuo bambino, nostro amato Redentore, che santifichi il dolore di chi lotta e di chi muor. Ave, Ave, Ave Maria. Gloria al Padre, gloria al Figlio, gloria al loro eterno amore, lode al tuo materno amore, ora e nell’eternità. Ave, Ave, Ave Maria››.
Terminato il canto alla Vergine Santa, la banda musicale intona una celebre composizione funebre del maestro Amedeo Vella: ‹‹Una lacrima sulla tomba di mia madre››, in sostituzione del De Profundis che in passato veniva cantato dai congregati. Partono i fuochi d’artificio con un finale in crescendo. Lo scoppio dei mortaretti sta ad indicare proprio la sosta della Madonna sul luogo della tragedia, segno di una memoria che rivive nel ricordo del momento in cui i sorianesi stipularono con la preghiera l’alleanza con la Vergine del Rosario il 7 febbraio del 1783, per la rinascita di Soriano, assumendo l’impegno di celebrare questo giorno solennemente con la preghiera e il ricordo. Non è difficile immaginare come su un’esperienza collettiva di morte s’inseriscano tante storie individuali di sofferenza e di dolore, in quanto, piangendo i morti del 1783 si piangono tutti i morti e ridando vita a quei morti si ridà vita a tutti i morti in un momento in cui vita e morte si toccano e annullano il tempo33. Oltre ai presenti, si commuovono anche coloro che da lontano nelle loro case, sentono i botti assordanti dei fuochi pirotecnici. Questa situazione, assume aspetti simbolici di notevole importanza, e fa pensare alla fragilità dell’uomo, condannato a fare i conti con la natura quando si ribella.
Dopo questa sosta, la processione risale verso la parte alta del paese seguendo un itinerario che nell’ultimo tratto porta sulla via principale del paese. La via Roma viene attraversata lentamente dalla processione, accompagnata passo passo, dal suono della banda musicale che quasi sere intona ‹‹l’Orientale›› fino al rientro in chiesa34. Uno scrosciante applauso accoglie la bellissima statua della Vergine del Rosario e del Flagello. I frati domenicani, insieme al terz’Ordine, intonano nuovamente, come canto di ringraziamento, l’inno alla Madonna del Flagello. Subito dopo i vespri che annunciano l’imminente celebrazione eucaristica. Nel frattempo, il celebrante si appresta a celebrare la Santa Messa con il rito solenne, cantata per dal coro polifonico Dominicus diretto dal maestro Gianfranco Cambareri, che per l’occasione, fa esordire la corale con l’antifona d’ingresso dal titolo ‹‹Lodate Maria››. La chiesa è gremita come nelle grandi occasioni in ogni ordine di posti e di spazio. Nell’omelia il superiore della ‹‹Santa Casa›› di San Domenico in Soriano, padre Ciro Capotosto, commenta: ‹‹Sono due secoli che la Madonna protegge Soriano dalle catastrofi naturali, preghiamo affinché la Madre di Gesù e Madre nostra sia sempre vicino a noi e protegga questo territorio››. Le tante comunioni di ragazzi, giovani, adulti e anziani, testimoniano lo spirito di preghiera che caratterizza il comportamento degli abitanti del luogo, specie dopo i giorni di maltempo che hanno flagellato tutta la Calabria. Una regione quasi sempre martoriata dalle alluvioni, in quanto predisposta a rischi di dissesto idrogeologico, oltre che di natura sismica. Prima della benedizione finale, il coro polifonico Dominicus, ha intonato sub Tuum presidium, l’atto di affidamento alla Vergine Santissima.
Terminata la messa vespertina, che conclude questa giornata commemorativa, i fedeli serenamente fanno ritorno alle loro case felici di aver partecipato ad una festa, che non è certamente sfarzosa sul piano dei festeggiamenti civili, ma che più di tante altre tocca il cuore e l’animo di quanti ne comprendono il vero significato. Un rito, che rinnova il senso di appartenenza, poiché lega i sorianesi veraci alle consuetudini religiose liturgiche e paraliturgiche, tramandate dagli antenati nella speranza di essere imitati dai posteri35. Tutto ciò ha come scopo precipuo, il tentativo di recuperare i tratti essenziali della storia dell’antico borgo al fine di ricostruire un’identità precisa, che date le trasformazioni post-moderne, rischia di sbiadire lentamente, anche se in molti si fa sentire quell’esigenza di interrogarsi sul senso dell’oggi. Le fotografie che i congregati hanno recuperato dal passato attraverso un’attenta ricerca, sono il segno di continuità col presente e manifestano lo spirito della missione a cui la Confraternita del Rosario è chiamata nell’affidare il testimone alle giovani generazioni protagoniste un domani di quella strategia del ricordo e della commemorazione che investe tutto il popolo sorianese36. Di qui, lo sguardo rivolto alla Vergine e alle magnifiche rovine rievoca i tragici eventi e il senso di finitudine che in tali situazioni avvolge l’animo umano37.
