La Confraternita di Gesù e Maria del SS. Rosario di Soriano Calabro, e il culto della Madonna del Rosario e del Flagello

L’arrivo dei frati domenicani in Calabria, ha senza dubbio segnato un cambiamento profondo nell’organizzazione religiosa, sociale e culturale di quasi tutta la regione1.
A partire dal 1401, quando i cenobiti si insediarono stabilmente nella città di Catanzaro, il culto verso la Vergine del Rosario si divulgò a poco a poco in tutta la Calabria. Il motivo per cui il culto Rosariano fece proseliti nelle po- polazioni del meridione, è dovuto anche al fatto che nel capoluogo calabrese, venne eretta la prima confraternita nel nome di Gesù e Maria del SS. Rosario, subito dopo la fondazione del convento domenicano2. In breve, Catanzaro ac- colse i domenicani che oltre a fondare il convento e aprire la chiesa al culto del Rosario si prodigarono ad erigere ipso facto anche la “Compagnia” ossia la Confraternita del SS. Rosario e nel nome di Gesù3. Le cose andarono pres- sappoco allo stesso modo anche a Soriano, dopo la fondazione del convento ad opera di fra Vincenzo da Catanzaro nel 1510. A causa di varie vicissitudini negative causate dai forti terremoti, e da una gestione scellerata dei beni e dei documenti del santuario da parte delle pubbliche istituzioni delegate dalla fa- migerata ‹‹cassa sacra››, non è possibile provare in toto questa tesi4. Tuttavia, considerando il modo in cui i domenicani agirono in Calabria, è possibile ar- guire che come fu istituita la Confraternita del Rosario a Catanzaro, alla stessa maniera sia stata istituita anche la confraternita rosariana a Soriano.Le confraternite del Rosario, dette anche del Salterio, in virtù delle 150 Ave Maria e 15 Padrenostro, proprio come i quindici misteri che ricordano lo stesso numero di salmi che costituiscono appunto il Salterio, discendono direttamente dalle confraternite mariane e domenicane che predicano la devozione alla Madre di Dio sotto il titolo glorioso del Rosario5. Secondo l’agiografia domenicana, la Vergine Santissima diede a San Domenico di Guzmán la corona del Rosario come testimoniano tra l’altro iconografie e dipinti di artisti celebri quali: Tiepolo, Caravaggio, Dürer, Sassoferrato, Federico Barocci, Lorenzo Lotto e soprattutto la miracolosa Icona della Madonna di Pompei6. Questo fu il motivo per il quale il connubio tra i domenicani e la Madonna del Rosario divenne inscindibile, soprattutto dopo la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), in seguito alla quale Pio V, proveniente dalle file dell’Ordine del ‹‹Gran Gusmano››, istituì la festa del SS. Rosario proprio in quel giorno7. Non a caso una delle preoccupazioni principali dei domenicani, nel momento in cui si insediavano in una località col proposito di fondare un convento e fissare una dimora per l’Ordine, riguardava proprio la fondazione di queste istituzioni laiche dedite al culto mariano, che presto diventavano confraternite del SS. Rosario a cui veniva aggiunto il nome di Gesù. Il loro compito era appunto quello di mirare all’educazione cristiana del popolo attraverso il sostegno delle iniziative, proposte dalla Chiesa cattolica, necessarie a incanalare e a regolamentare il sentimento religioso della gente comune8. Ovunque le prime confraternite sorsero per iniziativa di quelle comunità laiche di ‹‹Rosarianti››, note anche come gruppi di ‹‹Opere Pie›, che si proponevano di adoperarsi nel compito non facile di catechizzare le classi subalterne, ossia quei ceti popolari che nell’ambito della Chiesa Cattolica, si sono fusi, attraverso il teatro religioso locale, con la classe nobiliare di ogni paese. Pietro Borzomati, evidenzia come generalmente i fondatori di queste piccole congregazioni furono i nobili o i piccoli borghesi, mentre i collaboratori più stretti che aderivano a queste associazioni laiche, provenissero invece da famiglie indigenti che vivevano nelle campagne o ai margini della società9. Queste forme di associazionismo laico-religioso furono più volte determinanti nella ricostruzione di tanti piccoli centri urbani devastati dalla catena di eventi sismici che colpì duramente la Calabria tra il 1638 e il 1659. Soriano certamente si trovò a fronteggiare una situazione ancora più difficile rispetto ai paesi su citati, a causa dei danni subiti dal Santuario Domenicano, centro di spiritualità e di preghiera per i frati, e luogo di incontro per i confratelli della congrega. Situazione che divenne drammatica, dopo il terribile terremoto del 1783 che distrusse il santuario domenicano di Soriano10.
