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Breve Cronostoria sulla Cappella del Rosario del 1896 – Cimitero di Soriano

Articolo di Francesco Schiavello

Nel 1896 fu costruita nel Cimitero di Soriano sotto il Priorato del tempo Sig. Facciolo Giuseppe una Chiesetta a spese della Confraternita del Rosario perchè non esisteva una Chiesa da parte del Governo di allora diretta dall’Ente.

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Antica Chiesa/ Cappella del Rosario 1892

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All’interno della Chiesetta , nelle mura laterali si era pensato di lasciare dei loculi per i fratelli defunti. Una parte di terreno su cui fu costruita la Chiesetta fu generosamente offerta dalla beneficenza della Marchesa Signora Francica.

Allo scopo di far fronte alle spese di manutenzione dei loculi nella Chiesetta l’autorizzazione doveva essere prevenuta da una larga data da versare al Tesoriere che rilasciava una ricevuta e di cui farà menzione a margine del deliberato di concessione indicando data e numero della ricevuta dal bollettario d’incasso.

Questa ricevuta doveva essere conservata oltre che dai parenti del defunto ache dal tesoriere della Confraternita e detta omologazione doveva essere firmata dal Priore o chi ne faceva le veci.

Per vigilare della durata di occupazione di dieci anni dalla morte gli intestatari del defunto dovevano presentare il certificato legale rilasciato dall’ufficio di Stato Civile che rimaneva allegato alla pratica relativa da cui era indicata la data di morte.

Per la concessione di occupare un loculo in seguito alla morte di un fratello, si doveva presentare domanda in carta libera al Governo della Congrega e veniva rilasciata tramite una deliberazione. Tutto veniva scritto in un registro speciale custodito gelosamente e con responsabilità dalla Congrega, e di cui ogni fratello aveva diritto di visione gratuita.

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Contratto tra il Priore Pisani Ferdinando e il muratore Bruni ( pag.01)

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Contratto tra il Priore Pisani Ferdinando e il muratore Bruni ( pag.02)

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Nel 1899 per completare i lavori di muratura il Priore Pisani Ferdinando ha fatto bandire una gara privata fra i vari muratori. La migliore offerta è stata quella del Sig. Bruni per la costruzione della muratura a 12 lire al metro quadro compresa la manodopera.

 

 

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All’interno della Chiesetta si trovava una statua in Argilla della Madonna dell’Immacolata collocata attualmente nel cortile della Nuova Chiesa di San Domenico.

 La Chiesetta del 1892 per disposizione dell’allora Amministrazione comunale è stata demolita per dare spazio alla nuova ed attuale Chiesa.

 Grazie alla Confraternità del Rosario ed a Domenico Margiotta per il materiale.

 

 

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SORIANO CALABRO E CATANZARO UNITE NELL’INCONTRO: “SAN DOMENICO IN TERRA SPAGNOLA”

Organizzato dal CENTRO THEOTOKOS STUDI RELIGIOSITA’ POPOLARE di Catanzaro, si è svolto il 10 settembre scorso, a Soriano calabro (VV), un interessante incontro presso il Santuario di San Domenico, retto dai padri domenicani, che hanno voluto, quest’anno, vivere la ricorrenza dell’evento prodigioso della consegna del miracoloso “ Quadro di San Domenico in Soriano”, ricordando i 75 anni del ritorno dei frati domenicani presso il Santuario. 


Qui erano arrivati, ecco il legame con Catanzaro, grazie a Padre Vincenzo da Catanzaro. Il Centro Theotokos, fondato da Martino Michele Battaglia (Docente di Antropologia Culturale presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Reggio Calabria, e coordinatore del centro) e Anna Rotundo (Docente e Saggista, moderatrice del centro), è una costola del Centro Internacional de Estudios sobre Religiosidad Popular: Semana Santa (Università di Valladolid – Spagna), diretto dal prof. Ponga, ed è un progetto internazionale itinerante di altissimo spessore culturale, un percorso che si gloria di studiare la profondità e la bellezza della religiosità popolare. Hanno portato il loro contributo al convegno Padre Remigio Romano, superiore del Convento, Antonio Punturiero, coordinatore regionale delle confraternite della Calabria, e Antonio Caroleo, presidente dell’Unione diocesana delle Confraternite di Catanzaro-Squillace. Josè Luis Alonso Ponga ha tenuto la sua incantevole lectio magistralis su “San Domenico in terra spagnola”, mentre Rotundo e Battaglia hanno relazionato su come l’arrivo dei frati domenicani in Calabria segnò un profondo cambiamento nell’organizzazione religiosa, sociale e culturale di quasi tutta la Calabria, a partire dal 1401, quando i cenobiti si insediarono stabilmente nella città di Catanzaro. Nel 1510 Fra Vincenzo da Catanzaro, un domenicano di vita pia ed austera, su ispirazione del Santo Padre Domenico, come ci tramandano le antiche cronache, venne a Soriano per fondarvi un convento. Data la scarsezza di mezzi e materiali, chiesa e convento poterono essere costruiti con particolari aiuti della Divina Provvidenza. La piccola comunità di frati che si era stabilita a Soriano visse quasi ignorata fino al 1530. In tale anno, nella notte tra il 14 e il 15 settembre, la Madonna, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria vergine e martire apparvero a fra Lorenzo da Grotteria e gli consegnarono una tela rappresentante San Domenico, con il libro nella mano destra e con il giglio nella mano sinistra, perché la consegnasse al superiore per esporla alla venerazione dei fedeli. Nonostante il prudenziale riservo di quei religiosi, nei fedeli si destò una straordinaria devozione verso il Santo raffigurato nella tela, che sarà chiamata “Il Quadro” per antonomasia. A seguito dell’avvenimento del 15 settembre 1530 la Celeste Immagine di San Domenico in Soriano fu oggetto di grande venerazione e devozione e vennero riconosciuti in tutto il mondo innumerevoli miracoli e grazie che dal XVI secolo si verificarono per intercessione del Santo Fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Purtroppo, dopo il terribile terremoto del 7 febbraio del 1783 le cose, lentamente, cominciarono a cambiare, per un insieme di vicende storiche. Dopo innumerevoli vicissitudini nel 1866 i Frati Domenicani dovettero, per legge del Governo, abbandonare Soriano e il Santuario. Nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, e dopo quasi 80 anni di assenza, i Figli di San Domenico fecero ritorno a Soriano. Il culto e la devozione della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano iniziò un nuovo cammino e, anche oggi si registrano delle grazie particolari nei riguardi di coloro che, in svariate circostanze, invocano con fede sincera l’aiuto di San Domenico o si ungono con l’olio della lampada che, giorno e notte, arde dinanzi al “ Quadro” della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano.  

Cumprunta rito Magico-Sacrale / Buona Pasqua!

Domenica di Pasqua a Soriano ( foto di repertorio)

Vi sono riti che si perpetuano da secoli, caratterizzati da una profonda intensità tramandata nel tempo, simbolo di una cultura che è riuscita a mantenere intatte le proprie peculiarità. Per i sorianesi, la fede nei valori della Chiesa cattolica è anche emozione e sentimento che porta l’uomo a vivere eventi che si ripropongono ciclicamente perché intrisi di amore sacro. Il legame unico che unisce Soriano al rito magico-sacrale della Cumprunta ne è la dimostrazione.  

La Resurrezione di Tiziano / 1520-22

    Cumprunta è l’incontro tra la Vergine del Santissimo Rosario e il Figlio Risorto, in scena Domenica di Pasqua sul corso trapezoidale di via Roma a Soriano Calabro. Demologia, etnostoria, cronaca di un evento, in cui lo spazio geometrico diviene spazio antropologico. Ad essa è legato l’apogeo e il declino del Santuario Domenicano. Caleidoscopio di immagini, umori e sensazioni che oscillano tra il sacro e il profano, passione e devozione verso i simulacri da parte della Confraternita del Rosario e di tutto il popolo sorianese. Storia di un paese rinato dopo l’immane catastrofe del 1783.
Testi di Michele Martino Battaglia

8 agosto – San Domenico di Guzmán

Il fondatore dell’ordine dei domenicani, detti predicatori

Lo spagnolo Domenico di Guzmán, nel 12° secolo, raccolse intorno a sé un gruppo di preti poveri ma istruiti, pronti a spostarsi da una città all’altra per predicare il messaggio cristiano. Egli fondò l’ordine dei predicatori, che nel corso dei secoli ha fornito alla Chiesa numerosi uomini di cultura, impegnati nella lotta contro l’eresia e nello studio della teologia, ossia della riflessione su Dio e sulla fede

 

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La vita

Domenico nacque intorno al 1172 a Caleruega, nel regno spagnolo di Castiglia, da una nobile famiglia della regione. Studiò teologia e divenne sacerdote; per aiutare i poveri vendette persino i propri libri. Nella Francia meridionale incontrò gli eretici catari (eresia), che rifiutavano la divinità di Gesù, la Croce e l’autorità della Chiesa. Riuscì a convertirne alcuni, ma si rese conto che solo sacerdoti istruiti, capaci di spiegare la parola di Dio e la dottrina cristiana e pronti a imitare la vita in povertà di Cristo e degli Apostoli, potevano replicare in modo convincente alle loro critiche.

Negli anni successivi fondò una comunità di preti che vivevano insieme, seguendo la regola di sant’Agostino, sostenuti dalle offerte dei fedeli (per cui erano detti mendicanti): essi si distinguevano dai frati minori di san Francesco per il fatto che studiavano intensamente e predicavano.

Dopo aver ottenuto l’approvazione del papa, Domenico si recò più volte in Spagna e a Bologna, fondando diversi conventi. Morì a Bologna il 6 agosto 1221.

La leggenda

Solo un decennio dopo la sua morte i frati avvertirono l’esigenza di valorizzare la sua figura per giustificare la crescente importanza dell’ordine da lui fondato. Nel 1233 il suo corpo fu trasferito nell’attuale basilica a lui dedicata e l’anno seguente fu canonizzato, ossia proclamato santo dal papa.

A partire da questo periodo vennero redatte anche le Vite del santo, che mescolavano notizie attendibili ed elementi leggendari per proporre ai lettori un preciso modello: san Domenico rappresentava ciò che dovevano essere i suoi frati, impegnati nella predicazione, nello studio e nell’insegnamento della dottrina cristiana e nella lotta all’eresia.

