NOTE STORIOGRAFICHE SULL’ANTICA PARROCCHIA DI SAN MARTINO VESCOVO DI TOURS, PATRONO DI SORIANO CALABRO

Soriano Calabro è un piccolo centro dell’entroterra Vibonese, posto alla confluenza dei torrenti ‹‹Cornacchia›› e ‹‹Caridi››, adagiato ai piedi degli ultimi contrafforti che portano verso i falsipiani boscosi dell’appennino serrese. Sulle sue origini sono state avanzate variegate ipotesi, molte delle quali artificiose, scarsamente illuminate da fonti storiche attendibili. Alcuni storici scrivono che il paese si estendeva ai primordi della sua fondazione su una zona denominata ‹‹Santa Maria delli Pagliara››, dove sarebbe sorto il primo agglomerato urbano crogiolo di razze, stirpi e diverse religioni
. Non mancano ipotesi fantasiose, che fanno risalire il primo insediamento addirittura ai tempi dell’impero romano, seguite da ipotesi più verosimili, secondo cui Soriano nasce nell’Alto Medioevo
durante il periodo delle emigrazioni di cristiani orientali nel Sud dell’Italia. È risaputo che fin dai tempi dell’imperatore Giustiniano (527-565), monaci greci e del Medio Oriente erano attratti dalla Calabria, oltre ad essere sollecitati dalla stessa corte imperiale
che intendeva mantenere quelle regioni fedeli a Bisanzio contro le reiterate invasioni di Goti e Longobardi che aspiravano a conquistarle . Ai Goti e ai Longobardi,infatti, è
attribuita la costruzione di una fortificazione (Castello Sant’Angelo) in cima all’abitato dell’attuale Sorianello e l’erezione di una chiesa dedicata a San Nicola di Myra nella
parte bassa del paese.
L’oppressione musulmana, che aveva soggiogato la Siria dopo la caduta di Damasco(635), spinse certamente un nutrito nucleo di profughi siriani nella valle del
Mesima e in particolare su questo lembo di territorio calabrese su cui sarebbe sorta l’antica Soriano, come indica il nome stesso in lingua dialettale ‹‹Surianu››.
Sulla base di queste interpretazioni il borgo viene descritto come abbarbicato col suo nutrito grumo di case, lungo un costone su cui ancora oggi è tracciata la strada contorta che, dalla vallata del fiume Mesima, fra gli ulivi e i castagni, penetra verso i monti delle
Serre . Inoltre è testimoniato dalla tradizione e da qualche rudere ritrovato sulla collina sovrastante l’attuale centro storico, che i monaci di San Basilio, in fuga per le incursioni dei saraceni, avevano edificato una laura con una chiesetta dedicata a Santa Maria degli
Angeli. Molti studiosi locali ritengono che si tratti verosimilmente del primo nucleo originario di Soriano. Lo storico Antonino Barilaro O.P. avvalorando questa tesi scrive: ‹‹la primitiva Soriano sembra appunto sorta attorno al monastero di Santa Maria degli Angeli, posta sul colle che sovrasta l’attuale paese››. La strada in questione collegava
trasversalmente, quasi in linea retta, la regione del Poro con la catena montuosa delle Serre, che si distende lungo la Calabria meridionale fino all’Aspromonte e che Nicola
Provenzano descrive: ‹‹Era una strada per i pecorari ed i mulattieri, per i taglialegna ed i radi commercianti, la strada per i cacciatori che cercavano volpi e cinghiali e lupi nei
fitti boschi montani. Questi i luoghi, quando nell’XI secolo Ruggiero, l’ultimo figlio dello squattrinato Tancredi d’Altavilla, di stirpe normanna, scese in Calabria al richiamo
del fratello maggiore, Roberto il Guiscardo, e che dopo aver conquistato per sé l’estrema punta della Penisola, la Calabria Ulteriore, ne fece la sua Contea e scelse Mileto, un castrum bizantino alle falde del Poro, come capitale››. Sull’etimologia della parola Soriano, oggi come ieri, sono in tanti a dibattere, a volte avanzando tesi alquanto ardite come quella del Barrio che fa derivare il termine Soriano dal greco ‹‹sôreía›› o ‹‹sôrós›› (cumulo, mucchio) . Altri ritengono che la parola Soriano derivi da ‹‹Soria›› o da ‹‹Siria››, ciò sarebbe giustificato dal fatto che un primo
nucleo di profughi stanziati in questo territorio proveniva dalla Siria, come indica il nome ‹‹Surianu›› (in greco Syrianòs)