Da questi tratti significativi, emerge l’istantanea di una società caratterizzata da espressioni vive e colorite, di una realtà intrisa di memorie e di ricordi legati al sacro. Immagini che offrono un quadro armonioso quasi iperreale di un paese protagonista sul piano religioso e sociale di una serie di simboli custoditi con l’autentica testimonianza di quanti partecipano con devozione. Riti che sfidano il tempo, anzi lo fermano e a volte lo trasformano all’insegna di quei valori rappresentati da quella pietà popolare che rende viva e rinnova quell’eterna esigenza umana di stabilire un contatto e un rapporto diretto con la divinità. Nasce da qui, forse in maniera un po’ inconscia e melanconica, la necessità di un confronto tra passato e presente, che certamente sul piano pratico riguarda l’atteggiamento e l’approccio popolare con la fede rappresentata dalla tradizione. Un’eticità legata ai simboli e ai riti che stabiliscono un filo conduttore che riconduce alla cultura cattolico- cristiana. Ecco perché coloro che si sentono legati alla storia di Soriano comprendono come accanto alla caducità della vita, i gesti, le fogge, i canti e le preghiere non sono altro che la proiezione umana verso un mondo altro, ossia spirituale, rispetto a quello materiale che scandisce il ritmo quotidiano della vita.
All’interno della mostra fotografica allestita in occasione della Pasqua del 2005 dalla Confraternita, alcune immagini parlano da sole, fanno capire come la parola alla pietà popolare, assume una valenza degna di attenzione, poiché incarna quella speranza umana di ricevere affetto e protezione dal divino, in questo caso dalla Madonna del Rosario e del Flagello, ma nello stesso tempo l’entusiasmo e la voglia di spendersi per contribuire al miglioramento della società che rappresenta l’ambiente privilegiato di un piccolo borgo che si identifica in un microcosmo. Un rapporto caratterizzato sul piano concreto e materiale con tutto ciò che attiene alla sfera dell’umano. Francesco Faeta sottolinea il senso di quell’autentica interpretazione relativa al cammino degli antenati e ai rituali popolari di rifondazione territoriale: «Le società arcaiche e tradizionali concepiscono il mondo circostante come un microcosmo […] La distruzione di un ordine stabilito, l’abolizione di un’immagine archetipa, equivaleva ad una regressione al caos» e ancora: «Comporre l’immagine della regione in cui è posta la propria dimora, in rapporto all’altro e all’altrove, disegnare un territorio, lo spazio a esso sovrastante, quello, misterioso e profondo, stratificato e concavo, sottostante, tracciare le strade che consentono la comunicazione orizzontale e verticale e organizzare in essi che permettono lo scambio, realistico e simbolico, tra diversi livelli e lungo differenti assi, appaiono operazioni imprescindibili ai
fini del mantenimento della presenza individuale e collettiva, premessa di ogni attività plasmatrice»38.
La Confraternita nel Mezzogiorno e, a Soriano in particolare, ha svolto un ruolo efficace sia dal punto di vista devozionale, sia dal punto di vista sociale. Oggi come ieri aderiscono alla confraternita persone di varia estrazione sociale: artigiani, imprenditori, borghesi, operai, professionisti vari, ma soprattutto gente umile e laboriosa con un grande bagaglio di umanità, gente sempre attenta al rispetto e al valore delle tradizioni locali che incidono nell’animo del microcosmo sorianese animato da questa appartenenza che si manifesta nel linguaggio relativo all’autorappresentazione reale in carne ed ossa all’interno di un contesto di immagini che si riappropria del passato per mantenere vivo il presente.