Giordano di Sassonia racconta una sfida tra Domenico e gli eretici: il libro del santo, gettato nelle fiamme, restò miracolosamente intatto, e così fu mostrata davanti a tutti la santità della sua dottrina. Secondo un racconto scritto verso il 1248, il papa avrebbe visto in sogno il santo mentre reggeva sulle proprie spalle la Basilica di S. Giovanni in Laterano che stava per cadere, simbolo della Chiesa minacciata dall’eresia e dalla corruzione dei preti. Il nuovo ordine era quindi chiamato a salvare la Chiesa da queste minacce.

Organizzazione e finalità dell’ordine dei domenicani

Mentre i monaci benedettini rimanevano nei loro monasteri, i frati domenicani, come i francescani, potevano spostarsi da un luogo all’altro secondo le esigenze. Inoltre erano organizzati in modo più democratico: le decisioni venivano prese dal capitolo generale, che comprendeva i rappresentanti di tutti i conventi, e aveva il compito di eleggere ilmaestro, ossia il capo dell’ordine, e di approvare le costituzioni, vale a dire le norme che si aggiungevano alla regola fondamentale, quella di sant’Agostino. I conventi venivano raggruppati in territori chiamati province. L’ordine divenne ben presto molto influente nella Chiesa: i frati insegnarono teologia nelle università e si impegnarono per precisare i punti discussi della dottrina cristiana e per migliorare il livello culturale dei sacerdoti. Secondo una leggenda Domenico iniziò la pratica del rosario, che si diffuse ben presto tra i cristiani e che fu ritenuta un’arma efficace contro l’eresia.

Dopo la morte del santo, i pontefici chiamarono i frati a svolgere anche la funzione di giudici nel nuovo organismo creato per combattere l’eresia, l’Inquisizione. Ancora oggi i domenicani indossano una tonaca bianca con la cappa e un mantello nero con un cappuccio. Nelle opere d’arte Domenico è raffigurato con un libro in mano, che richiama il valore della cultura, e un giglio, che evoca l’ideale della castità e la devozione alla Madonna.

Soriano Calabro – CASA SAN DOMENICO

Nel 1510 Fra Vincenzo da Catanzaro, un domenicano di vita pia ed austera, su ispirazione del Santo Padre Domenico, come ci tramandano le antiche cronache, venne a Soriano per fondarvi un convento. Data la scarsezza di mezzi e materiali, chiesa e convento poterono essere costruiti con particolari aiuti della Divina Provvidenza.  La piccola comunità di frati che si era stabilita a Soriano visse quasi ignorata fino al 1530. In tale anno, nella notte tra il 14 e il 15 settembre, la Madonna, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria vergine e martire apparvero a fra Lorenzo da Grotteria e gli consegnarono una tela rappresentante San Domenico, con il libro nella mano destra e con il giglio nella mano sinistra, perché la consegnasse al superiore per esporla alla venerazione dei fedeli. Nonostante il prudenziale riservo di quei religiosi, nei fedeli si destò una straordinaria devozione verso il Santo raffigurato nella tela, che sarà chiamata “Il Quadro” per antonomasia. A seguito dell’avvenimento del 15 settembre 1530 la Celeste Immagine di San Domenico in Soriano fu oggetto di  grande venerazione e devozione e vennero riconosciuti in tutto il mondo innumerevoli miracoli e grazie che dal XVI secolo si verificarono per intercessione del Santo Fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Purtroppo, dopo il terribile terremoto del 7 febbraio del 1783 le cose, lentamente, cominciarono a cambiare, per un insieme di vicende storiche. Dopo innumerevoli vicissitudini nel 1866 i Frati Domenicani dovettero, per legge del Governo, abbandonare Soriano e il Santuario. Nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, e dopo quasi 80 anni di assenza, i Figli di San Domenico fecero ritorno a Soriano. Il culto e la devozione della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano iniziò un nuovo cammino e, anche oggi, di tanto in tanto, si registrano delle grazie particolari nei riguardi di coloro che, in svariate circostanze, invocano con fede sincera l’aiuto di San Domenico o si ungono con l’olio della lampada che, giorno e notte, arde dinanzi al “ Quadro” della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano.  I frati ivi residenti, promuovono con particolare cura la devozione a S. Domenico, attività culturali e giovanili.

 

 

‘Cripta dei priori’/ Antico Putridarium

SORIANO CALABRO – La “Cripta dei priori”, risalente al XVII secolo e posta sotto la navata dell’antica chiesa dei padri domenicani.

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copyright foto©arch. francesco schiavello – Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale della foto

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 Il sito è detto, appunto, dei “priori”, perché qui venivano collocati dopo morti solo i priori del famoso Convento.

«Si tratta di un interessante “Putridarium”, questo di Soriano, di grandi dimensioni, ad unica ampia volta a botte cui sono presenti tutti gli elementi stilistici, costruttivi e tipologici di un putridarium».

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Lo spazio, inoltre, serviva nei secoli a sistemare i corpi dei morti che affrontavano un lento e costante modificarsi dell’aspetto esteriore, cedendo progressivamente le carni in disfacimento.

I cadaveri dei priori domenicani, vestiti con l’abito e i paramenti monacali, venivano collocati all’interno di nicchie scavate lungo le pareti e seduti su appositi sedili-scolatoi in muratura e pietra.

Ogni seduta era munita di un ampio foro centrale e di un vaso sottostante per il deflusso e la raccolta dei liquidi cadaverici o dei resti in via di decomposizione.

La visione del frate Domenicano Lorenzo dalla Grotteria e gli echi dell’iconografia del miracolo di Soriano in Dalmazia

Andrés Amaya, Apparizione della Vergine ad un domenicano di Soriano, fine XVII sec., Museo Nacional de Escultura, Valladolid

Author: Ivana Čapeta Rakić

Nella notte che precedette l’ottavo giorno dalla nascita della Vergine Maria, 15 settembre dell’anno del Signore 1530, nella chiesa del monastero domenicano di Soriano, il sagrestano, Lorenzo dalla Grotteria, ebbe una visione. Finendo di accendere le candele per il primo servizio mattutino, gli apparvero tre donne poi identificate come la Vergine stessa accompagnata da Maria Maddalena e da santa Caterina d’Alessandria. La piu onorevole delle tre gli consegno il quadro raffigurante san Domenico che ancora oggi viene venerato come miracoloso e non opera della mano d’uomo. La fama dell’immagine miracolosa si diffuse ben presto fuori dai confini del Regno di Napoli e quello siculo arrivando oltre persino a quelli italiani, fino addirittura in Dalmazia. Due sono le direttrici iconografiche fondamentali che hanno accompagnato gli echi del miracolo di Soriano in Dalmazia: una che si basa sulle copie del miracoloso quadro di san Domenico di Soriano e l’altra variante, molto piu frequente, che ha come asse tematico la rappresentazione dell’evento miracoloso in se, ossia la visione da parte del sagrestano Lorenzo dalla Grotteria nella notte in cui ebbe in dono il quadro. Nel presente articolo vengono prese in esame tutte le fonti di rilievo che hanno potuto esercitare una qualche influenza nella diffusione dell’insieme iconografico della visione di Soriano e nella sua ricezione da parte degli esponenti della pittura dalmata.

Two books published in 1621 and 1665 can be considered iconographic sources for the research of the iconographic subject, known in Croatian art history as the Miracle of Soriano. The first, published in Messina, “Raccolta de’ miracoli fatti per l’intercessione di san Domenico, istitutore del sacro ordine de’ Predicatori, con l’occasione d’una sua imagine portata dal cielo in Soriano” was written by the monk Sylvester Frangipane, while the second one, “Cronica del Convento di S. Domenico in Soriano dall Anno 1510 fin´al 1664” was also written by a Dominican monk – Antonino Lembo. In both we find the records of the event which took place during the night preceding the eighth day of the Nativity of the Virgin Mary, September 15th, 1530. Exactly three hours before dawn, as reported by Lembo, sacristan Lorenzo della Grotteria experienced a vision to be envied for. According to the monastery rules, the sacristan headed the same night to the uncompleted church of Saint Dominic in Soriano to lit candles and prepared everything for the morning service. Having lit the candles he saw three women in ceremonial attire, of magnificent looks and indescribable beauty that he stood frozen like a statue. One of them, the most honorable one, asked him about the convent, the church and the possession of images depicting Saint Dominic. The sacristan replied that there is no other saint’s image except the one crudely painted on the wall. And then the woman – Madonna accompanied by St Mary Magdalene and St Catherine of Alexandria – handed him a painting with the image of St Dominic, to take it to the prior of the monastery, Domenico Galiano, and to be placed on the altar. In front of the image made without hands, the miracles started to happen: primarily miracles of healing and deliverance from trouble and evil. But miracles took place also before the reproductions of the original. There are two basic iconographic guidelines of the resonance of the Miracle of Soriano in Dalmatia: one that copies the image not made with hands, a real portrait of Saint Dominic from Soriano, and another, much more common, that represents the miraculous event or the vision of the sacristan Lorenzo della Grotteria. The text analyzes all relevant sources that could affect the dissemination of the iconography of the vision in Soriano and its reception in the examples in Dalmatian paintings.