Le prime notizie concrete sulla Confraternita di Gesù e Maria del SS.mo Rosario di Soriano Calabro risalgono al 1640, come risulta da una nota sul libro dei defunti dell’epoca custodito nell’archivio parrocchiale del paese. Nella nota del parroco del tempo, don Diego Fatiga, si legge, che l’anno 1640 nella chiesa di San Domenico, dentro la sepoltura del Rosario, vennero riposti i feretri dei fratelli di Diego Rimedio il 2 febbraio, di Francesco Mazzotta il 22 marzo e di Matteo Greco l’8 maggio11. L’esistenza di questo sepolcro conferma che la fondazione della suddetta Confraternita è possibile datarla presumibilmente verso la fine del 1500 a testimonianza del fatto che si tratta di un’organizzazione sorta non pochi anni prima, come si evince anche da un’attenta disamina basata su alcune indicazioni dello storico del Santuario domenicano, Antonino Barilaro O.P. nel volume San Domenico in Soriano12. Priore della confraternita nel lustro che va dal 1655 al 1660 fu il notaio Silvestro de Silvestri appartenente ad una famiglia di Soriano ormai estinta in loco. Inoltre c’è da aggiungere che già nel 1650, in vari paesi dell’hinterland vibonese, vi erano diverse icone della Santa Effige di Nostra Signora del Rosario con i Quindici Misteri. La presenza di queste icone lascia supporre quanto le associazioni laiche Rosariane fossero attive nella valle del Mesima e del Poro13. Nel 1661, con la bolla papale del 30 settembre, Alessandro VII, approvò presso il santuario di Soriano, una Confraternita di fedeli di ambo i sessi, sotto il titolo di S. Domenico in Soriano, simile a quella eretta l’11 giugno del 1653 ad Almagro, nella diocesi di Toledo in Spagna, con l’approvazione del Pontefice Innocenzo X14. Probabilmente questa confraternita, eretta già nel mese di luglio del 1623, riportata anche da Francesco Russo nel Regesto Vaticano per la Calabria (39354) non si è estinta nel senso letterale del termine, ma è confluita nella Confraternita del SS. Rosario. Molti anziani sorianesi ancora oggi per indicare la Confraternita del Rosario dicono spesso: ‹‹a cungreda i San Dominicu›› a testimonianza del fatto che un’ipotesi del genere potrebbe essere anche verosimile e quindi non da escludere a priori come è stato fatto in passato15.
Fin dalla sua istituzione la Confraternita di Gesù e Maria del SS. Rosario, usufruì di un locale appartato adiacente alla chiesa del santuario, dove i frati si riunivano per deliberare e per vestire il sacco e la mozzetta nelle uscite processionali come avviene anche attualmente16. Molti furono gli ostacoli escogitati dal governo napoletano, che la confraternita dovette superare per ottenere il rilascio del ‹‹Regio Assenso››, che giunse dopo tante traversie il 3 novembre del 177617.