. Un’altra versione ancora sostiene, invece, che se
la parola Soriano è di origine orientale, siriana, ebraica, semitica, il termine più antico del nome ‹‹Suriano››, variato poi foneticamente in ‹‹Soriano››, nella lingua ebraica, provenga dalla radice ‹‹Sur›› che significa sotto, presso, ciò giustificherebbe il fatto che il paese sorgeva in basso in una vasta pianura che costituirebbe il primo sito di Soriano , così riporta un antico manoscritto custodito presso la curia vescovile di Mileto. Senza dubbio la storia offre ragguagli più dettagliati, grazie ai documenti lasciati dai
normanni, in particolare da Ruggiero Conclubeth, detto il bastardo, figlio del Conte Ruggiero e di Mabilia Conclubeth, a cui il padre conferì la contea di Arena. Possiamo perciò affermare con certezza che la prima chiesa parrocchiale dedicata a San Martino di
Tours venne costruita nel 1070 per volere del Conte Ruggiero, nella parte bassa dell’attuale Soriano come riporta il Campitelli che scrive: ‹‹Da particolar divoto affetto spinto il gran Conte volle al Santo Vescovo di Tours alzar la Chiesa, che ora di San Martino si appella››. Il parroco portava il titolo di ‹‹Arciprete›› e le chiese sorte in
seguito in diversi rioni sparsi sul territorio di Soriano, dedicate rispettivamente a San Giovanni Battista, San Francesco di Paola, San Biagio Vescovo, San Tommaso Apostolo e più tardi San Filippo Neri, dipendevano ed erano soggette a quella di San Martino Vescovo, come principale della terra di basso . Al riguardo, Francesco Faeta
argomenta: ‹‹La Chiesa racchiude i padri fondatori, i Santi, Dio, la piazza, le attività di scambio e di relazione›› ed anche Lombardi Satriani rileva : ‹‹Nello spazio paesano, pur globalmente prescelto e sacralizzato, alcuni luoghi diventano oggetto di specifiche scelte
e di ulteriore carica sacralizzante››.
La devozione a San Martino, ungherese di nascita (336-337 Sabaria-Pannonia, oggi Szombathely in Ungheria) allevato in Italia e vescovo-asceta in Francia , è stata portata a Soriano dai Normanni, all’epoca in cui il Conte Ruggiero dominava da Squillace a Mileto, dando inizio al cominciamento della cosiddetta colonizzazione latino-normanna,
i cui protagonisti oltre al Conte normanno, furono Papa Urbano II e San Bruno di Colonia. San Bruno, secondo la tradizione, testimoniata da una chiesetta ai piedi dell’abitato di Soriano, presso la cosiddetta ‹‹Valle dei Mulini›› (Sorianello) si fermò stanco all’ombra di un ulivo prima di inerpicarsi alle volte delle Serre per fondarvi la Certosa di Santo Stefano del Bosco.I documenti storici riportano, inoltre, che quando i Normanni giunsero in Calabria, in varie zone della regione erano già diffusi diversi conventi basiliani. A questi monasteri e loro monaci dobbiamo le prime innovazioni in campo agricolo e i primi lavori artigianali. Nel raggio di territorio che va da Soriano ad Arena vi erano quattro monasteri basiliani: Santa Maria degli Angeli (Soriano), San Pietro Spina (Ciano di Gerocarne), Sant’Angelo (nelle vicinanze dell’attuale Sant’Angelo di Gerocarne),San
Lorenzo di Arena (presso Dasà). A ciò aggiungiamo che Carlo Felice Crispo nella recensione alla Rationes Decimarum del Vendola che risale al 1940, parla di un quinto monastero basiliano, facendo coincidere ‹‹Santa Maria di Petzuni›› con un monastero
esistente a Pizzoni. A Soriano il convento basiliano era ubicato sulla Collina degli Angeli, ma il più importante monastero dell’ordine era stato eretto a Ciano di Gerocarne,ove a testimonianza di ciò viene ancora oggi venerato San Pietro Spina, monaco
basiliano. La chiesa matrice di Soriano, dedicata a San Martino di Tours eretta nella cosiddetta
terra di basso, su un terrapieno al centro dell’agglomerato urbano, presentava la pianta regolare a navata unica con l’abside circolare sormontata da una cupola ad embrici. In
breve tempo, essa acquistò prestigio e lustro per il rigore morale a cui era ispirata l’attività religiosa e civile dei cappellani che svolgevano con rito solenne le funzioni