Godine 1621. i 1665. tiskane su dvije knjige koje možemo smatrati izvorima za istraživanje ikonografske teme, koju u hrvatskoj povijesti umjetnosti poznajemo pod nazivom Čudo u Sorianu. U Messini je najprije tiskana zbirka “Raccolta de’ miracoli fatti per l’intercessione di san Domenico, istitutore del sacro ordine de’ Predicatori, con l’occasione d’una sua imagine portata dal cielo in Soriano” iz pera redovnika Silvestra Frangipanea, a potom godine 1665. “Cronica del Convento di S. Domenico in Soriano dall Anno 1510 fin´al 1664.“ također iz pera jednog dominikanskog redovnika – Antonina Lemba. U objema pronalazimo zapise o događaju što se odvio u noći koja je prethodila osmom danu od Rođenja Djevice Marije, 15. rujna godine gospodnje 1530. Točno tri sata prije zore, kako izvještava Lembo, sakristantu Lorenzu dalla Grotteria dogodilo se viđenje, na kojemu mu treba zavidjeti. Kako je to nalagao običaj samostana sakristant se zaputio za noći u još nedovršenu crkvu sv. Dominika u Sorianu kako bi upalio svijeće i pripremio sve za jutarnju službu gospodnju. Dovršivši paljenje svijeća ugleda u crkvi tri žene u svečanoj odjeći, veličanstvena izgleda i neopisive ljepote zbog čega se ukoči poput statue. Jedna od njih, za koju se uspostavilo da je Najčasnija među njima, upita ga o samostanu, crkvi i posjedovanju slike s prikazom njezina titulara, sv. Dominika. Sakristant odgovori da nemaju druge svečeve slike doli jedne grubo naslikane na zidu (rozzamente dipinta nel muro). Rekavši to žena u viđenju (Bogorodica u pratnji sv. Marije Magdalene i sv. Katarine Aleksandrijske) preda mu sliku s likom sv. Dominika, koju je po njenom nalogu trebao odnijeti prioru samostana, Domenicu Galianu, a potom postaviti na oltar. Pred nerukotvorenom su se slikom odmah počela događati čuda: primarno čuda ozdravljenja i izbavljenja od nevolja i zla. No, čuda se nisu događala samo pred “izvornom“ slikom već i pred onim slikama koje su reproducirale nerukotvorenu sliku sveca. Dvije su osnovne ikonografske smjernice odjeka sorijanskog čuda u Dalmaciji: jedna koja kopira nerukotvorenu sliku, stvarni portret sv. Dominika iz Soriana, i druga, mnogo češća, koja za tematsku okosnicu uzima uprizorenje samog čudesnog događaja, odnosno viđenje sakristanta Lorenza dalla Grotteria u noći primitka slike. U tekstu se analiziraju svi relevantni izvori koji su mogli utjecati na diseminaciju ikonografije sorijanskog viđenja i njenu recepciju na primjerima dalmatinskoga slikarstva.

Soriano e il culto dei Santi Medici Cosma e Damiano

 di Martino Michele Battaglia

Partimmu di tantu luntanu

  San Cosma e Damianu

   La grazia ti cercamu

 

     Cu voli grazii

   Mu vene a Surianu

ca c’è San Cosma e Damianu

 

Vorria sapiri cu vi fici tantu belli

Supa a sta vara tutti dui fratelli

 

  San Cosma e Damianu

  Siti medici  suprani

   e cu cori vi pregamu

  San Cosma e Damianu

 

  Che bella sta jurnata

  Di stari in cumpagnia

  San Cosma e Damianu

  Pregati Iddiu pe’ mia

  Nui di la casa facimmu stu vutu

  San Cosma e Damianu datici aiutu

 

Nui pe’ na grazia venimmu a Surianu

  San Cosma e Damianu

  e tu ci l’hai da fare

  e tu ci l’hai da fare .

 

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Cantavano così  schiere di pellegrini che dal XVIII secolo in poi, giungevano a Soriano per venerare i Santi Medici Cosma e Damiano .

Ancora oggi nei giorni della festa , il 26 e il 27 di settembre di ogni anno, questo canto riporta indietro l’orologio della storia, quando tanta gente dei paesi limitrofi , ma anche da altri posti della penisola, giungeva a Soriano per stare in compagnia dei Santi Medici Cosma e Damiano, che testimoniarono la loro fede in Cristo fino all’estremo sacrificio.

Le poche fonti disponibili sulla vita dei due santi , riferiscono  che  Cosma e Damiano  nacquero in Arabia,  e appartenevano ad una nobile famiglia che professava clandestinamente la religione cristiana. Il padre forse di nome Niceforo, probabilmente morì martire in giovane età, la loro madre  donna molto pia, di nome Teodora(o Teodata),  si occupò della loro educazione. Per ragioni di studio si trasferirono  probabilmente ad Alessandria in Siria, dove appresero  l’arte medica.  In Siria a quel tempo vi erano le scuole più rinomate di Teofrasto e Galeno. La scuola di Galeno, tra l’altro era ben accolta dalla Chiesa per il fatto di considerare il corpo come lo strumento dell’anima  creato da un Ente Supremo. Di qui, i due fratelli  esercitarono a Egea (Aigai in Cilicia, attuale Ayas degli Armeni in Turchia e a Ciro (Cyr o Kiròs) e in Siria come testimoniato dal Vescovo Procopio.  La Cilicia si era convertita ben presto al cristianesimo dopo la predicazione di San Paolo. Alcuni scritti parlano di un farmaco di loro invenzione chiamato Epopira,  ma è noto che essi univano alla cura la preghiera,  si dice infatti  che avevano ricevuto dallo Spirito Santo  il potere di guarire ogni sorta di malattia a uomini e animali. Accresciuto il loro potere taumaturgico in tanti andavano a trovarli per essere guariti e si convertivano al cristianesimo, non a caso molti pagani scelsero liberamente di accettare il credo cristiano dei Santi Medici.   I due fratelli non accettavano mai alcun compenso di qualsiasi natura per i loro servigi, ciò gli valse l’appellativo di Santi Anàrgiri con cui passarono alla storia, che significa  nemici del denaro, dal greco anargyroi. Tuttavia, il libro del Sinassario  della Chiesa di Costantinopoli riferisce che una donna di nome Palladia  , dopo aver speso tutto con i medici, si recò da loro e subito guarì. Offrì allora  un piccolo dono(tre uova) a Damiano che lo accettò non per cupidigia di danaro, ma per non far torto allo zelo e alla buona volontà della donna. Quando Cosma fu al corrente di ciò, profetizzando l’imminente martirio,  ordinò che alla sua morte il suo corpo fosse seppellito lontano da quello del fratello. Il Signore apparve allora a Cosma per scusare Damiano per l’accettazione del dono. Il proconsole romano Lisia, venuto a conoscenza della fama dei due Santi  ordinò che gli fossero portati davanti. Vedendoli di fronte  Lisia chiese quali fossero i loro nomi ed essi risposero : ‹‹I nostri nomi sono Cosma e Damiano e abbiamo altri tre fratelli : Antimo, Leonzio ed Epupreio; la nostra patria è l’Arabia e come cristiani non possediamo ricchezze  ››. Dopo fustigazioni e torture i cinque fratelli subirono il martirio per ordine di Lisia sotto il regno di Diocleziano a Ciro (o forse a Egea),  probabilmente  nel 303,  secondo la pena riservata ai nobili. Con coraggio i Santi Medici diedero testimonianza della loro fede insieme ai loro giovani fratelli pregando per il loro carnefici mentre le loro teste cadevano ad una ad una. L’iconografia riproducendo  la narrazione del momento della loro sepoltura  attesta che mentre alcuni uomini si apprestavano a dare a Damiano sepoltura separata dal fratello un cammello  che si trovava vicino al luogo, parlò e disse :‹‹ Nolite eos separare a sepoltura, quia non sunt separati a merito ››. Teodoreto  li definì illustri atleti e generosi martiri. Papa Felice IV fece costruire a Roma una grande basilica in loro onore, e pare che il 27 settembre sia il giorno commemorativo della basilica e non la data del martirio. Infatti, a causa di tale incertezza sul giorno del Martirio, la Chiesa ha trasferito il giorno della festa dei Santi Medici al 26 settembre. La tradizione asiatica festeggiava i due santi il primo giorno di Novembre, quella romana il primo luglio e quella arabica il 17 ottobre. Molte chiese sorsero e furono dedicate ai Santi Cosma e Damiano, nei secoli IV e V, in Panfilia, in Cappadocia, a Edessa e a Costantinopoli dove furono erette quattro basiliche in loro onore. Di esse ebbe grande risonanza in tutto l’oriente, per la magnificenza dei loro ornamenti, quella fatta costruire  dall’imperatore Giustiniano nel 571 sulle loro tombe, dopo essere guarito per loro intercessione. In questa basilica divenuta santuario nazionale, numerosi ammalati si recavano per impetrare la guarigione dai loro mali, praticando il rito della ‹‹incubazione››. Perciò i malati passavano la notte in chiesa addormentandosi, e durante il sonno i Santi venivano a curarli, facendo un’operazione chirurgica, i cui effetti si notavano subito il giorno dopo, se era necessario, oppure applicando un impacco a base di olio e cera, o in definitiva suggerendo rimedi a volte molto strani.  Sotto il pontificato di San Gregorio Magno  le reliquie dei cinque Santi martiri furono traslate dalla città di Ciro a Roma nella basilica a loro dedicata da papa Felice IV. In questa basilica lavorava un diacono di nome Giustiniano che aveva la gamba destra divorata da un cancro. Una notte mentre dormiva  accanto all’altare dove si trovavano le reliquie dei Santi martiri, gli apparvero in sogno i due santi Medici con unguenti e strumenti chirurgici. Pare che Cosma abbia chiesto a Damiano dove poter recuperare una gamba di ricambio e Damiano abbia risposto che nel cimitero di San Pietro in Vicoli si trovava il cadavere di un uomo di colore  etiope da poco seppellito. Di qui a seguire il racconto, i due Santi si recarono al cimitero e amputarono la gamba all’etiope  e sostituirono la gamba corrosa del povero diacono che al risveglio non sentiva più dolore e si accorse di avere una gamba nuova più scura dell’altra. Tornando a casa il diacono raccontò il miracolo a tutti così in tutto il mondo i divini fratelli, risanatori del male, furono  da allora designati patroni dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti e invocati come protettori degli ospedali. Il culto dei Santi Medici nel tempo, si è propagato in tutta Europa e si è radicato in tutte le regioni italiane. Infatti, i crani dei Santi vennero traslati da Roma a Brema nel X secolo : nel 1581 la figlia dell’imperatore Carlo V, Maria ,  li donò alla chiesa delle clarisse del convento di Madrid. Tuttavia, le stesse reliquie sono venerate anche nella chiesa di San Michele Arcangelo a Monaco di Baviera dove secondo un’epigrafe furono poste nel XV secolo. Le prime notizie invece sulla reliquia custodita  a Bitonto è del 1572 secondo la data di svolgimento della visita pastorale di mons. Musso. La venerazione ai Santi Cosma e Damiano si diffuse rapidamente non solo nel Lazio, ma in tutta la penisola. In Toscana la famiglia dei Medici verso la metà del 1400  li elesse propri patroni, facendoli oggetto di culto  e commissionando al Beato Angelico  alcune tele con gli episodi relativi ad alcuni episodi della loro vita e ad alcuni prodigi compiuti dopo la loro morte. Tra le tele spiccano la pala di San Vincenzo di Annalena, commissionata da Cosimo per Annalena Malatesta, ttra il 1430 e il 1440, la pala di San Marco , di qualche anno posteriore,  in cui è rappresentata la scena del trapianto della gamba nera, tema ripreso in seguito da tanti altri artisti, e la scena del cammello che parla al momento della sepoltura dei due fratelli. La nascita dei trapianti risale quindi proprio al terzo secolo d. C. quando si verificò il miracolo del primo trapianto di arti nella storia della medicina, di gran lunga in anticipo   rispetto a quando nel  1902  il chirurgo francese, Alexis  Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912, mise a punto la tecnica di anastomosi vascolare, in grado di suturare fra loro i vasi sanguigni. Si sa, che grazie a questa tecnica furono compiuti i primi esperimenti sui trapianti di organi nella scienza medica moderna,  anche se la figura dei Santi Medici resta un punto di riferimento nel campo medico-scientifico. A loro sono dedicati seminari e convegni come in Puglia dove in occasione della loro festa si radunano  medici, donatori di organi, donatori di sangue, trapiantati e pazienti in attesa di trapianto di organo. Il culto dei Santi Medici è radicato  in particolare al Sud della penisola. La devozione , attestata nel Medioevo, ha ripreso uno slancio ulteriore  in epoca moderna per il fatto di rispondere alle ansie legate alla precarietà dell’esistenza.