Dopo l’immane catastrofe del 1783 in tutte le zone della Calabria colpite dal sisma, si affermò, una speciale devozione popolare nei confronti della Vergine Santissima del Rosario, invocata da tanti calabresi sotto il titolo di ‹‹Madonna del Flagello››. Un culto che in particolare a Soriano vede protagonista la Confraternita ogni 7 febbraio nell’implorare insieme al popolo la misericordia divina e il riposo eterno per tutte le vittime dei disastri naturali, unitamente anche alla speranza di riscuotere la speciale protezione della Vergine Santissima e di San Domenico per la comunità di Soriano in caso di eventuali calamità naturali18. La Confraternita in ossequio alla circolare vescovile del 13 dicembre del 1894 in relazione al sisma del 6 novembre dello stesso anno, organizzò una raccolta di danaro per cercare di lenire il dolore e i danni causati dal terremoto. Tolte le spese, avanzarono 29,36 lire che con l’accordo del sindaco vennero consegnate alla Confraternita per la festa del 7 febbraio prossimo in onore della Madonna del Flagello19. Anche nel 2009 la Confraternita di Soriano ha offerto un proprio contributo di 3.000 euro per la ricostruzione dell’Abbruzzo che ha patito l’immane tragedia del terremoto nel periodo di Pasqua. Tuttavia, per la cronaca va detto anche, che la convivenza religiosa dei cenobiti con la confraternita locale non fu sempre idilliaca. Infatti, nel 1857 scoppiò una lite tra i frati e i congregati per la proprietà della statua della Madonna del Rosario. I domenicani sostenevano che il simulacro della Vergine appartenesse a loro, in quanto era stato portato a Soriano da un certo frate Caprino prima del 1783, mentre i confratelli della congrega ne reclamavano anch’essi la proprietà. La disputa ebbe fine l’11 febbraio del 1858, giorno dell’apparizione di Lourdes, quando il Consiglio degli Ospizi, decretò che la statua, le vesti e gli ornamenti appartenevano alla confraternita, intimando i domenicani a procedere all’immediata restituzione20. Nel 1860 il priore dell’epoca, l’avvocato Livio Daffinà fu Giacomo, commissionò una bara intagliata in legno e rivestita in foglia d’oro zecchino da consegnare entro il 29 settembre dello stesso anno, al rinomato scultore sorianese Giuseppe Antonio Ruffo, autore tra l’altro della meravigliosa statua di San Domenico. La bara in questione, doveva essere ornata con due angioletti di rilievo proporzionati ad essa e avere rispettivamente in ciascuno dei quattro lati un medaglione in cui erano scolpiti quattro simboli dei misteri del Santo Rosario, differenti l’uno dall’altro. Il prezzo convenuto tra le parti fu di 110,00 ducati, pagati dal direttivo della confraternita in cinque rate uguali. L’attuale bara intagliata in legno non è però quella del 1860 della quale sono rimasti probabilmente gli angioletti che tendono il manto azzurro ricoperto di stelle dorate della Madonna21. Per quanto riguarda la storia tribolata della suddetta Confraternita, vanno segnalati anche i sacrifici compiuti dai confrati per cercare di custodire nel migliore dei modi la chiesa del santuario e i sui beni, invitando le autorità responsabili a vigilare a salvaguardare con coscienza il convento e ciò che era rimasto dopo i terremoti naturali e i terremoti umani che si erano abbattuti inesorabilmente su di esso. A riguardo è opportuno ricordare il periodo in cui i frati vennero allontanati da Soriano.