liturgiche in occasione delle festività maggiori. Un’antica tradizione vuole che Papa Callisto II, venuto in Calabria nel 1121 per mettere pace tra i normanni in guerra tra loro, passando da Mileto a Catanzaro, consacrò questa chiesa ‹‹arricchendola di tanti
anni di indulgenza quanti grani di miglio eransi contenuti in una larga pala che il pontefice vi rovesciò dentro nel farne la consacrazione›› . Tuttavia all’atto della sua fondazione, la chiesa di San Martino, venne dotata di un patrimonio di ottocento ducati, per volontà del Conte Ruggiero che la fece edificare ventinove anni prima della sua morte avvenuta nel 1099 . Nella Rationes Decimarum Italie leggiamo che il clero della
parrocchia di San Martino di Soriano, nel 1310 pagò per la seconda decima tre tarì alla reverenda camera apostolica,come riporta Francesco Russo nel Regesto Vaticano per la Calabria . Col passare del tempo la parrocchia di San Martino aumentò notevolmente il suo prestigio, grazie ai lasciti e alle donazioni dei fedeli che resero più consistente il suo patrimonio. Nel IV secolo diversi fondi rustici nel territorio di Soriano e nei paesi limitrofi, nei territori di Sorianello, Pizzoni e Gerocarne formavano il cosiddetto beneficio parrocchiale, a cui si aggiunse nel 1783 il beneficio dell’ex parrocchia di Santa Barbara, nel territorio di Pizzoni distrutta dal terremoto proprio in quell’anno. Anche la Chiesa del Carmine, eretta nel rione omonimo probabilmente intorno al 1750, era ed è tuttora
‹‹chiesa suffraganea›› della parrocchia di San Martino Dopo il terremoto del 1783 una nuova chiesa, sempre dedicata a San Martino, venne edificata tra il 1793 e il 1797 in una zona pianeggiante dove prendeva forma il nuovo agglomerato del paese a fronte degli avanzi imponenti dei ruderi del Santuario
Domenicano (crollato il 7 febbraio 1783 in seguito al terribile cataclisma) e in particolare nei pressi del cosiddetto chiostro del priore su cui è stato eretto in seguito il
nuovo Santuario dedicato a San Domenico in Soriano. Fu così che la gente abbandonò
a poco a poco il primitivo largo dei ‹‹pogghjara›› trasferendosi verso la Collina degli Angeli. Luigi Maria Lombardi Satriani, ritiene al riguardo, che stabilirsi in un posto qualsiasi rappresenti una decisione di vitale importanza, in quanto ci si assume la responsabilità di creare il proprio ‹‹mondo››, di mantenerlo e di rinnovarlo
anche attraverso ritualità ricorrenti nel corso dell’anno.
La nuova chiesa di San Martino fu consacrata nel 1798, mentre era in piena attività la prima chiesa dedicata al Santo di Tours, fatta edificare dal Conte Ruggero nell’XI secolo. Questa nuova chiesa eretta in piazza San Giuseppe, al centro del nuovo borgo, venne denominata chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› per distinguerla dall’antica chiesa matrice da allora in poi denominata chiesa di ‹‹San Martino di sotto››. Il vescovo di allora, mons. Enrico Capece Minutolo, assegnò pari dignità alle due chiese, decretando che, il servizio del coro e delle altre funzioni religiose fosse prestato nel corso dell’anno (da novembre ad aprile) nella vecchia chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› e per l’altra metà dell’anno (da maggio a novembre) nella chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› . Il trasferimento in massa dei sorianesi verso il nuovo sito del paese, fece sì che la chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› diventasse periferica rispetto all’omonima chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› che invece si trovò al centro del nuovo abitato. Per questi motivi nel 1850, il vescovo mons. Filippo Mincione elevò con un suo decreto, a chiesa titolare la
nuova chiesa di ‹‹San Martino di sopra›› assegnandole l’intero servizio del coro e delle altre funzioni della comunità convertendo in chiesa sussidiaria quella di ‹‹San Martino di sotto›› con un solo sacerdote per la cura delle anime.