A Soriano  c’è una statua di pregevole valore artistico, opera del rinomato scultore serrese, Vincenzo Zaffino, che la scolpì agli inizi del XVIII secolo su committenza della famiglia Grillo di Soriano, che successivamente la diede in dono alla chiesa Matrice dedicata a San Martino Vescovo di Tours. Gli anziani infatti, raccontano ancora, che negli anni trenta, durante la festa dei  Santi Medici,  l’erede del simulacro della famiglia Grillo, il signor Raffaele, falegname, protestò vivacemente nei confronti del parroco di allora, l’arciprete Domenico Bartone, chiedendo la restituzione del gruppo statuario. Al passaggio della processione chiese all’arciprete Bartone dove stessero portando i suoi Santi, intimando di lasciarli davanti alla sua abitazione. Il parroco ignorò le minacce facendo proseguire il corteo processionale, quando il signor Raffaele uscì dall’officina del fratello Francesco, impugnando una grossa mazza con cui colpì rabbiosamente la base del simulacro. Le due splendide sculture miracolosamente non subirono il minimo danno tra lo stupore dei presenti che fermarono subito il contestatore. Il signor Raffaele Grillo, a detta della moglie, compì questo gesto estremo per  affermare un suo diritto, e cioè, la restituzione del simulacro dei Santi Medici. Altro aspetto riprovevole riguarda il furto dei due piccoli vasi dell’antica spezieria del santuario domenicano che uno dei due santi teneva  presso di se sopra una specie di portaoggetti in legno dove erano predisposti i ferri chirurgici utilizzati dai due fratelli per i loro interventi. Spesso si sente dire che i Santi Medici si sono serviti di questo simulacro, che accomuna i due fratelli come protesi in un atto di amore verso gli ultimi, operare prodigi e risolvere casi disperati, questo è certamente il motivo di tanta devozione da parte dei fedeli. Quasi tutti i miracolati raccontano di aver sognato, a volte in coma, o nei momenti difficili della loro malattia, uno di loro che, col volto sorridente, che li incoraggiava a non preoccuparsi assicurando loro la guarigione, chiedendo in cambio di venire nella loro casa di Soriano per ringraziarli di persona. Il gruppo statuario dei Santi Medici, è stato recentemente restaurato su iniziativa del parroco don Pino Sergio  dal maestro Saverio Scigliano che ha riportato le due splendide sculture allo stato originale per essere  nuovamente venerate e ammirate per la loro bellezza artistica dai fedeli. Sulla figura carismatica dei due Santi don Pino Sergio afferma: ‹‹Questa attenzione ai malati è pure uno strumento  efficacissimo di apostolato  cristiano. È appunto l’opera di proselitismo costa il martirio ai due fratelli martirizzati con altri cristiani››. Tanta gente continua ad affidarsi ai Santi Medici per cercare di superare le difficoltà della vita, perciò molti pellegrini giungono a Soriano, dove un tempo vi era una grande festa in onore dei due Santi martiri cristiani. Gli ex-voto davanti al simulacro dei Santi Medici Cosma e Damiano di Soriano, rappresentano una ‹‹grandiosa ierofania››, che nega la morte per affermare la vita attraverso la speranza messa in scena da quella ‹‹strategia del desiderio›› che arretra dinanzi al pericolo della nullificazione in prospettiva della vita eterna promessa da Cristo.

Martino Michele Battaglia

CULTURA. San Domenico in Soriano-485° Anniversario della Calata del «Quadro»

CULTURA. San Domenico in Soriano-485° Anniversario della Calata del «Quadro» Martino Michele Battaglia 

«Contea fu già questa Terra, co’ suoi tre villaggi, S. Basilio, Santa Barbara, e Motta S. Angiolo, de’ Primogeniti de’ Duchi di Nocera Carafi, trattenitori di splendida Corte, e Cavallerizza, oggi estinti. Dalla Regal Camera l’acquistarono i padri qui di S. Domenico nell’anno 1652, per ottantaquattromila ducati. Siede in sito elevato, e discosto per poche miglia dal mare, Nel più basso però posa il Convento, e la Chiesa. Magnifica è questa, ancorché riparata dal grave danno de’ Tremuoti, cui soggiace la Provincia, allargandosi con varie cappelle di fondo, e di architettura moderna, alzando cupola, e cornicione.

  

 Ha luogo nell’altar maggiore, sempre ricco di candelieri, e vasi di argento col paliotto di ricamo, la Sagra Immagine in tela di celeste pennello, si com’è fama, con diversi ornamenti, quasi che sempre vi si celebrasse la festa. Più lampane pur di argento, del continovo l’illuminano, apparendo fra colonne di marmo, sovra il tabernacol di gemme, e alabastri per la Venerabil Eucarestia, sostenuta da una meza figura parimente in argento della Beatissima Vargine: mentre rimangon su le porte laterali del choro, largo di giro, co’ seggi di capriccioso intaglio di noce, le statue di marmo, delle Sante Caterina Vergine e Martire, e Maria Maddalena».

 

Inizia così la descrizione di Soriano e della “Santa Casa” di San Domenico di Giovanni Battista Pacichelli. Il racconto fa parte del diario dei suoi viaggi pubblicato nel volume: Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodici provincie. Nei suoi appunti su Soriano, l’abate decanta oltre all’imponenza del convento con la sua monolitica costruzione, il valore delle ricchezze costituite da innumerevoli opere d’arte, con particolare riferimento alla copiosa biblioteca, apprezzata da diversi storici ed eminenti studiosi che la definirono, a ragione, una delle meraviglie dell’Italia Meridionale. Pacichelli, alla stregua di altri autori (Silvestro Frangipane, Antonino Lembo, Domenico Taccone-Gallucci, Antonino Barilaro) attesta che la fioritura del culto popolare in onore del Santo di Caleruega si affermò definitivamente agli inizi del Seicento. Ciò accadde in virtù della miracolosa Immagine del Santo Patriarca Domenico che, attraverso la cosiddetta «Calata del Quadro», volle trasmigrare il suo spirito a Soriano Calabro. Efficace è a riguardo il pensiero di Jansen che afferma: «il corpo di San Domenico riposa a Bologna, ma il suo spirito è a Soriano».

Per la cronaca, i fatti riportati con specifico riferimento all’apparizione del Quadro miracoloso, risalgono alla fatidica notte tra il 14 e il 15 di settembre, vent’anni dopo la fondazione del Convento (1510). Il monastero fu eretto grazie a padre Vincenzo di Catanzaro O. P., inviato a Soriano dallo stesso San Domenico in persona che gli apparve più volte in visione. Lo storico del Santuario padre Antonino Barilaro O.P. riporta con dovizia di particolari che ci vollero quasi ottant’anni ai fini del riconoscimento ufficiale dei fatti accaduti nel 1530.

 

Scrive Barilaro: «Non è un paradosso; è la storia millenaria della Chiesa di Cristo: la fede del popolo di Dio precede le dotte elucubrazioni dei teologi, la pietà degli umili è guida ai grandi e ai potenti della terra su la giusta via del cielo». Di qui, il culto della Celeste Immagine divenne noto in tutta Europa e persino oltreoceano. La storia delle tre Marie (la Vergine Santissima, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria) che consegnarono la tela a fra Lorenzo da Grotteria è arcinota in tutto il mondo.

 

Diversi artisti, tra cui il Guercino e Francisco De Zurbarán dipinsero la “Visione di Soriano”, per immortalare la consegna della sacra Tela acheropita a fra Lorenzo nel cuore della notte. Una notte, come si evince dai dipinti di questi due grandi e rinomati artisti, che improvvisamente si illuminò, divenne radiosa, squarciando il buio delle tenebre con l’apparizione della Vergine Santissima proprio nella chiesetta dell’Annunciazione, custodita da quei pochi frati, i quali avevano disegnato su un muro un’immagine rozza e quasi sbiadita di San Domenico di Guzmán, titolare del convento e fondatore de loro ordine. Per questo motivo, Martino Campitelli definisce Soriano città mariana, proprio in virtù dell’apparizione di Maria, Vergine e Madre di Dio.

 

Il Quadro miracoloso di San Domenico, da allora in poi, continua a portare a Soriano gente di ogni dove, devoti che giungono a pregare al suo cospetto: pellegrini, cercatori di grazie, teologi e studiosi di arte, antropologia e religione, affascinati da questo prezioso dono elargito dalla Madonna ai sorianesi e a tutto il popolo cristiano. Di fatto, furono i miracoli di San Domenico in Soriano a ratificare l’intervento divino in questo sperduto lembo di Calabria, come attestarono anche i celebri Bollandisti. Lembo, Frangipane, Barilaro, Michele Fortuna O.P. e altri autori, riportano con testimonianze accreditate e riferimenti specifici, i prodigi operati dal Santo persino con le copie della Santa Immagine e con l’olio della lampada che arde dinnanzi ad essa e alle sue copie sparse per le chiese di quasi tutti i continenti.

 

Per quanto riguarda l’imponente struttura architettonica di stile barocco del Santuario di Soriano, va detto, sulla base dei dati storici, che solo dopo il sisma del 1659 il cenobio venne in parte ricostruito e allargato su progetto dell’architetto Bonaventura Presti sulla pianta dell’Escoriale di Madrid. Nello specifico la facciata però fu elaborata sullo stile di quella della chiesa di Sant’Andrea della Valle progettata dal Rainaldi, eretta circa pochi anni prima in Roma. Nello stesso anno (1659) venne anche tracciato il corso dove ancora attualmente avviene la sacra drammatizzazione della Cumprunta e ciò è dimostrato dagli studi dell’architetto sorianese Nazzareno Davolos, che attesta l’importanza della cupola della torre campanaria, simbolo del potere religioso e politico. Il priore del convento assumeva anche il titolo di conte come si evince dal dettato del Pacichelli sopra esposto.