REFERENZE E NOTE
APEA. Asociación Profesional Extremeña de Antropología. Testo di Martino Michele Battaglia
http://dialnet.unirioja.es/descarga/articulo/3702893.pdf

Museo MuMar

Museo dei Marmi - MuMar
interno Museo dei Marmi – MuMar

Il Museo civico dei Marmi (MuMar) nasce dall’idea di riunire le opere superstiti del terribile terremoto del 1783 con l’intento di garantirne un discorso organico e cronologico. La bellezza e la ricchezza artistica del MuMar derivano dall’eccezionale connubio tra il luogo in cui si sviluppavano refettorio e cucina, all’interno di uno dei chiostri dell’antico convento, con il materiale lapideo conservato, solo marmi, di quelli che sono stati gli impianti decorativi che hanno arricchito l’antica chiesa. La struttura museale è divisa in diverse sezioni ciascuna delle quali ospita brani scultorei tematici, accuratamente restaurati. Di particolare pregio la Testa di Santa Caterina da Siena, in marmo di Carrara, è attribuita quasi sicuramente alla mano di Gian Lorenzo Bernini. Per visite, rivolgersi agli uffici comunali

interno Museo dei Marmi - MuMar
interno Museo dei Marmi – MuMar
interno Museo dei Marmi - MuMar
interno Museo dei Marmi – MuMar

San Domenico Soriano a Napoli

CENNI STORICI
San Domenico Soriano è una Chiesa del 1500 di stile barocco, situata nel quartiere Avvocata; questo quartiere prese il nome da una piccola Chiesa col convento dei Carmelitani in cui si venerava appunto S. Maria Avvocata dei poveri, situata oggi in via G. Brombeis. Essa fu la prima Parrocchia del Quartiere, trasferita poi, nel 1806 nella Chiesa dei Domenicani, provenienti da Soriano Calabro, in Piazza Dante 82. Questi Padri, all’inizio del 1600, avevano fondato un convento e una chiesa per il culto a San Domenico. Per tale motivo diventò la Parrocchia di Santa Maria Avvocata in San Domenico Soriano.
La Chiesa è a tre entrate sulla Piazza e all’interno è formata da tre navate, a croce latina, attraversata da un transetto sotto la cupola, un tempo con gli affreschi di Mattia Preti e termina nel fondo con un catino, dove era situato il coro dei monaci Domenicani, ma oggi abbraccia l’organo a canne e i mobili dell’antica sacrestia.
La Chiesa di S. Domenico Soriano è situata in Piazza Dante che ha oggi un assetto più adatto ai tempi e pur conservando la forma di emiciclo, ha dato sito alla metropolitana, insieme alla statua di Dante Alighieri, già presente nella precedente fattura.
REFERENZE

