I MOSTACCIOLI DI SORIANO CALABRO

Si attendevano con ansia le due, tre fiere annuali che erano occasione di incontro e di scambio, ma anche per comprare la zappa nuova, il maialino da crescere per tutto un anno, tagliole per topi, pioli per piantare, coltelli, trottole di legno ed altri giochi, salvadanai e pignatte di terracotta, padelle e scodelle, catene ed ogni altro tipo di mercanzia necessaria alla vita quotidiana e al lavoro.

Tra le bancarelle, allestite per l’occasione, un posto importante era quello occupato dai cosiddetti mastazzolari di Soriano Calabro che andavano continuamente per fiere e mercati di tutta la regione portandosi appresso una particolarissima cassapanca. Era un contenitore scrigno e quando i mastazzolari aprivano questa cassa scoprivano un vero e proprio tesoro di odori, di profumi di mosto e di miele e colori di ambra ed oro, di lamine policrome di carta argentata rossa, verde e argento, che rifletteva magicamente al sole.

I mostaccioli, questi profumati dolci, originariamente votivi, sono da sempre i protagonisti nelle fiere calabresi. Sono fatte di miele, di farina e di mosto anche se molti, da sempre, affermano che sono completati e lisciati da una patina di saliva. Ma sono solo maldicenze prodotte dall’invidia per un prodotto così buono e che ha, da sempre, una grandissima rilevanza sull’economia locale del vibonese e di Soriano Calabro, area storica di produzione e consumo. I mostaccioli, dicevamo, hanno un’origine votiva e rituale.

Per le loro artistiche raffigurazioni formali, e per i profondi valori culturali, ve ne sono di bellissimi esposti come reliquie presso il Museo del Folclore di Palmi, nel Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma e presso il Centro del Folklore della stessa Soriano.

Il Vocabolario del dialetto calabrese di Luigi Accattatis, alla voce “mustazzuòlu o mostacciolo” riporta la definizione: “dolce introdotto dagli arabi e che si fa di fior di farina impastata con miele o con vino cotto, condito di varie spezie e cotto in forno. Il popolo usa questo specie berlingozzo, più che altre occasioni nei maritaggi”, mentre Giovan Battista Marzano, nel suo Dizionario Etimologico, del 1928, riporta: “i mostaccioli sono dolci casarecci fatti con farina, miele, mosto cotto, conditi con droghe, in forma romboidali a pupattoli, panieri e simili; il nome deriva dal latino mustaceus ovvero mustaceum, da mustacea, antica focaccia per nozze preparata mescolando farina, mosto cotto, un condimento grasso, cacio, anice, cotta sopra foglia di lauro” e, infine, il glottologo tedesco Gerhard Rohlfs, nel suo Dizionario dialettale delle tre Calabrie, del 1934, li cataloga come “specie di dolci di farina impastata con miele e mosto cotto”. In ogni caso incerta è la vera origine dei mostaccioli, forse araba, anche se il nome deriva dal latino “mustacea”.

Una leggenda diffusa a Soriano e dintorni ne affida la diffusione ad un monaco misterioso, apparso all’improvviso e sparito poi nel nulla, che li avrebbe generosamente offerti alla popolazione di Soriano. Per la storia, invece, l’introduzione dei mostaccioli si attribuisce ai monaci certosini della vicina Serra San Bruno e poi, successivamente, intorno al 1500, ai Domenicani del convento di San Domenico, che avrebbero insegnato agli artigiani locali l’arte pasticcera.

In origine i mostaccioli, chiamati in dialetto mastazzola o mustazzoli, dovevano essere utilizzati come ex voto, per grazia ricevuta, come si fa ancora oggi a Filadelfia con i papatuli e a Maierato con i papuni o nella provincia di Reggio Calabria con mostaccioli raffiguranti parti anatomiche del corpo umano e animale o simboli cristiani. Le forme dei mostaccioli, che sono arrivate fino a noi, rappresentano forme antropomorfe, animali e floreali. San Francesco, il santo di Paola, ma anche cuori, donne, pesci, pesci spada, sirene, capre, galli, panieri, palme, elefanti, e bambole, fiori, cavalli e cavalieri, esse barocche e fenditure che circondano simboli arcaici e sessuali. Il mostacciolo a forma di cuore, decorato con strisce di stagnola rossa, simboleggia l’amore e si regalava, un tempo, durante i fidanzamenti, i matrimoni e le altre ricorrenze amorose.

Tipica inoltre era l’usanza dei maestri “mostacciolari” di Soriano Calabro di dare la forma del santo protettore del paese dove i dolci venivano venduti in occasione delle feste patronali, una vera e propria personalizzazione in ambito locale. Un mondo di odori quello dei mostaccioli, ma anche di sapori e di colori, un mondo che si sprigionava dalla cassa dei mastazzolari di Soriano e inondava i paesi in festa e in fiera.

I mostaccioli di Soriano Calabro si ottengono impastando una parte di acqua e tre parti di miele locale, sciolto a bagnomaria, quindi si setaccia la farina che si aggiunge lentamente. Dopo aver fatto riposare l’intera notte, l’impasto si modella a mano e si forgia con particolari coltelli, lavorando su tavoli di legno o di marmo.

Dopo aver modellato nelle varie forme si esegue la cottura nel forno, un tempo alimentato a legna, nel quale si pongono le teglie, “imburrate”, sulle quali si dispongono i mostaccioli. La cottura dura circa venti minuti a 22° gradi, ed il prodotto finito si presenta di consistenza dura, di colore bruno, ambrato, pronto da consumare. I biscotti mostaccioli, quelli avvolti a pacco nelle veline, sono invece più morbidi e sono ottenuti da un impasto di farina, miele, mandorle, bicarbonato, aromi, cannella, chiodi di garofano e buccia di limone. Oggi i mostaccioli sono definiti dolci tradizionali di fattura tipica sorianese, anche se ormai, proprio grazie alle fiere, sono diffusi oltre i confini di Soriano Calabro, in tutta la Calabria ma anche in numerose zone d’Italia e del mondo. Esposti nelle feste patronali e nelle fiere, simboleggiavano, e simboleggiano ancora oggi, la vita e il rispetto per la propria famiglia e per la natura, vere espressioni dei sentimenti spontanei, ingenui e puri, del popolo contadino calabrese.20140617-090631-32791195.jpg

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NOTE E REFERENZE

Tropeamagazine testo di Franco Vallone

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