 

Tornando a San Domenico, meravigliosa è la descrizione del Quadro data dal Frangipane: «Il Quadro è stato portato per miracolo a Soriano» e poco oltre «Non vi è sovrabbondanza di colori, ma una schiettissima dipintura rassembrante un uomo formato dalla sua natura, non dall’arte; né comparisce ivi difficoltà tira del pennello, ma una scienza padrona dell’arte che dimostra con un sol tratto aver compiuto quell’opera».

 

Molti si chiedono ancora perché Soriano, perché la Calabria. Ricordiamo, in proposito, che tra i primi seguaci di San Domenico vi fu un certo fra Giovanni di Calabria, presente in San Sisto Vecchio a Roma, nel momento in cui il Santo resuscitò il giovane Napoleone Orsini. Certamente, San Domenico fu in contatto diretto con monaci calabresi al punto che li ebbe come cooperatori nella missione svolta tra il 1220 e il 1221 per evangelizzare l’Italia settentrionale. Non vi è dubbio allora che il Santo spagnolo intendesse visitare quegli eremi e quelle laure sorte in Calabria dove prosperavano lavoro e preghiera.

 

Il suo progetto era di fondare una fucina di apostoli proprio nella nostra regione, a quel tempo, ricca di spiritualità. Le immani fatiche nel Nord dell’Italia stremarono le sue forze al punto che il 6 agosto del 1221 consegnò lo spirito a Dio in quel di Bologna, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor. Nello spirito portava con sé in cielo il bel sogno della Calabria.

 

Scrive ancora Barilaro O.P.: «Era il primo Santo che conservava, anche nella visione beatifica, una certa nostalgia della terra, di quella terra». Da ciò si evince l’intenzione di San Domenico e la nostalgia che egli ebbe della terra di Calabria, dove sarebbe giunto fisicamente se la morte non lo avesse colto dopo l’ennesima missione contro le eresie. Nostalgia che a quanto pare riuscì a colmare quale premio attribuitogli dalla Vergine Santissima, che volle portare la sua Santa Immagine nel Santuario di Soriano, centro di spiritualità e di preghiera.

 

Le invocazioni dei sorianesi dimostrano ancora l’attaccamento nei confronti di San Domenico e soprattutto della Madonna del Rosario, liberatrice del flagello del 1783 che distrusse il più grande santuario dell’Italia Meridionale e la cittadina di Soriano che attorno ad esso aveva trovato sviluppo e protezione. La ricostruzione vede oggi la nuova chiesa del Santuario collocata dove un tempo si ergeva il chiostro del priore, intorno le magnifiche rovine vestigia dei fasti di un tempo ormai andato. Tuttavia, nonostante gli eventi tristi, la fede si ritempra e il culto prosegue a testimonianza di un rapporto indissolubile tra umano e divino che non viene mai meno.

 

Ancora oggi l’impegno della Confraternita di Gesù e Maria del Santissimo Rosario mantiene vive le tradizioni paraliturgiche locali nel segno di una continuità che nei momenti più importanti di queste solenni celebrazioni coinvolge e unisce tutto il popolo sorianese nella fede e nell’amore verso la Chiesa di Cristo e dei suoi santi.

Martino Michele Battaglia

“Contea” di Soriano Calabro

Siamo nel versante tirrenico delle Serre vibonesi, a pochi chilometri da Serra San Bruno e dall’autostrada; siamo a Soriano Calabro, “Centro di cultura e fede irradiante”, come lo ha definito lo storico Gustavo Valente nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria”. Circa la sua origine, taluni studiosi la vogliono fondata da profughi monaci basiliani provenienti dalla Siria o Soria come veniva chiamata a quei tempi questa terra asiatica e da qui il suo toponimo e comunque durante tutto il medioevo fece parte dello Stato di Arena e successivamente feudo dei Carafa di Nocera che l’innalzarono a Contea nel 1505. Ma la grande celebrità, da sempre, a Soriano le deriva dai Domenicani che nel 1495 comprarono questo feudo e nel 1510 vi edificarono il grande convento dell’Ordine dei Predicatori per volontà di Padre Vincenzo da Catanzaro. Da questa data e dopo il rinvenimento dell’achiropita tela di San Domenico attribuita comunque ad un artista del ‘400, Soriano diventa punto di riferimento per credenti, religiosi ed artisti provenienti da ogni parte del mondo ed addirittura alcune città dell’America Latina hanno assunto il toponimo di San Domenico di Soriano come in Perù, Uruguay, Argentina ecc. E non solo, il Convento sorianese fu definito la “Santa Casa” per antonomasia ed anche considerato “l’occhio destro dell’Ordine domenicano”. Attorno al miracoloso quadro, al grande Convento, ai miracoli, e a tutta la storia domenicana di Soriano e dello stesso paese sono arrivate fino a noi moltissime pubblicazioni. Di queste ci piace ricordare: Le “Lodi del Patriarca” di fra’ Pio Vandendyek del 1746, la “Raccolta de’ Miracoli e Grazie operati dall’Immagine del P.S. Domenico di Soriano” di fra’ Silvestro Frangipane del 1621, le” Memorie storiche del Santuario di S. Domenico di Soriano nella Diocesi di Mileto” di G. B. Melloni del 1791 ed inoltre la tante volte citata “Della Calabria Illustrata” di P. Giovanni da Fiore e, ai nostri giorni, gli scritti di P. Antonino Barilaro, Angelo Fatiga, Nicola Provenzano, Tonino Ceravolo e Sharo Gambino. Nei secoli il Convento, come detto prima, diventò feudatario col titolo di Contea ed col possesso della baronia di Pizzoni, Vazzano e Vallelonga e ciò fece crescere non solo le iniziative culturali ma anche le attività produttive che consistevano nel commercio, nell’artigianato e nella piccola industria. Elemento di grande attrazione è stata per molti secoli la ricchissima biblioteca conventuale con la tipografia, la prima nel Meridione, che già dal 1600 cominciò a stampare.Sempre nel Convento era attiva, anche per i bisogni della gente del paese, una artistica spezieria che esponeva i suoi medicamenti nei preziosi vasi del pittore seicentesco Carlantonio Grue della famiglia di Castelli (Teramo). Oggi alcuni di questi vasi sono visibili nel Museo privato dei Cordopatri e nella farmacia Buccarelli di Vibo Valentia. Di certo è che i Domenicani di Soriano non fecero solo preghiera e cultura, anzi. Negli anni difficili e poveri della nostra Calabria rovinata non solo dai tanti dominatori ma anche da carestie e terremoti, il più devastante quello del 1783 che distrusse anche l’antico ed imponente Convento domenicano e la Certosa rinascimentale della vicina Serra San Bruno, i frati di San Domenico di Guzman si attivarono per il rifiorire delle terra e dell’artigianato, edificarono fattorie, mulini e frantoi, accrebbero la manifattura della cera, del sapone, del miele e della terracotta.. Ecco come si giustifica l’intensa industriosità dei Sorianesi di oggi. Come già detto Soriano deve la sua fama alla presenza del Convento fondato nel 1510 da Fra’ Vincenzo da Catanzaro. Distrutto una prima volta dal terremoto del 1659, il monastero fu subito riedificato per volontà del Re di Spagna Filippo IV di Spagna. L’incarico di progettare il nuovo edificio sacro fu affidato dal Vicerè di Napoli il Conte di Pigneranda a Padre Bonaventura Prestri, architetto certosino, che lo disegnò, fatte le debite proporzioni, a somiglianza dell’Escoriale di Madrid, imponente monastero fatto edificare da Filippo II per perpetuare la vittoria di San Quintino.Così il primo convento sorianese occupava una superficie di 23 mila mq. con chiostri attorno alla chiesa a croce latina di cui è ancora viva la facciata dalle sei paraste barocche con voluta ionica ed al centro un imponente portale con quattro grandi nicchie dai timpani semicircolari. All’interno, tra le tante opere d’arte, vi era l’altare maggiore in marmi policromi del maestro Cosimo Fanzaga, lo stesso che impreziosì la Certosa serrese e basti vedere oggi, fra le altre opere, il preziosissimo ciborio sull’altare della chiesa dei Sette Dolori in Serra San Bruno. Nella chiesa sorianese, completata nella sua costruzione nel 1693, fu collocata la miracolosa tela del Santo portoghese che secondo la tradizione apparve il 15 settembre 1530. Questa, scrive Angelo Romeo ( Gazzetta del Sud 5.3.1982), “apparentemente…appare di una semplicità assoluta e disarmante, pur nella sua perfetta fattura, compostezza e profonda interiorità associate all’espressione trascendentale, come se si trattasse dell’opera di un principiante.Ma il valore artistico impareggiabile del dipinto è stato ampiamente dimostrato, anche per l’insuperabile difficoltà d’imitazione – più volte tentata e mai riuscita ad alcuno dei molti talenti che hanno lasciato in convento le loro copie imperfette.