Per la cronaca, la chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› che aveva resistito al catastrofico terremoto del 1783, fu quasi completamente distrutta dal sisma del 1905. Ad ogni modo, anche se le chiese dedicate a San Martino di Tours erano due, la parrocchia è sempre stata una, pronta ad andare incontro ai bisogni della comunità di Soriano.
Particolarmente significativo in tale contesto è il monito di Antonino Laganà che opportunamente osserva: ‹‹La labilità metafisica del sentimento ha bisogno di essere avvolta e protetta nella dura scorza di una frontalità naturale che non lasci spazio illimitato ai progetti e alle rappresaglie del dominio: solo la forza può contrastare la
forza e il ramo d’olivo non è che simbolo d’impotenza››.
Altro aspetto particolare da segnalare è che alcune statue e alcune tele della vecchia chiesa di ‹‹San Martino di sotto››, tra cui il Cristo risorto e la statua lignea di San Martino, recentemente restaurata dal maestro Saverio Scigliano (datata 1808, a firma di
Domenico De Lorenzo), vennero trasferite nella chiesa del Carmine a cui dopo il terremoto del 1783, fu annessa la parrocchia del borgo agricolo di Santa Barbara vergine
e martire. Gli abitanti del suddetto borgo, scampati alle forti scosse telluriche trovarono rifugio presso il rione Carmine. Tra l’altro dopo il terremoto del 1905 a questa chiesa fu
concesso il privilegio di tenere il fonte battesimale e gli fu affidata provvisoriamente la
cura delle anime dei fedeli di quella che ormai era diventata periferia di Soriano. In seguito però, tali privilegi passarono alla chiesa di ‹‹San Martino di sopra››, poiché rimaneva a tutti gli effetti l’unica chiesa parrocchiale dedicata al Santo di Tours e quindi chiesa matrice. I ruderi dell’antica chiesa di ‹‹San Martino di sotto›› rimasero in piedi
fino al 1952, quando nel mese di marzo di quell’anno furono demoliti per costruire una
palazzina dell’INA Case. In tal modo venne cancellato il più antico monumento
religioso di Soriano Calabro, che rappresentava uno dei pochi esempi di arte normanna
in Calabria, a testimonianza del fatto che l’ignoranza di chi amministra non conosce
epoca, né confini. A ciò aggiungiamo rapportandoci per sommi capi a Francesco Faeta,
che i simboli ‹‹pervasi da un’identità iperpotente cui offrono corpo e storia, manifestano
in modo più facile ed eclatante la loro essenza››L’attuale chiesa matrice dedicata a San Martino, restaurata recentemente dall’equipe
dei maestri del colore, Mazza e Dimasi di Mileto, è la terza chiesa eretta in suo onore,
edificata nel 1930 sulle rovine della chiesa precedente, lesionata gravemente dal
terremoto del 1908. Lo stile è neoclassico con facciata ornata da paraste e cornici con
fastigio a cuspide in cui è inserito lo stemma del Santo. All’ingresso principale si accede
tramite una gradinata trilaterale in pietra granitica. L’interno a croce latina è
caratterizzato da tre navate, una centrale e due laterali, separate da pilastri quadrangolari
sormontati da capitelli. Sull’arco a tutto sesto della navata centrale due angeli reggono un cartiglio con la scritta: Jesum Christum Regem Regnum venite ad oremus. Il soffitto
piano è dipinto con finti rilievi decorativi. Dei tre altari, i due laterali, datati 1932,
pressoché identici, posti nei transetti, sono in marmo bianco con tarsie policrome.
Sull’altare maggiore, eredità della chiesa preesistente, con i portali laterali in marmo,
grande interesse riveste il tabernacolo con i suoi bassorilievi che rappresentano la vite e i
tralci. In alto, nell’ancona barocca in legno, troneggia una imponente statua lignea di
San Martino. Si tratta di una scultura probabilmente del XVII secolo, di autore ignoto.
Su questo simulacro, in passato, a detta di molti anziani, non sono mancate accese
controversie, in quanto esso rappresenterebbe San Nicola di Myra.