http://www.domenicosorianona.it

ORIGINE MOSTACCIOLI

I mostaccioli sinonimi di “mastazzola”, “mustazzoli” o “nzudde”, sono biscotti duri, compatti, pesanti, delle forme più svariate, decorati da carta stagnola colorata.
Cinquanta le forme tradizionali più diffuse volgarmente note come “a parma” “u panaru”, “a grasta”, “u cori”, “u pisci spada”, “a sirena”, ossia la palma, il paniere, la pianta, il cuor, il pesce spada e la sirena e poi tutte quelle che pensate dalla fantasia degli artisti vengono create e forgiate in un momento nel laboratorio.
Per aver un’idea di cosa siano i mostaccioli si sfogli il Vocabolario del dialetto calabrese (1977) di Luigi Accattatis che alla voce “Mustazzuòlu o mostacciolo” riporta la definizione di : “dolce introdotto dagli arabi e che si fa di fior di farina impastata con miele o con vino cotto, condito di varie spezie e cotto in forno. Il popolo usa questo specie berlingozzo, più che altre occasioni nei maritaggi”
Pi articolata è la definizione d Giovan Battista Marzano nel Dizionario etimologico (1928): “i mostaccioli sono dolci caserecci fatti con farina, miele, mosto cotto, conditi di droghe, in forma romboidali a pupattoli, panieri e simili; il nome deriva dal latino mustaceus ovvero mustaceum, da mustacea, antica focaccia per nozze preparata mescolando farina, mosto cotto, n condimento grasso, cacio, anice, cotta sopra foglia di lauro” ed infine Gerhard Rohlfs, studioso tedesco, nel Dizionario dialettale delle tre Calabrie (1934) li cataloga come “specie di dolci di farina impastata con miele e mosto cotto”.
In ogni caso incerta è l’origine dei mostaccioli, forse araba anche se il nome deriva dal latino “mustacea”, antica focaccia nuziale o forse magno – greca prima delle cannamele (zucchero di canna) e comunque, quanto tramandato sui mostaccioli circa l’origine, il significato, il senso del prepararli e donarli, è un mirabile intreccio tra storia e leggenda perpetuata negli anni da padre in figlio per generazioni.
La leggenda ne affida, infatti, la diffusione ad un monaco misterioso, apparso all’improvviso e sparito nel nulla, che li avrebbe offerti generosamente ad una popolazione contadina e povera come quella di Soriano.
Su questi dolci animati aveva vegliato a lungo S. Domenico, il cui santuario era meta di pellegrinaggio e di culto, che ne diviene patrono dei mastazzolari e il maestro artigiano viene chiamato “u monacu”.
Per la storia, invece, l’introduzione dei mostaccioli si attribuisce ai monaci certosini del centro di S. Stefano in Bosco vicino Serra S. Bruno e poi ai Domenicani del convento di S. Domenico, sorto nel 1510, che hanno insegnato, sostenuto e promosso tra gli artigiani locali l’arte pasticcera, fiorente tra il ‘600 ed il ‘700 che investiva prima di tutto i monasteri.
Quest’arte e questa manifattura dolciaria estrinseca la sua massima espressione nel corso della festa di S. Domenico, proclamato patrono principale del Regno di Napoli nel 1640, fissata per il 15 settembre.
Quando, però, nel 1653 Soriano venne distrutto da un terremoto, le aspettative taumaturgiche dei fedeli non decaddero e così meta di pellegrinaggio e di venerazione divenne S. Rocco del vicino santuario di Gerocarne; qui ancora oggi, come allora, a chiusura della festa del patrono che si celebra il 16 agosto si svolge un coinvolgente rito cristiano che vede i mostaccioli donati dai miracolati, acquistati all’incanto in un’asta pubblica e il cui incasso è devoluto per opere pie e per beneficenza.

Le Forme: Molte sono le forme riprodotte dai mastazzolari e tante le idee che vengono trasformate in immagini fantastiche.
Le forme tradizionali si possono enucleare in gruppi di animali, forme libere, figure religiose ed umane ed ex voto.
Una collezione delle forme classiche di questi speciali biscotti è raccolta presso il Museo di Palmi, il Museo nazionale delle arti e mestieri di Roma e trentasei forme sono state fotografate e custodite presso il Centro Culturale del folklore e delle tradizioni popolari di Soriano. Qui si conserva pure un presepe realizzato con tutti i personaggi di pasta dolce, recentemente presentato presso la Mostra d’Oltremare a Napoli.