A proposito, esiste un quadro del Guercino nel Duomo di Bolzano ed un altro del Mela in S. Domenico e Sisto a Roma. Dopo un altro terremoto, quello del 1783, nel 1838 fu ricostruito ancora il Convento e la chiesa consacrata il 15 dicembre 1860.Sono tante le opere artistiche custodite nel nuovo sito sacro, ne ricordiamo alcune: l’altorilievo, che custodisce il Quadro, di Alessandro Monteleone; l’altare maggiore del ‘700 barocco donato dai Domenicani della Sicilia nel 19656 e appartenuto alla chiesa del Rosario di Catania distrutta durante l’ultima guerra mondiale; alcune tele seicentesche, un coro ligneo del ‘700, un crocefisso ligneo del sec. XVIII ed inoltre preziosi paramenti sacri, calici, ostensori, reliquari e grandi candelabri settecenteschi provenienti dalla Certosa serrese. Anche fuori del convento domenicano vi sono preziose opere artistiche: una statua di San Martino del ‘600 nella chiesa del Carmine, una scultura lignea dei Santi Cosma e Damiano nella chiesa matrice, la cappella di S. Filippo del ‘600, l’antica chiesetta di S. Francesco ed una fontana granitica a pianta semicircolare situata sulla strada principale del Centro. E a parte San Domenico, di certo Soriano è conosciuta, per davvero, nel mondo per i suoi “mostaccioli” che da secoli ormai non temono le grandi e moderne industrie dolciarie e fanno bella mostra in tutte le feste religiose ed anche nelle Fiere Campionarie con trasferte anche transoceaniche. Ma l’industriosa Soriano non si ferma qui: va forte la lavorazione dei vimini, dei mobili in canne di bambù ed di oggetti in terracotta. E poi come per confermare il suo illustre passato il nostro centro vibonese si impreziosisce di tre biblioteche: quella civica,, quella domenicana “S. Tommaso d’Aquino” che ospita oltre 12.000 preziosi ed antichi volumi ed in ultimo la “Biblioteca Calabrese” presso il “Centro del folcklore e delle tradizioni popolari” nata nel 1981 e che raccoglie tutto ciò che serve per conoscere la Calabria. Scusate se è poco. Infine ci piace ricordarlo, già da un quarto di secolo i sotterranei del Convento ospitano, su 800 mq di superficie, il monumentale Presepe definito giustamente da Angelo Fatica “un inno alla storia”.Al postutto facciamo nostre le parole del già citato e purtroppo sempre attuale A. Romeo che, nel 1982, scriveva:” A Soriano, pur con tutto questo notevole patrimonio artistico e culturale, forse i problemi non sono meno gravi di quelli degli altri centri della comunità calabrese, con l’esodo verso le grandi città in cerca di lavoro e di vita agiata; ma proprio da esso Soriano Calabro potrà attingere per il suo rilancio socio – economico.Il futuro sicuramente dovrà assegnare ai paesi montani, alle campagne, alle periferie un proprio ruolo più di quanto non lo sia oggi.”

Fonte:
http://www.laprovinciakr.it/viaggiando/calabria/soriano.htm

NOTE STORIOGRAFICHE SULL’ANTICA PARROCCHIA DI SAN MARTINO VESCOVO DI TOURS, PATRONO DI SORIANO CALABRO

Soriano Calabro è un piccolo centro dell’entroterra Vibonese, posto alla confluenza dei torrenti ‹‹Cornacchia›› e ‹‹Caridi››, adagiato ai piedi degli ultimi contrafforti che portano verso i falsipiani boscosi dell’appennino serrese. Sulle sue origini sono state avanzate variegate ipotesi, molte delle quali artificiose, scarsamente illuminate da fonti storiche attendibili. Alcuni storici scrivono che il paese si estendeva ai primordi della sua fondazione su una zona denominata ‹‹Santa Maria delli Pagliara››, dove sarebbe sorto il primo agglomerato urbano crogiolo di razze, stirpi e diverse religioni
. Non mancano ipotesi fantasiose, che fanno risalire il primo insediamento addirittura ai tempi dell’impero romano, seguite da ipotesi più verosimili, secondo cui Soriano nasce nell’Alto Medioevo
durante il periodo delle emigrazioni di cristiani orientali nel Sud dell’Italia. È risaputo che fin dai tempi dell’imperatore Giustiniano (527-565), monaci greci e del Medio Oriente erano attratti dalla Calabria, oltre ad essere sollecitati dalla stessa corte imperiale
che intendeva mantenere quelle regioni fedeli a Bisanzio contro le reiterate invasioni di Goti e Longobardi che aspiravano a conquistarle . Ai Goti e ai Longobardi,infatti, è
attribuita la costruzione di una fortificazione (Castello Sant’Angelo) in cima all’abitato dell’attuale Sorianello e l’erezione di una chiesa dedicata a San Nicola di Myra nella
parte bassa del paese.
L’oppressione musulmana, che aveva soggiogato la Siria dopo la caduta di Damasco(635), spinse certamente un nutrito nucleo di profughi siriani nella valle del
Mesima e in particolare su questo lembo di territorio calabrese su cui sarebbe sorta l’antica Soriano, come indica il nome stesso in lingua dialettale ‹‹Surianu››.
Sulla base di queste interpretazioni il borgo viene descritto come abbarbicato col suo nutrito grumo di case, lungo un costone su cui ancora oggi è tracciata la strada contorta che, dalla vallata del fiume Mesima, fra gli ulivi e i castagni, penetra verso i monti delle
Serre . Inoltre è testimoniato dalla tradizione e da qualche rudere ritrovato sulla collina sovrastante l’attuale centro storico, che i monaci di San Basilio, in fuga per le incursioni dei saraceni, avevano edificato una laura con una chiesetta dedicata a Santa Maria degli
Angeli. Molti studiosi locali ritengono che si tratti verosimilmente del primo nucleo originario di Soriano. Lo storico Antonino Barilaro O.P. avvalorando questa tesi scrive: ‹‹la primitiva Soriano sembra appunto sorta attorno al monastero di Santa Maria degli Angeli, posta sul colle che sovrasta l’attuale paese››. La strada in questione collegava
trasversalmente, quasi in linea retta, la regione del Poro con la catena montuosa delle Serre, che si distende lungo la Calabria meridionale fino all’Aspromonte e che Nicola
Provenzano descrive: ‹‹Era una strada per i pecorari ed i mulattieri, per i taglialegna ed i radi commercianti, la strada per i cacciatori che cercavano volpi e cinghiali e lupi nei
fitti boschi montani. Questi i luoghi, quando nell’XI secolo Ruggiero, l’ultimo figlio dello squattrinato Tancredi d’Altavilla, di stirpe normanna, scese in Calabria al richiamo
del fratello maggiore, Roberto il Guiscardo, e che dopo aver conquistato per sé l’estrema punta della Penisola, la Calabria Ulteriore, ne fece la sua Contea e scelse Mileto, un castrum bizantino alle falde del Poro, come capitale››. Sull’etimologia della parola Soriano, oggi come ieri, sono in tanti a dibattere, a volte avanzando tesi alquanto ardite come quella del Barrio che fa derivare il termine Soriano dal greco ‹‹sôreía›› o ‹‹sôrós›› (cumulo, mucchio) . Altri ritengono che la parola Soriano derivi da ‹‹Soria›› o da ‹‹Siria››, ciò sarebbe giustificato dal fatto che un primo
nucleo di profughi stanziati in questo territorio proveniva dalla Siria, come indica il nome ‹‹Surianu›› (in greco Syrianòs)
. Un’altra versione ancora sostiene, invece, che se
la parola Soriano è di origine orientale, siriana, ebraica, semitica, il termine più antico del nome ‹‹Suriano››, variato poi foneticamente in ‹‹Soriano››, nella lingua ebraica, provenga dalla radice ‹‹Sur›› che significa sotto, presso, ciò giustificherebbe il fatto che il paese sorgeva in basso in una vasta pianura che costituirebbe il primo sito di Soriano , così riporta un antico manoscritto custodito presso la curia vescovile di Mileto. Senza dubbio la storia offre ragguagli più dettagliati, grazie ai documenti lasciati dai
normanni, in particolare da Ruggiero Conclubeth, detto il bastardo, figlio del Conte Ruggiero e di Mabilia Conclubeth, a cui il padre conferì la contea di Arena. Possiamo perciò affermare con certezza che la prima chiesa parrocchiale dedicata a San Martino di
Tours venne costruita nel 1070 per volere del Conte Ruggiero, nella parte bassa dell’attuale Soriano come riporta il Campitelli che scrive: ‹‹Da particolar divoto affetto spinto il gran Conte volle al Santo Vescovo di Tours alzar la Chiesa, che ora di San Martino si appella››. Il parroco portava il titolo di ‹‹Arciprete›› e le chiese sorte in
seguito in diversi rioni sparsi sul territorio di Soriano, dedicate rispettivamente a San Giovanni Battista, San Francesco di Paola, San Biagio Vescovo, San Tommaso Apostolo e più tardi San Filippo Neri, dipendevano ed erano soggette a quella di San Martino Vescovo, come principale della terra di basso . Al riguardo, Francesco Faeta
argomenta: ‹‹La Chiesa racchiude i padri fondatori, i Santi, Dio, la piazza, le attività di scambio e di relazione›› ed anche Lombardi Satriani rileva : ‹‹Nello spazio paesano, pur globalmente prescelto e sacralizzato, alcuni luoghi diventano oggetto di specifiche scelte
e di ulteriore carica sacralizzante››.
La devozione a San Martino, ungherese di nascita (336-337 Sabaria-Pannonia, oggi Szombathely in Ungheria) allevato in Italia e vescovo-asceta in Francia , è stata portata a Soriano dai Normanni, all’epoca in cui il Conte Ruggiero dominava da Squillace a Mileto, dando inizio al cominciamento della cosiddetta colonizzazione latino-normanna,