Nel 1850 con la nuova soppressione degli ordini religiosi e la soppressione degli istituti religiosi da parte del governo italiano, i frati domenicani furono costretti ad abbandonare il Santuario e la comunità di Soriano nel 1866. Durante questa lunga assenza dei frati da Soriano, la Confraternita del Rosario, avviò le pratiche per il riconoscimento giuridico e il riscatto della Chiesa e della statua della Vergine Santissima, come si evince dai documenti custoditi dall’archivio della confraternita. A ciò è doveroso aggiungere, che la Confraternita del Rosario svolse un ruolo di grande importanza nella vita della comunità locale, mantenendo vive le tradizioni religiose, con l’aiuto dei parroci che si sono susseguiti alla guida della parrocchia di S. Martino Vescovo, istituita nel lontano 1070, per volere del Conte Ruggero il Normanno22. Una forma di cooperazione che ha mantenuto viva la speranza nel ritorno delle bianche tonache, che avevano illuminato questo borgo ai piedi delle serre vibonesi. Finalmente, dopo tante peripezie burocratiche, i frati fecero ritorno in Santuario nel 1942, dopo 76 anni di esilio. La gioia e la commozione furono grandi, quando il parroco di allora, Mons. Domenico Bartone, annunciò che l’esilio era terminato e i frati erano definitivamente ritornati nella loro casa. Ma tornando alla Confraternita, da un’osservazione attenta, si comprende che il legame con la Vergine Maria, assume una valenza particolare per il modo in cui i sorianesi, di fronte al disastro, si affidarono alla Madonna del Rosario, trovando in lei l’unico rifugio sicuro. Si narra ancora oggi in paese come di fronte al cataclisma che aveva causato un disastro totale i notabili del tempo animati da un profondo spirito di fede, si inginocchiarono davanti alla bellissima statua della Vergine del Rosario che era rimasta intatta nell’ancona, facendo voto di portarla in processione ogni sette febbraio. Ciò dimostra, come l’esistenza umana è spesso caratterizzata dal pericolo, dalla sofferenza, da uno stato di precarietà in cui il dolore può essere superato soltanto dando ad esso un senso, quale modo utile per sfuggire la paura e l’angoscia del nulla, e quindi, come ben rileva Luigi Lombardi Satriani, «garantirsi dal pericolo dell’inesistenza e attingere il piano dell’Essere»23. Inoltre, a seguire il dettato di Francesco Faeta, è chiaro come il dominio delle immagini ha costituito nel tempo una imperiosa esigenza che ha accumulato uomini e culture diverse, e ciò assume significati profondi in seno alla spiritualità umana, nel trovare il modo per stabilire un rapporto fra essere finito ed infinito, tra tangibile e intangibile, tra noto ed ignoto. « L’icona- chiosa Faeta – sembra essere una sorta di archetipo figurale, cui concrete vicende rituali e culturali possono conferire responsabilità »24. Il popolo trova il modo di esprimere la propria unità sociale nella periodica ricorrenza di solenni dimostranze, tradizioni che si protraggono nel tempo mantenendo vivo il fascino e il loro modo di comunicare sensazioni ed emozioni. Alcuni etnologi ritengono, che la devozione alla Madonna non sia altro che il riadattamento di simboli e riti pagani legati al risveglio della primavera, segno di rinascita della natura. Non a caso, Maria è definita anche Rosa Mistica. Il forte impulso al culto di Maria, ha per la Chiesa un duplice significato che riguarda da un lato la Vergine che collabora al progetto di salvezza, divenendo la madre di Gesù e dall’altro la figura di donna per eccellenza, umile, casta e degna di promuovere l’immagine di una femminilità autentica. Ciò è dimostrato dal fatto che l’atto di venerazione nei confronti della madre del Cristo, trascende i confini della religione cattolico-cristiana, fino a lambire il mondo islamico. Basta pensare al mese di maggio durante il quale nelle case come in campagna si recita il Rosario. Il mese mariano indica come il rapporto con la Madre Celeste, rappresenta il momento in cui i fedeli con i loro bisogni, i loro problemi e le loro tribolazioni si accostano a Maria per ricevere da lei conforto e protezione. Infatti, in un passo della Salve Regina è scritto: ‹‹a Te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime››. Tutto ciò a Soriano trova la sua radice storica nei tragici eventi del lontano 7 febbraio del 1783, una data che segna lo spartiacque di una storia controversa, fra l’antico sito del paese e la costruzione del nuovo borgo. Il ragguaglio storico registra che l’antico sito di Soriano moderno cominciò a prendere vita pressappoco intorno al 1070, come si evince dai libri parrocchiali dei battezzati, dei matrimoni e dei defunti della chiesa madre intitolata a San Giovanni Battista25.