Immagine

 

 

 

Le dispute tra fedeli in passato, si accendevano proprio l’11 novembre giornom dedicato al santo. Per la cronaca, si dice, che nel 1931 quando furono ultimati i lavori
della nuova chiesa matrice, l’arciprete Bartone, desiderava che gli venisse consegnato il
simulacro originale del Santo patrono, un tempo custodito nella cosiddetta ‹‹chiesa di
San Martino di sotto››, e successivamente trasferito temporaneamente, a causa della
distruzione subita da quella chiesa dal sisma del 1905
, presso la chiesa del Carmine
che fungeva anche da chiesa parrocchiale, in quanto anche la ‹‹chiesa di San Martino di
sopra›› era stata distrutta dallo stesso sisma. Il sacerdote che amministrava il culto
presso la chiesa del Carmelo, don Vincenzo Facciolo, istigato dai carmelitani agguerriti
rifiutò di consegnare la statua in questione. Vi fu addirittura uno scontro a muso duro
tra i due sacerdoti, ma il simulacro rimase al Carmine e non venne concesso dai
carmelitani al parroco neanche per la festa, per timore che non fosse più restituito. Di
fronte a questo oltraggio, il parroco, non potendo ottenere la restituzione della statua
agognata per metterla definitivamente a dimora nell’ancona vuota al centro dell’altare
maggiore, optò per una soluzione diversa. Costretto a fare di necessità virtù, si rivolse
alla famiglia Bruni, a cui era legato da lontani vincoli parentali, per chiedere la
bellissima statua di San Nicola di Myra, custodita in una delle stanze del loro palazzo in
piazza San Giuseppe. Da quel momento, il simulacro di San Nicola per volere del parroco divenne il simulacro di San Martino, anche perché le due statue erano molto
somiglianti. Don Francesco Bevilacqua vice-parroco a quel tempo, a cui nel 1956,
dopo la morte di don Facciolo, venne affidata la cura delle anime presso la chiesa del
Carmine, riuscì a rimettere ordine risanando la spaccatura durata circa venticinque anni.
Una frattura insanabile nata a causa del possesso di quella statua a cui tanti sorianesi
erano, e sono tuttora affezionati , tra gli abitanti del borgo di Soriano di sopra che
facevano capo alla chiesa matrice, e i cosiddetti ‹‹giarrari››, abitanti del rione Carmine
che facevano capo all’omonima chiesa. Alcuni carmelitani, si rifiutavano di accettare
che quella fosse la nuova chiesa parrocchiale, diffondendo in giro la voce, che si trattava
della chiesa dei Santi Medici Cosma e Damiano, in quanto il simulacro non era più
custodito dalla famiglia Grillo, committente dell’opera nel 1823, ma era stato messo
definitivamente a dimora nella chiesa matrice. Il messaggio forte e chiaro alla
popolazione locale, intendeva dire che essendo il simulacro originale di San Martino
custodito al Carmine, quella era la sua chiesa e quindi parrocchia
32
.
Le cose però non andarono come i carmelitani avevano previsto, anzi don Bevilacqua, riuscì a mettere pace tra i due rioni e anche a farsi concedere il simulacro del santo
patrono per la novena e la festa (come avviene anche oggi) con il patto però di restituirlo
all’indomani, al termine dei festeggiamenti alla chiesa del Carmine. Oltre a questo fatto,
tipico del folklore sorianese, è noto che tanti sono i proverbi, le poesie (compresa quella
del Carducci) e le leggende fiorite attorno alla figura di San Martino, divenuto popolare
per il gesto mitico avvenuto secondo i biografi nell’inverno del 353 d. C., che lo
raffigura nelle innumerevoli icone con la spada nell’atto di dividere la sua clamide con
la spada per prestare soccorso al povero infreddolito sulla porta di Amiens
33
.