i cui protagonisti oltre al Conte normanno, furono Papa Urbano II e San Bruno di Colonia. San Bruno, secondo la tradizione, testimoniata da una chiesetta ai piedi dell’abitato di Soriano, presso la cosiddetta ‹‹Valle dei Mulini›› (Sorianello) si fermò stanco all’ombra di un ulivo prima di inerpicarsi alle volte delle Serre per fondarvi la Certosa di Santo Stefano del Bosco.I documenti storici riportano, inoltre, che quando i Normanni giunsero in Calabria, in varie zone della regione erano già diffusi diversi conventi basiliani. A questi monasteri e loro monaci dobbiamo le prime innovazioni in campo agricolo e i primi lavori artigianali. Nel raggio di territorio che va da Soriano ad Arena vi erano quattro monasteri basiliani: Santa Maria degli Angeli (Soriano), San Pietro Spina (Ciano di Gerocarne), Sant’Angelo (nelle vicinanze dell’attuale Sant’Angelo di Gerocarne),San
Lorenzo di Arena (presso Dasà). A ciò aggiungiamo che Carlo Felice Crispo nella recensione alla Rationes Decimarum del Vendola che risale al 1940, parla di un quinto monastero basiliano, facendo coincidere ‹‹Santa Maria di Petzuni›› con un monastero
esistente a Pizzoni. A Soriano il convento basiliano era ubicato sulla Collina degli Angeli, ma il più importante monastero dell’ordine era stato eretto a Ciano di Gerocarne,ove a testimonianza di ciò viene ancora oggi venerato San Pietro Spina, monaco
basiliano. La chiesa matrice di Soriano, dedicata a San Martino di Tours eretta nella cosiddetta
terra di basso, su un terrapieno al centro dell’agglomerato urbano, presentava la pianta regolare a navata unica con l’abside circolare sormontata da una cupola ad embrici. In
breve tempo, essa acquistò prestigio e lustro per il rigore morale a cui era ispirata l’attività religiosa e civile dei cappellani che svolgevano con rito solenne le funzioni
liturgiche in occasione delle festività maggiori. Un’antica tradizione vuole che Papa Callisto II, venuto in Calabria nel 1121 per mettere pace tra i normanni in guerra tra loro, passando da Mileto a Catanzaro, consacrò questa chiesa ‹‹arricchendola di tanti
anni di indulgenza quanti grani di miglio eransi contenuti in una larga pala che il pontefice vi rovesciò dentro nel farne la consacrazione›› . Tuttavia all’atto della sua fondazione, la chiesa di San Martino, venne dotata di un patrimonio di ottocento ducati, per volontà del Conte Ruggiero che la fece edificare ventinove anni prima della sua morte avvenuta nel 1099 . Nella Rationes Decimarum Italie leggiamo che il clero della
parrocchia di San Martino di Soriano, nel 1310 pagò per la seconda decima tre tarì alla reverenda camera apostolica,come riporta Francesco Russo nel Regesto Vaticano per la Calabria . Col passare del tempo la parrocchia di San Martino aumentò notevolmente il suo prestigio, grazie ai lasciti e alle donazioni dei fedeli che resero più consistente il suo patrimonio. Nel IV secolo diversi fondi rustici nel territorio di Soriano e nei paesi limitrofi, nei territori di Sorianello, Pizzoni e Gerocarne formavano il cosiddetto beneficio parrocchiale, a cui si aggiunse nel 1783 il beneficio dell’ex parrocchia di Santa Barbara, nel territorio di Pizzoni distrutta dal terremoto proprio in quell’anno. Anche la Chiesa del Carmine, eretta nel rione omonimo probabilmente intorno al 1750, era ed è tuttora
‹‹chiesa suffraganea›› della parrocchia di San Martino Dopo il terremoto del 1783 una nuova chiesa, sempre dedicata a San Martino, venne edificata tra il 1793 e il 1797 in una zona pianeggiante dove prendeva forma il nuovo agglomerato del paese a fronte degli avanzi imponenti dei ruderi del Santuario
Domenicano (crollato il 7 febbraio 1783 in seguito al terribile cataclisma) e in particolare nei pressi del cosiddetto chiostro del priore su cui è stato eretto in seguito il
nuovo Santuario dedicato a San Domenico in Soriano. Fu così che la gente abbandonò
a poco a poco il primitivo largo dei ‹‹pogghjara›› trasferendosi verso la Collina degli Angeli. Luigi Maria Lombardi Satriani, ritiene al riguardo, che stabilirsi in un posto qualsiasi rappresenti una decisione di vitale importanza, in quanto ci si assume la responsabilità di creare il proprio ‹‹mondo››, di mantenerlo e di rinnovarlo
anche attraverso ritualità ricorrenti nel corso dell’anno.
La nuova chiesa di San Martino fu consacrata nel 1798, mentre era in piena attività la prima chiesa dedicata al Santo di Tours, fatta edificare dal Conte Ruggero nell’XI secolo. Questa nuova chiesa eretta in piazza San Giuseppe, al centro del nuovo borgo, venne denominata chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› per distinguerla dall’antica chiesa matrice da allora in poi denominata chiesa di ‹‹San Martino di sotto››. Il vescovo di allora, mons. Enrico Capece Minutolo, assegnò pari dignità alle due chiese, decretando che, il servizio del coro e delle altre funzioni religiose fosse prestato nel corso dell’anno (da novembre ad aprile) nella vecchia chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› e per l’altra metà dell’anno (da maggio a novembre) nella chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› . Il trasferimento in massa dei sorianesi verso il nuovo sito del paese, fece sì che la chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› diventasse periferica rispetto all’omonima chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› che invece si trovò al centro del nuovo abitato. Per questi motivi nel 1850, il vescovo mons. Filippo Mincione elevò con un suo decreto, a chiesa titolare la
nuova chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› assegnandole l’intero servizio del coro e delle altre funzioni della comunità convertendo in chiesa sussidiaria quella di ‹‹San Martino di sotto›› con un solo sacerdote per la cura delle anime.
Per la cronaca, la chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› che aveva resistito al catastrofico terremoto del 1783, fu quasi completamente distrutta dal sisma del 1905. Ad ogni modo, anche se le chiese dedicate a San Martino di Tours erano due, la parrocchia è sempre stata una, pronta ad andare incontro ai bisogni della comunità di Soriano.
Particolarmente significativo in tale contesto è il monito di Antonino Laganà che opportunamente osserva: ‹‹La labilità metafisica del sentimento ha bisogno di essere avvolta e protetta nella dura scorza di una frontalità naturale che non lasci spazio illimitato ai progetti e alle rappresaglie del dominio: solo la forza può contrastare la
forza e il ramo d’olivo non è che simbolo d’impotenza››.
Altro aspetto particolare da segnalare è che alcune statue e alcune tele della vecchia chiesa di ‹‹San Martino di sotto››, tra cui il Cristo risorto e la statua lignea di San Martino, recentemente restaurata dal maestro Saverio Scigliano (datata 1808, a firma di
Domenico De Lorenzo), vennero trasferite nella chiesa del Carmine a cui dopo il terremoto del 1783, fu annessa la parrocchia del borgo agricolo di Santa Barbara vergine
e martire. Gli abitanti del suddetto borgo, scampati alle forti scosse telluriche trovarono rifugio presso il rione Carmine. Tra l’altro dopo il terremoto del 1905 a questa chiesa fu
concesso il privilegio di tenere il fonte battesimale e gli fu affidata provvisoriamente la
cura delle anime dei fedeli di quella che ormai era diventata periferia di Soriano. In seguito però, tali privilegi passarono alla chiesa di ‹‹San Martino di sopra››, poiché rimaneva a tutti gli effetti l’unica chiesa parrocchiale dedicata al Santo di Tours e quindi chiesa matrice. I ruderi dell’antica chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› rimasero in piedi
fino al 1952, quando nel mese di marzo di quell’anno furono demoliti per costruire una
palazzina dell’INA Case. In tal modo venne cancellato il più antico monumento
religioso di Soriano Calabro, che rappresentava uno dei pochi esempi di arte normanna
in Calabria, a testimonianza del fatto che l’ignoranza di chi amministra non conosce
epoca, né confini. A ciò aggiungiamo rapportandoci per sommi capi a Francesco Faeta,
che i simboli ‹‹pervasi da un’identità iperpotente cui offrono corpo e storia, manifestano
in modo più facile ed eclatante la loro essenza››L’attuale chiesa matrice dedicata a San Martino, restaurata recentemente dall’equipe
dei maestri del colore, Mazza e Dimasi di Mileto, è la terza chiesa eretta in suo onore,
edificata nel 1930 sulle rovine della chiesa precedente, lesionata gravemente dal
terremoto del 1908. Lo stile è neoclassico con facciata ornata da paraste e cornici con
fastigio a cuspide in cui è inserito lo stemma del Santo. All’ingresso principale si accede
tramite una gradinata trilaterale in pietra granitica. L’interno a croce latina è
caratterizzato da tre navate, una centrale e due laterali, separate da pilastri quadrangolari
sormontati da capitelli. Sull’arco a tutto sesto della navata centrale due angeli reggono un cartiglio con la scritta: Jesum Christum Regem Regnum venite ad oremus. Il soffitto
piano è dipinto con finti rilievi decorativi. Dei tre altari, i due laterali, datati 1932,
pressoché identici, posti nei transetti, sono in marmo bianco con tarsie policrome.
Sull’altare maggiore, eredità della chiesa preesistente, con i portali laterali in marmo,
grande interesse riveste il tabernacolo con i suoi bassorilievi che rappresentano la vite e i
tralci. In alto, nell’ancona barocca in legno, troneggia una imponente statua lignea di
San Martino. Si tratta di una scultura probabilmente del XVII secolo, di autore ignoto.
Su questo simulacro, in passato, a detta di molti anziani, non sono mancate accese
controversie, in quanto esso rappresenterebbe San Nicola di Myra.