Oltre i mostaccioli: I mostaccioli e i biscotti mandorlati rappresentano l’emblema di Soriano, nel tempo, però, la gamma produttiva si è arricchita e sono state affiancate altre prelibatezze e prodotti dolciari come susumelle, torroni di arachidi e mandorle insieme ad una vasta biscottiera a base di tozzetti, anicini e cantuccini. I mastaccioli sono individuati dalle forme artistiche, di consistenza dura, belli da vedere e regalare. Si acquistano prima di tutto per simbolo e poi si consumano dopo averli fatti intenerire per un po’ di tempo.
Per quanto artisticamente belli, qualcuno preferisce non consumarli ma averli come ricordo e usa laccarli con una sottile patina di vernice trasparente.
I biscotti, dal classico pacco avvolto nelle veline, sono soprattutto buoni da mangiare, molto apprezzati per il gusto e la morbidezza, sono ottenuti da un impasto di farina, miele, mandorle, bicarbonato, aromi, cannella, chiodi di garofano e buccia di limone.
L’impasto lievitato che si ammorbidisce con il tempo assorbendo umidità e l’arricchimento con mandorle ed aromi, rendono i biscotti graditi e ricercati da consumare a colazione come pure da dessert.
I biscotti mandorlati hanno una forma standardizzata, a grosse fette, sono prodotti integralmente da una completa linea di lavorazione e l’unica fase, talune volte manuale, è il taglio o l’impacchettamento nelle caratteristiche carte veline.
Le aziende innovative sono però dotate di taglierina e confezionatrice che consegna i biscotti posti su di un vassoio in plastica avvolti in cellophane termosaldato.
Talora il pacco dei biscotti viene anche personalizzato con nastri colorati, etichettato e completato di descrizione sugli ingredienti e con le eventuali indicazioni conformi alle norme Haccp del D.L.155\26\5\97.
Le altre specialità dolciarie sono, come susumelle e torroni, sono classici del periodo natalizio.
Per i torroni si usa impastare a caldo miele di arancio e arachide o mandorle, poi tutto ben amalgamato e lavorato sul marmo è tagliato con una lama a piccoli pezzi. Si passa successivamente alla copertura del cioccolato spalmato meccanicamente, l’incarto invece è a mano uno per uno.
L’esecuzione descritta caratterizza il metodo artigianale di lavoro: piccoli quantitativi, scelta della materia prima e soprattutto la qualità della stessa, infatti quasi abbandonando la produzione dei torroni di arachidi e surrogato di cacao, si va verso il mandorlato, con copertura a base di cioccolato di prima scelta, che proprio per bontà, squisitezza e morbidezza trova un ottimistico riscontro tra i consumatori più ricercati.
La stessa filosofia è applicata alla produzione di susumelle, tutte piccole partite, con scelta degli ingredienti tutti freschi e non succedanei.
La nuova linea produttiva che affianca la tradizionale è costituita da una biscottiera che propone biscotti all’anice, tozzetti alle mandorle e cantuccini. Creata per differenziare l’assortimento per soddisfare un segmento dolciario parzialmente espresso, la biscottiera ben si posiziona per conservabilità, gusto e sapidità nell’ambito della pasticceria secca da dessert.
Il volume , infatti, di questo segmento, inesistente 20 anni fa, si assesta oggi intorno ai 1000 quintali a dimostrazione dell’accoglienza favorevole e su larga scala da parte dei consumatori che preferiscono produzioni artigianali, tipiche e ben identificate , alle tante reclamate, confezioni standars di prodotti similari.
Indubbi sono, naturalmente, i vantaggi di questo trend positivo non solo in termini di crescita aziendale e di soddisfazione economica, quanto per l’incremento dell’occupazione e per la migliore utilizzazione delle risorse umane.

 

fonte: http://www.cogalmonteporo.net/GastronomiaVV/ItinenogastrVV/index/Imostaccioli.htm

foto : @copyright  Dolciaria Alessandria – specialità dolciarie Calabresi