Ciò dimostra come l’iconicità fonda il proprio carattere semiotico per l’osservatore
umano
34
. Non a caso, sembra alquanto verosimile invece, l’ipotesi di mons. Domenico
Tarcisio Cortese, vescovo emerito di Mileto, che nel corso di una seguitissima omelia
tenuta nella chiesa matrice di Soriano, in occasione della festa del santo patrono, osservò
che il santo invece di tagliare in due il mantello, incise probabilmente la cucitura della
spessa clamide, facendo in modo da ottenere due mantelli sufficienti a coprire e
proteggere dal freddo sia lui che il poverello, che evitava così di morire assiderato.Nell’agiografia del santo della Pontificia Università Lateranense è scritto infatti, che
Martino di fronte al mendicante seminudo ‹‹non avendo più danari, prese la spada, tagliò
in due la propria clamide (ne staccò, cioè, la fodera di pelliccia) e ne donò la metà al
povero››
35
. Ecco perché va detto, che molte di queste leggende sono frutto di una
tradizione popolare che non ha nulla a che vedere con la vita reale del santo, vissuta all’insegna della rinuncia e della solidarietà verso tutti. Ad esempio, si dice che San
Martino è il protettore degli adulteri (cornuti), a causa di un’errata interpretazione
relativa al fatto che il santo amava e proteggeva anche gli animali
36
, patrono dei
mendicanti, dei cavalieri, dei soldati, dei sarti, dei pellicciai e degli osti. Protettore
inoltre della monarchia francese a cui prestò il termine cappella in architettura, che
deriva da cappa secondo l’uso medievale di indicare il mantello. A Lovere, nel
bergamasco, si dice invece ‹‹fare San Martino›› per traslocare, in quanto durante la
cosiddetta ‹‹estate di San Martino›› molti approfittano per cambiare casa
37
. Tante altre
storielle si raccontano intorno al rapporto particolare tra il santo e il vino
38
, nonostante
nella sua agiografia leggiamo che Martino e i suoi seguaci ritiratisi in eremitaggio nel
monastero di Ligugé (a breve distanza da Poitiers) non bevevano affatto vino. Sulpicio
Severo al riguardo scrive: ‹‹Prendevano cibo tutti insieme, passato il tempo del digiuno. Nessuno toccava vino, a meno che infermità non ve l’obbligasse. Moltissimi vestivano
di pelo di cammello: un abito troppo fine era tenuto in conto di crimine››
39
.
Ad ogni modo, la festa del santo viene ancora considerata data di scadenza dei fitti
agricoli. Perciò, i risvolti scanzonati riguardano la produzione del vino, l’uso di
festeggiare allegramente brindando e banchettando con castagne e oche arrosto nel
centro Nord, mentre in Calabria (in particolare a Soriano) con abbondanti libagioni di
stoccafisso e baccalà, bagnate da fiumi di vino rigorosamente rosso, secondo
consuetudine locale. Forse ciò avviene in sostituzione delle feste bacchide che
anticamente si celebravano tra l’11 e il 13 di novembre, oppure è dovuto alla cultura
religiosa celtica che aveva sostituito il culto del ‹‹cavaliere nero›› con San Martino per i
suoi prodigi
40
.
Riflettendo attentamente sui fatti legati anche a tradizioni e leggende popolari,ci
rendiamo conto di come la figura di San Martino si materializza nell’immaginario
collettivo all’insegna dell’umiltà e della fratellanza fra le genti, caratterizzata dalla particolare predilezione per i poveri
41
. Martino è un santo che incarna quei valori tipici
della società contadina legata al duro lavoro dei campi, non ispirato da vanità e
ricchezza, ma dalla sopravvivenza e dalla condivisione tra fratelli di tutti i beni della
terra, elargiti da Dio all’umanità intera. A pro di ciò, basta vedere il modo in cui il santo
portò a compimento l’opera di evangelizzazione dei contadini
42
. Di qui, la presenza di
Cristo nel mondo dei valori incarnato da Martino rappresenta una dimensione assoluta,
radicale e in ciò, diviene grande chi diventa servo e non padrone, libero e non schiavo,
secondo gli insegnamenti del Vangelo.