Dopo il 1783, Soriano si sposta verso la Collina degli Angeli, nei pressi delle magnifiche rovine dei chiostri del convento domenicano. Si assiste così ad una vera e propria rinascita dalle macerie di uno scenario apocalittico come venne anche definito da Alexandre Dumas alla stregua degli altri viaggiatori che anno visitato la Calabria e il borgo sorianese a quel tempo26. I fatti che hanno segnato drasticamente la storia di questo lembo di terra di Calabria, registrano l’epicentro del terribile cataclisma del 7 febbraio del 1783 proprio nella ‹‹contrada sorianese››. Il Santuario domenicano che aveva già subito danni nella precedente scossa del 5 febbraio, in quel tragico pomeriggio crollò definitivamente. La costernazione generale fu immensa di fronte ad una perdita così grande. La vita di tutto il comprensorio pulsava attorno all’imponente struttura barocca, orgoglio e vanto di tutto il popolo delle preserre vibonesi.I dati storici riportano inoltre che un gruppo di persone di fronte ai cattivi presagi, non curandosi del pericolo imminente rientrarono in casa, mentre altri animati da fervore religioso improvvisarono una processione portando a spalla per le strade la statua di San Filippo Neri. Questa gente perì mentre cercava di scongiurare l’immane tragedia che di lì poco avrebbe cancellato il paese e il più grande convento domenicano dell’Italia meridionale, progettato dal celebre architetto bolognese Bonaventura Presti che ricalcò lo stile dell’Escoriale di Madrid27. Nonostante l’apocalisse, stranamente la fede si ritempra sempre proprio quando è provata dalle calamità. I sorianesi per risalire la china si affidarono alla Vergine del SS. Rosario e a San Domenico di Guzmán. François Lenormant, riporta la tragicità dell’evento catastrofico col seguente dire: ‹‹In questo mortale abbandono, essi si risolsero alla religione e fecero a Dio voti di ricche offerte e di vita di contrizione e di penitenza. Una specie di unanime slancio, sperando di infrangere con le preghiere il celeste corruccio, fece decidere una perpetua commemorazione ed una espiazione il venerdì di ciascuna settimana, ed il 5 febbraio di ogni anno››28. Sulla stessa prospettiva Vito Teti opportunamente aggiunge: ‹‹A Soriano per una serie di ragioni (l’entità delle devastazioni e il momento sacro in cui avvengono le morti, la presenza dei domenicani e di antichi e solidi culti, riti confraternali, la persistenza rammemorante di maestosi ruderi) la processione de 7 febbraio attualizza, in maniera sorprendente e partecipata, una morte collettiva. Narra un cordoglio e un dolore che non passano. Commuove e ferisce ancora come una sorta di beffa e di punizione quella scossa che aveva colpito la popolazione ormai al sicuro e protetta nel corso di una processione. La Madonna del Rosario, nel giorno in cui viene portata lungo le strade del paese per commemorare l’evento, è chiamata non a caso la Madonna del Flagello››29. Lo storico Antonino Barilaro O.P., nella trattazione del triste evento, apre uno spaccato sul senso e sul significato religioso che questa solenne commemorazione ha acquistato per i frati domenicani, la Confraternita del Rosario e soprattutto per il popolo sorianese, che testimonia il legame con la Vergine del SS. Rosario e del Flagello, attraverso la supplica a Maria affinché allontani tristi eventi e invocando anche San Domenico quando in paese si avvertono scosse telluriche30.