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Le dispute tra fedeli in passato, si accendevano proprio l’11 novembre giornom dedicato al santo. Per la cronaca, si dice, che nel 1931 quando furono ultimati i lavori
della nuova chiesa matrice, l’arciprete Bartone, desiderava che gli venisse consegnato il
simulacro originale del Santo patrono, un tempo custodito nella cosiddetta ‹‹chiesa di
San Martino di sotto››, e successivamente trasferito temporaneamente, a causa della
distruzione subita da quella chiesa dal sisma del 1905
, presso la chiesa del Carmine
che fungeva anche da chiesa parrocchiale, in quanto anche la ‹‹chiesa di San Martino di
sopra›› era stata distrutta dallo stesso sisma. Il sacerdote che amministrava il culto
presso la chiesa del Carmelo, don Vincenzo Facciolo, istigato dai carmelitani agguerriti
rifiutò di consegnare la statua in questione. Vi fu addirittura uno scontro a muso duro
tra i due sacerdoti, ma il simulacro rimase al Carmine e non venne concesso dai
carmelitani al parroco neanche per la festa, per timore che non fosse più restituito. Di
fronte a questo oltraggio, il parroco, non potendo ottenere la restituzione della statua
agognata per metterla definitivamente a dimora nell’ancona vuota al centro dell’altare
maggiore, optò per una soluzione diversa. Costretto a fare di necessità virtù, si rivolse
alla famiglia Bruni, a cui era legato da lontani vincoli parentali, per chiedere la
bellissima statua di San Nicola di Myra, custodita in una delle stanze del loro palazzo in
piazza San Giuseppe. Da quel momento, il simulacro di San Nicola per volere del parroco divenne il simulacro di San Martino, anche perché le due statue erano molto
somiglianti. Don Francesco Bevilacqua vice-parroco a quel tempo, a cui nel 1956,
dopo la morte di don Facciolo, venne affidata la cura delle anime presso la chiesa del
Carmine, riuscì a rimettere ordine risanando la spaccatura durata circa venticinque anni.
Una frattura insanabile nata a causa del possesso di quella statua a cui tanti sorianesi
erano, e sono tuttora affezionati , tra gli abitanti del borgo di Soriano di sopra che
facevano capo alla chiesa matrice, e i cosiddetti ‹‹giarrari››, abitanti del rione Carmine
che facevano capo all’omonima chiesa. Alcuni carmelitani, si rifiutavano di accettare
che quella fosse la nuova chiesa parrocchiale, diffondendo in giro la voce, che si trattava
della chiesa dei Santi Medici Cosma e Damiano, in quanto il simulacro non era più
custodito dalla famiglia Grillo, committente dell’opera nel 1823, ma era stato messo
definitivamente a dimora nella chiesa matrice. Il messaggio forte e chiaro alla
popolazione locale, intendeva dire che essendo il simulacro originale di San Martino
custodito al Carmine, quella era la sua chiesa e quindi parrocchia
32
.
Le cose però non andarono come i carmelitani avevano previsto, anzi don Bevilacqua, riuscì a mettere pace tra i due rioni e anche a farsi concedere il simulacro del santo
patrono per la novena e la festa (come avviene anche oggi) con il patto però di restituirlo
all’indomani, al termine dei festeggiamenti alla chiesa del Carmine. Oltre a questo fatto,
tipico del folklore sorianese, è noto che tanti sono i proverbi, le poesie (compresa quella
del Carducci) e le leggende fiorite attorno alla figura di San Martino, divenuto popolare
per il gesto mitico avvenuto secondo i biografi nell’inverno del 353 d. C., che lo
raffigura nelle innumerevoli icone con la spada nell’atto di dividere la sua clamide con
la spada per prestare soccorso al povero infreddolito sulla porta di Amiens
33
.
Ciò dimostra come l’iconicità fonda il proprio carattere semiotico per l’osservatore
umano
34
. Non a caso, sembra alquanto verosimile invece, l’ipotesi di mons. Domenico
Tarcisio Cortese, vescovo emerito di Mileto, che nel corso di una seguitissima omelia
tenuta nella chiesa matrice di Soriano, in occasione della festa del santo patrono, osservò
che il santo invece di tagliare in due il mantello, incise probabilmente la cucitura della
spessa clamide, facendo in modo da ottenere due mantelli sufficienti a coprire e
proteggere dal freddo sia lui che il poverello, che evitava così di morire assiderato.Nell’agiografia del santo della Pontificia Università Lateranense è scritto infatti, che
Martino di fronte al mendicante seminudo ‹‹non avendo più danari, prese la spada, tagliò
in due la propria clamide (ne staccò, cioè, la fodera di pelliccia) e ne donò la metà al
povero››
35
. Ecco perché va detto, che molte di queste leggende sono frutto di una
tradizione popolare che non ha nulla a che vedere con la vita reale del santo, vissuta all’insegna della rinuncia e della solidarietà verso tutti. Ad esempio, si dice che San
Martino è il protettore degli adulteri (cornuti), a causa di un’errata interpretazione
relativa al fatto che il santo amava e proteggeva anche gli animali
36
, patrono dei
mendicanti, dei cavalieri, dei soldati, dei sarti, dei pellicciai e degli osti. Protettore
inoltre della monarchia francese a cui prestò il termine cappella in architettura, che
deriva da cappa secondo l’uso medievale di indicare il mantello. A Lovere, nel
bergamasco, si dice invece ‹‹fare San Martino›› per traslocare, in quanto durante la
cosiddetta ‹‹estate di San Martino›› molti approfittano per cambiare casa
37
. Tante altre
storielle si raccontano intorno al rapporto particolare tra il santo e il vino
38
, nonostante
nella sua agiografia leggiamo che Martino e i suoi seguaci ritiratisi in eremitaggio nel
monastero di Ligugé (a breve distanza da Poitiers) non bevevano affatto vino. Sulpicio
Severo al riguardo scrive: ‹‹Prendevano cibo tutti insieme, passato il tempo del digiuno. Nessuno toccava vino, a meno che infermità non ve l’obbligasse. Moltissimi vestivano
di pelo di cammello: un abito troppo fine era tenuto in conto di crimine››
39
.
Ad ogni modo, la festa del santo viene ancora considerata data di scadenza dei fitti
agricoli. Perciò, i risvolti scanzonati riguardano la produzione del vino, l’uso di
festeggiare allegramente brindando e banchettando con castagne e oche arrosto nel
centro Nord, mentre in Calabria (in particolare a Soriano) con abbondanti libagioni di
stoccafisso e baccalà, bagnate da fiumi di vino rigorosamente rosso, secondo
consuetudine locale. Forse ciò avviene in sostituzione delle feste bacchide che
anticamente si celebravano tra l’11 e il 13 di novembre, oppure è dovuto alla cultura
religiosa celtica che aveva sostituito il culto del ‹‹cavaliere nero›› con San Martino per i
suoi prodigi
40
.
Riflettendo attentamente sui fatti legati anche a tradizioni e leggende popolari,ci
rendiamo conto di come la figura di San Martino si materializza nell’immaginario
collettivo all’insegna dell’umiltà e della fratellanza fra le genti, caratterizzata dalla particolare predilezione per i poveri
41
. Martino è un santo che incarna quei valori tipici
della società contadina legata al duro lavoro dei campi, non ispirato da vanità e
ricchezza, ma dalla sopravvivenza e dalla condivisione tra fratelli di tutti i beni della
terra, elargiti da Dio all’umanità intera. A pro di ciò, basta vedere il modo in cui il santo
portò a compimento l’opera di evangelizzazione dei contadini
42
. Di qui, la presenza di
Cristo nel mondo dei valori incarnato da Martino rappresenta una dimensione assoluta,
radicale e in ciò, diviene grande chi diventa servo e non padrone, libero e non schiavo,
secondo gli insegnamenti del Vangelo.
Tornando alla nuova chiesa parrocchiale segnaliamo alle pareti di fondo dei transetti
due tele di grandi dimensioni che raffigurano rispettivamente: a destra San Martino, di
autore ignoto, che molti ritengono un dono dei Francesi che hanno introdotto il culto del
santo a Soriano, e a sinistra il Giudizio Universale, attribuito al pittore e scultore
sorianese Vincenzo Ruffo, autore tra l’altro della splendida statua della Madonna delle
Grazie trafugata di recente insieme ad un’altra splendida scultura di Santa Filomena. La
chiesa in questione custodisce, inoltre, alcune sculture lignee di notevole pregio artistico
attribuite alla rinomata scuola serrese: l’Immacolata Concezione, San Giuseppe, San
Rocco, San Luigi Gonzaga, l’Annunciazione del Gallotta e i Santi Cosma e Damiano del 1824, opera dell’artista serrese Vincenzo Zaffino. È interessante in proposito, il pensiero
Maria Minicuci che afferma perentoriamente: ‹‹la storia di un paese è anche la storia
delle sue immagini››
43
. Ancora oggi l’impegno della parrocchia è testimoniato dal modo
in cui essa si prepara per la celebrazione della festa del Corpus Domini. Un tempo i
commercianti sorianesi, in particolare i ‹‹mastazzolari››, mettevano da parte, durante le
feste, un piccolo gruzzolo unito in un unico monte, che costituiva la base cospicua per
sostenere le spese dei festeggiamenti religiosi e civili. Molti anziani che ci hanno
lasciato ormai da tempo, raccontavano questi fatti sottolineando che erano stati loro ad
acquistare negli anni ’50 de secolo scorso, lo splendido baldacchino a sei aste, completo
di ombrello ricamato in filo d’oro e le grandi lanterne in ottone, che vengono portate in
processione accanto al Santissimo Sacramento ogni anno. Alla festa del Corpus Domini
partecipano tutte le associazioni cattoliche a cominciare dalla Confraternita di Gesù e
Maria del SS. Rosario che, un tempo partecipava insieme all’altra Confraternita del SS.
Sacramento che, vestiva il sacco bianco con mozzetta rossa. Anche i padri Domenicani e
il terz’Ordine sono in prima fila assieme ai gruppi di Azione Cattolica e agli Scaut. In
passato la processione del Corpus Domini usciva dalla parrocchia e si ritirava in
parrocchia, da quando il giorno della festa è stato ridotto ad uno solo di domenica,
eliminando l’ottavario, il parroco dell’epoca don Francesco Bevilacqua ha optato ancora una volta, per una saggia soluzione, acconsentendo che la processione partisse dalla
chiesa di San Domenico per rientrare poi in parrocchia. I gruppi di Azione Cattolica si
sono allargati e intensificati in seno alla chiesa parrocchiale grazie al suo impegno e
hanno visto protagonisti ragazzi, giovani, donne e perfino adulti, che negli anni hanno
portato avanti la loro testimonianza di fede all’interno della comunità.
A testimonianza di ciò don Francesco Bevilacqua, parroco emerito di Soriano,
esprime il suo pensiero col seguente dire: ‹‹Il giorno del Corpus Domini non è un giorno
come un altro […] la religione cristiana non è la religione del libro […] . È la religione
della verità rivelata ripetuta perennemente attraverso il mistero dell’Eucarestia››
44
.
Sulla stessa scia il nuovo parroco di Soriano don Pino Sergio, continua a lavorare con
i giovani per mantenere vive le iniziative della Comunità Parrocchiale, dell’Azione
Cattolica, unitamente ai Padri domenicani per rilanciare l’unità del paese e
l’osservazione dei precetti della Chiesa, in modo da riaffermare quei valori di
formazione e promozione umana, a cui i cristiani devono aspirare per il bene della
collettività.
La processione del Corpus Domini a Soriano, di sera è da sempre uno spettacolo
unico per il lungo corteo processionale e per l’imponente baldacchino, che domina la
scena. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, a detta di molti commercianti anziani, giungeva gente dal reggino e perfino dallo stretto di Messina per gustare e ammirare
suoni, fiori e colori che caratterizzavano l’evento, testimonianza di fede attraverso la
solennità del Corpo e Sangue di Cristo.
Nel 2070 ricorre il millennio di vita della parrocchia di San Martino. Ancora oggi in
Italia, 5000 parrocchie sono dedicate al Santo vescovo di Tours e 500 paesi portano il suo nome . San Martino è definito ancora oggi santo ‹‹supernazionale›› poiché la sua fama è diffusa in tutte le contrade d’Europa. In Francia Martin è il cognome più diffuso,inoltre 4000 chiese e 500 villaggi sono a lui intestati. In virtù di ciò, sembra proprio,
come scrive Venanzio Fortunato nella sua agiografia, che: ‹‹Dove Cristo è conosciutoMartino è onorato››
Fonte:

«Illuminazioni» (ISSN: 2037-609X), n. 19, gennaio-marzo 2012 testo di Martino Michele Battaglia

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