Tornando alla nuova chiesa parrocchiale segnaliamo alle pareti di fondo dei transetti
due tele di grandi dimensioni che raffigurano rispettivamente: a destra San Martino, di
autore ignoto, che molti ritengono un dono dei Francesi che hanno introdotto il culto del
santo a Soriano, e a sinistra il Giudizio Universale, attribuito al pittore e scultore
sorianese Vincenzo Ruffo, autore tra l’altro della splendida statua della Madonna delle
Grazie trafugata di recente insieme ad un’altra splendida scultura di Santa Filomena. La
chiesa in questione custodisce, inoltre, alcune sculture lignee di notevole pregio artistico
attribuite alla rinomata scuola serrese: l’Immacolata Concezione, San Giuseppe, San
Rocco, San Luigi Gonzaga, l’Annunciazione del Gallotta e i Santi Cosma e Damiano del 1824, opera dell’artista serrese Vincenzo Zaffino. È interessante in proposito, il pensiero
Maria Minicuci che afferma perentoriamente: ‹‹la storia di un paese è anche la storia
delle sue immagini››
43
. Ancora oggi l’impegno della parrocchia è testimoniato dal modo
in cui essa si prepara per la celebrazione della festa del Corpus Domini. Un tempo i
commercianti sorianesi, in particolare i ‹‹mastazzolari››, mettevano da parte, durante le
feste, un piccolo gruzzolo unito in un unico monte, che costituiva la base cospicua per
sostenere le spese dei festeggiamenti religiosi e civili. Molti anziani che ci hanno
lasciato ormai da tempo, raccontavano questi fatti sottolineando che erano stati loro ad
acquistare negli anni ’50 de secolo scorso, lo splendido baldacchino a sei aste, completo
di ombrello ricamato in filo d’oro e le grandi lanterne in ottone, che vengono portate in
processione accanto al Santissimo Sacramento ogni anno. Alla festa del Corpus Domini
partecipano tutte le associazioni cattoliche a cominciare dalla Confraternita di Gesù e
Maria del SS. Rosario che, un tempo partecipava insieme all’altra Confraternita del SS.
Sacramento che, vestiva il sacco bianco con mozzetta rossa. Anche i padri Domenicani e
il terz’Ordine sono in prima fila assieme ai gruppi di Azione Cattolica e agli Scaut. In
passato la processione del Corpus Domini usciva dalla parrocchia e si ritirava in
parrocchia, da quando il giorno della festa è stato ridotto ad uno solo di domenica,
eliminando l’ottavario, il parroco dell’epoca don Francesco Bevilacqua ha optato ancora una volta, per una saggia soluzione, acconsentendo che la processione partisse dalla
chiesa di San Domenico per rientrare poi in parrocchia. I gruppi di Azione Cattolica si
sono allargati e intensificati in seno alla chiesa parrocchiale grazie al suo impegno e
hanno visto protagonisti ragazzi, giovani, donne e perfino adulti, che negli anni hanno
portato avanti la loro testimonianza di fede all’interno della comunità.
A testimonianza di ciò don Francesco Bevilacqua, parroco emerito di Soriano,
esprime il suo pensiero col seguente dire: ‹‹Il giorno del Corpus Domini non è un giorno
come un altro […] la religione cristiana non è la religione del libro […] . È la religione
della verità rivelata ripetuta perennemente attraverso il mistero dell’Eucarestia››
44
.
Sulla stessa scia il nuovo parroco di Soriano don Pino Sergio, continua a lavorare con
i giovani per mantenere vive le iniziative della Comunità Parrocchiale, dell’Azione
Cattolica, unitamente ai Padri domenicani per rilanciare l’unità del paese e
l’osservazione dei precetti della Chiesa, in modo da riaffermare quei valori di
formazione e promozione umana, a cui i cristiani devono aspirare per il bene della
collettività.
La processione del Corpus Domini a Soriano, di sera è da sempre uno spettacolo
unico per il lungo corteo processionale e per l’imponente baldacchino, che domina la
scena. Fino agli anni ’70 del secolo scorso, a detta di molti commercianti anziani, giungeva gente dal reggino e perfino dallo stretto di Messina per gustare e ammirare
suoni, fiori e colori che caratterizzavano l’evento, testimonianza di fede attraverso la
solennità del Corpo e Sangue di Cristo.
Nel 2070 ricorre il millennio di vita della parrocchia di San Martino. Ancora oggi in
Italia, 5000 parrocchie sono dedicate al Santo vescovo di Tours e 500 paesi portano il suo nome . San Martino è definito ancora oggi santo ‹‹supernazionale›› poiché la sua fama è diffusa in tutte le contrade d’Europa. In Francia Martin è il cognome più diffuso,inoltre 4000 chiese e 500 villaggi sono a lui intestati. In virtù di ciò, sembra proprio,
come scrive Venanzio Fortunato nella sua agiografia, che: ‹‹Dove Cristo è conosciutoMartino è onorato››
Fonte:

«Illuminazioni» (ISSN: 2037-609X), n. 19, gennaio-marzo 2012 testo di Martino Michele Battaglia

.

 

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