Ogni anno, secondo una pratica rituale che si rinnova da oltre due secoli, il 7 febbraio si svolge la cerimonia in memoria delle vittime del terremoto del 1783 e del patto che i sorianesi stipularono con la Madonna del Rosario affinché preservi questo luogo dal flagello delle calamità naturali. Grazie all’impegno della confraternita e ai frati domenicani, il popolo partecipa intensamente per commemorare quel tragico evento impresso e tramandato attraverso i gesti, i simboli, le fogge e i canti che appartengono a un passato legato però al presente in maniera indissolubile. La giornata fortunatamente è soleggiata, caratterizzata da un leggero tepore primaverile con un cielo grigio-azzurro con qualche nuvola che si profila all’orizzonte, quando alle 16,30 la bellissima statua della Madonna del Rosario avanza verso la soglia della chiesa del santuario, che custodisce la Celeste icona acheropita del Santo Patriarca Domenico di Guzmán, consegnata dalla Vergine Santissima, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria a Fra Lorenzo da Grotteria nella fatidica notte tra il 14 e il 15 di settembre del 153031. Appare per primo lo stendardo del terzo Ordine, poi quello della Confraternita, mentre i componenti del corteo (le donne del terzo Ordine, i
confrati e le donne di Azione Cattolica) si dispongono su due file parallele. La banda musicale intona il Mosè rossiniano mentre scoppiano alcuni mortaretti, che annunciano l’uscita della processione. Accanto alla Vergine col manto azzurro, ricoperto di stelle dorate, prende posto un gruppo di fedeli che si dà il cambio nel portare a spalla la statua che è abbastanza pesante. Davanti al simulacro, al centro, si posiziona il rettore del convento e ai suoi lati altri due frati domenicani. I confratelli della Confraternita del Rosario con il saio bianco, mozzetta nera e cordone azzurro, avviano il corteo che si snoda in avanti con le donne del terz’Ordine vestite di nero con la crocetta a strisce bianche e nere davanti al petto, seguite dalle donne di Azione Cattolica, dal gruppo Agesci degli Scout che indossano la camicia azzurra, il fazzoletto e i pantaloni corti, con calzettoni blu e da alcuni bambini del gruppo ACR, che frequentano la parrocchia. Subito dopo l’uscita del corteo processionale, dietro la statua si dispone la banda musicale. Dietro la banda i fedeli che insieme ai componenti della lunga sfilata, guidati dal rettore del santuario, recitano il Santo Rosario durante il tragitto. Terminato ogni mistero, il complesso bandistico intona una marcetta per rallegrare il cammino. La processione attraversa prima la via San Domenico, passa davanti alle ‹‹Magnifiche rovine›› e si snoda in seguito verso il sito dell’antica Soriano, oggi considerata periferia, rispetto al nuovo borgo, ma in realtà, con la nuova estensione del paese, può essere considerata quasi come centro. Alla fine della discesa detta dei carra, dove questa antica strada si unisce all’arteria principale, aperta dopo il sisma, il corteo processionale, giunto davanti alla stele marmorea, che ricorda 1a chiesa di San Giovanni Battista e le vittime della catastrofe32, sosta per la celebrazione di un breve rito commemorativo che inizia con una breve omelia tenuta dal superiore del convento, a cui segue una breve preghiera con la benedizione del luogo mentre i frati insieme ai congregati e al popolo intonano l’inno alla Madonna del Flagello che recita: ‹‹O Madonna del Rosario,prega il Cristo mite agnello, che ci scampi dal flagello che un gran sisma può recar. Ave, Ave, Ave Maria. Dopo orrendo terremoto, di due secoli lontano, il paese di Soriano le sue sorti a Te affidò. Ave, Ave, Ave Maria. Tu accettasti o pia Regina e il tuo impegno ancor mantieni, e le avverse forze freni che la terra fan tremar. Ave, Ave, Ave Maria. Onde un popolo devoto tutti gli anni, in questo giorno, ai tuoi piedi fa ritorno per lodarti e ringraziar. Ave, Ave, Ave Maria. Per tuo mezzo anche facciamo al Signore nostri voti, perché in tutti i terremoti salva sia ogni vita uman. Ave, Ave, Ave Maria. Prega infine il tuo bambino, nostro amato Redentore, che santifichi il dolore di chi lotta e di chi muor. Ave, Ave, Ave Maria. Gloria al Padre, gloria al Figlio, gloria al loro eterno amore, lode al tuo materno amore, ora e nell’eternità. Ave, Ave, Ave Maria››.
Terminato il canto alla Vergine Santa, la banda musicale intona una celebre composizione funebre del maestro Amedeo Vella: ‹‹Una lacrima sulla tomba di mia madre››, in sostituzione del De Profundis che in passato veniva cantato dai congregati. Partono i fuochi d’artificio con un finale in crescendo. Lo scoppio dei mortaretti sta ad indicare proprio la sosta della Madonna sul luogo della tragedia, segno di una memoria che rivive nel ricordo del momento in cui i sorianesi stipularono con la preghiera l’alleanza con la Vergine del Rosario il 7 febbraio del 1783, per la rinascita di Soriano, assumendo l’impegno di celebrare questo giorno solennemente con la preghiera e il ricordo. Non è difficile immaginare come su un’esperienza collettiva di morte s’inseriscano tante storie individuali di sofferenza e di dolore, in quanto, piangendo i morti del 1783 si piangono tutti i morti e ridando vita a quei morti si ridà vita a tutti i morti in un momento in cui vita e morte si toccano e annullano il tempo33. Oltre ai presenti, si commuovono anche coloro che da lontano nelle loro case, sentono i botti assordanti dei fuochi pirotecnici. Questa situazione, assume aspetti simbolici di notevole importanza, e fa pensare alla fragilità dell’uomo, condannato a fare i conti con la natura quando si ribella.
Dopo questa sosta, la processione risale verso la parte alta del paese seguendo un itinerario che nell’ultimo tratto porta sulla via principale del paese. La via Roma viene attraversata lentamente dalla processione, accompagnata passo passo, dal suono della banda musicale che quasi sere intona ‹‹l’Orientale›› fino al rientro in chiesa34. Uno scrosciante applauso accoglie la bellissima statua della Vergine del Rosario e del Flagello. I frati domenicani, insieme al terz’Ordine, intonano nuovamente, come canto di ringraziamento, l’inno alla Madonna del Flagello. Subito dopo i vespri che annunciano l’imminente celebrazione eucaristica. Nel frattempo, il celebrante si appresta a celebrare la Santa Messa con il rito solenne, cantata per dal coro polifonico Dominicus diretto dal maestro Gianfranco Cambareri, che per l’occasione, fa esordire la corale con l’antifona d’ingresso dal titolo ‹‹Lodate Maria››. La chiesa è gremita come nelle grandi occasioni in ogni ordine di posti e di spazio. Nell’omelia il superiore della ‹‹Santa Casa›› di San Domenico in Soriano, padre Ciro Capotosto, commenta: ‹‹Sono due secoli che la Madonna protegge Soriano dalle catastrofi naturali, preghiamo affinché la Madre di Gesù e Madre nostra sia sempre vicino a noi e protegga questo territorio››. Le tante comunioni di ragazzi, giovani, adulti e anziani, testimoniano lo spirito di preghiera che caratterizza il comportamento degli abitanti del luogo, specie dopo i giorni di maltempo che hanno flagellato tutta la Calabria. Una regione quasi sempre martoriata dalle alluvioni, in quanto predisposta a rischi di dissesto idrogeologico, oltre che di natura sismica. Prima della benedizione finale, il coro polifonico Dominicus, ha intonato sub Tuum presidium, l’atto di affidamento alla Vergine Santissima.
Terminata la messa vespertina, che conclude questa giornata commemorativa, i fedeli serenamente fanno ritorno alle loro case felici di aver partecipato ad una festa, che non è certamente sfarzosa sul piano dei festeggiamenti civili, ma che più di tante altre tocca il cuore e l’animo di quanti ne comprendono il vero significato. Un rito, che rinnova il senso di appartenenza, poiché lega i sorianesi veraci alle consuetudini religiose liturgiche e paraliturgiche, tramandate dagli antenati nella speranza di essere imitati dai posteri35. Tutto ciò ha come scopo precipuo, il tentativo di recuperare i tratti essenziali della storia dell’antico borgo al fine di ricostruire un’identità precisa, che date le trasformazioni post-moderne, rischia di sbiadire lentamente, anche se in molti si fa sentire quell’esigenza di interrogarsi sul senso dell’oggi. Le fotografie che i congregati hanno recuperato dal passato attraverso un’attenta ricerca, sono il segno di continuità col presente e manifestano lo spirito della missione a cui la Confraternita del Rosario è chiamata nell’affidare il testimone alle giovani generazioni protagoniste un domani di quella strategia del ricordo e della commemorazione che investe tutto il popolo sorianese36. Di qui, lo sguardo rivolto alla Vergine e alle magnifiche rovine rievoca i tragici eventi e il senso di finitudine che in tali situazioni avvolge l’animo umano37.
Da questi tratti significativi, emerge l’istantanea di una società caratterizzata da espressioni vive e colorite, di una realtà intrisa di memorie e di ricordi legati al sacro. Immagini che offrono un quadro armonioso quasi iperreale di un paese protagonista sul piano religioso e sociale di una serie di simboli custoditi con l’autentica testimonianza di quanti partecipano con devozione. Riti che sfidano il tempo, anzi lo fermano e a volte lo trasformano all’insegna di quei valori rappresentati da quella pietà popolare che rende viva e rinnova quell’eterna esigenza umana di stabilire un contatto e un rapporto diretto con la divinità. Nasce da qui, forse in maniera un po’ inconscia e melanconica, la necessità di un confronto tra passato e presente, che certamente sul piano pratico riguarda l’atteggiamento e l’approccio popolare con la fede rappresentata dalla tradizione. Un’eticità legata ai simboli e ai riti che stabiliscono un filo conduttore che riconduce alla cultura cattolico- cristiana. Ecco perché coloro che si sentono legati alla storia di Soriano comprendono come accanto alla caducità della vita, i gesti, le fogge, i canti e le preghiere non sono altro che la proiezione umana verso un mondo altro, ossia spirituale, rispetto a quello materiale che scandisce il ritmo quotidiano della vita.
All’interno della mostra fotografica allestita in occasione della Pasqua del 2005 dalla Confraternita, alcune immagini parlano da sole, fanno capire come la parola alla pietà popolare, assume una valenza degna di attenzione, poiché incarna quella speranza umana di ricevere affetto e protezione dal divino, in questo caso dalla Madonna del Rosario e del Flagello, ma nello stesso tempo l’entusiasmo e la voglia di spendersi per contribuire al miglioramento della società che rappresenta l’ambiente privilegiato di un piccolo borgo che si identifica in un microcosmo. Un rapporto caratterizzato sul piano concreto e materiale con tutto ciò che attiene alla sfera dell’umano. Francesco Faeta sottolinea il senso di quell’autentica interpretazione relativa al cammino degli antenati e ai rituali popolari di rifondazione territoriale: «Le società arcaiche e tradizionali concepiscono il mondo circostante come un microcosmo […] La distruzione di un ordine stabilito, l’abolizione di un’immagine archetipa, equivaleva ad una regressione al caos» e ancora: «Comporre l’immagine della regione in cui è posta la propria dimora, in rapporto all’altro e all’altrove, disegnare un territorio, lo spazio a esso sovrastante, quello, misterioso e profondo, stratificato e concavo, sottostante, tracciare le strade che consentono la comunicazione orizzontale e verticale e organizzare in essi che permettono lo scambio, realistico e simbolico, tra diversi livelli e lungo differenti assi, appaiono operazioni imprescindibili ai
fini del mantenimento della presenza individuale e collettiva, premessa di ogni attività plasmatrice»38.
La Confraternita nel Mezzogiorno e, a Soriano in particolare, ha svolto un ruolo efficace sia dal punto di vista devozionale, sia dal punto di vista sociale. Oggi come ieri aderiscono alla confraternita persone di varia estrazione sociale: artigiani, imprenditori, borghesi, operai, professionisti vari, ma soprattutto gente umile e laboriosa con un grande bagaglio di umanità, gente sempre attenta al rispetto e al valore delle tradizioni locali che incidono nell’animo del microcosmo sorianese animato da questa appartenenza che si manifesta nel linguaggio relativo all’autorappresentazione reale in carne ed ossa all’interno di un contesto di immagini che si riappropria del passato per mantenere vivo il presente.

REFERENZE E NOTE
APEA. Asociación Profesional Extremeña de Antropología. Testo di Martino Michele Battaglia
http://dialnet.unirioja.es/descarga/articulo/3702893.pdf

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