La Calabria del secolo XVII agli occhi dei viceré di Napoli by DIANA C ARRIÓ -I NVERNIZZI

Le fonti delXVII secolo,come Giulio CesareCapaccio o Antonio Bulifon, sottolineavano come caratteristiche distintive della Calabria la sua lontananza rispetto a Napoli, capitale del regno, e la pericolosità delle sue coste,a causa degli attacchi dei turchi. Da quando Carlo V attraversò la Calabria nel suo cammino verso Napoli nel 1535 , gli Austria di Spagna si convertirono per i calabresi in re assentiLa storiografia ha sorvolato sul fatto che anche i viceré quasimai si recarono nella regione. Machiavelli ed altri teorici della politicamodernasiriferironomoltevolteall’importanzaperilprincipediviaggiareedesserevisibileperisuoivassall.Godeva anche di prestigio l’idea che il principe doveva acquistare la sueducazione politica con il viaggio e soprattutto con l’esperienza italiana, accompagnando, nei suoi anni di formazione, a qualche viceré o ambasciatore. Infatti, come ci racconta il bio-grafo Gregorio Leti, nel decennio del 1580, il futuro viceré IV duca di Osuna aveva fatto nella sua gioventù un viaggio educativo in Calabria, per espresso consiglio di suo nonno,il Iduca di Osuna, anch’egli viceré di NapoliPerò man mano che il viceré di Napoli cessò di essere pre-dominantemente un uomo di armi per convertirsi anche inun uomo di lettere, questo valore si perse. Le poche volte chei viceré si recarono nelle province fu per motivi devozionali operassistereadunabattutadicaccia, suinvitodiqualchenobilelocale. Diconseguenza,
Fig. 1. Cassiano de Silva, Largo di palazzo e il convento di San Francesco di Paola  , 1692, Biblioteca Nazionale di Napoli
Fig. 1. Cassiano de Silva,
Largo di palazzo e il convento di San Francesco di Paola
, 1692, Biblioteca Nazionale di Napoli
peravereinformazionisuquan-to avveniva in quei luoghi si servivano prevalentemente deiloro governatori provinciali. Dal loro palazzo, senza abban-donare la corte e circondati dalle loro biblioteche, acquisiva-no le informazioni storiche sul regno necessarie per il buongoverno,attraversolibricheriportavanodescrizionidelleprovince del regno, come quelle di Ottavio Beltrano o EnricoBacco.
Inoltre, a partire da don Pedro de Toledo (1532-1553) siimpose la strategia di rafforzare la corte di Napoli come cen-tro nevralgico del potere e della cultura, cercando di attrarrenella città partenopea le élites locali di tutto il viceregno. La nobiltà consapevole dell’importanza di stare vicino al centrodel potere iniziò a costruire le sue dimore a Napoli. Il flussodi persone e di ordini religiosi verso la corte divenne quindisempre più crescente. Per tanto si può dire che furono le pro-vince che poco a poco si avvicinarono al viceré e non questi alle sue province.Ma nonostantelacorte costituisse il polo di attrazione e lo specchio di civiltà nel quale riflettersi, è bene ricordare che, in alcune occasioni, nelle province vennero promosse iniziative culturali che più tardi vennero adottate nella corte.Per esempio, nella seconda metà del secolo XVII risulta che la decisione di erigere statue di Carlo II negli spazi pubblici ebbe origine in città come Avellino, e solo in un secondo tempo l’i-dea venne copiata a corte. Fenomeni come questi merite-rebberomaggioriindaginiequindiapprofondimenticheaiu-terebbero a comprendere le dinamiche di comunicazione tra la corte e le province. E’, dunque, importante studiare anchela Calabria alla luce delle sue relazioni con il regno e conl’Europa, come peraltro hanno fatto alcuni recenti studi
.Il presente scritto vuole offrire un contributo volto ad in-dagare il modo in cui i viceré si rapportarono alla Calabria,concentrandoci in particolare sulla visibilità di questa partedel regno nella corte, questione che non è di poca importan-za se si osserva che nella decorazione del palazzo Reale diNapoli, quindi nella residenza del viceré, abbondano i riferi-menti a questa regione. Tra i dipinti storici del palazzo incontriamo numerosi scenari e personaggi calabresi che rivelano come questo luogo fosse ben presente nell’ immaginario 

spagnolo. La memoria di avvenimenti successi in Calabria,come l’arrivo del
Gran Capitán a Tropea nel 1502, permette-va ai viceré di alimentare il mito di fondazione che spiegava la presenza del governo spagnolo nel regno di Napoli
.Capaccio, nel libro Il forastiero (1634), dialogo tra un napoletano e un forestiero di passaggio da Napoli, opera dedicata a lviceré conte di Monterrey, fa molti riferimenti alla storia della Calabria. Parlando dei viceré di Napoli, nella sesta giornata del dialogo,Capaccio,tuttavia,contribuisce a diffondere una immagine del calabrese come delinquente e sedizioso contro il Re di Spagna e narra come, durante il viceregnodi Francisco Ruíz de Castro, VIII conte di Lemos (1601-1603)
, i calabresi, colpiti dalla povertà e costretti agli allog-giamenti dei soldati, si ribellarono contro il governo vicerea-le, con l‘aiuto dei gentiluomini di Catanzaro, come FabioLauro o G. B. Bibia. Il viceré inviò Carlo Spinelli a soffocarela rivolta e dalla Calabria furono portati a Napoli molti pri-gionieri, come Maurizio di Rinaldi, che venne pubblicamen-te impiccato nel
Molo 
. Gli echi di questa ribellione non sispensero facilmente, come si apprende leggendo Capaccio o 

Bulifon e, spesso, questi calabresi ribelli erano accompagnatidal sospetto di apostasia del cattolicesimo
.Nell’ottava giornata,Capaccio ci parla«degli habitatori di varie nationi della città di Napoli» e dei luoghi di incontro di francesi, catalani, florentini o lombardi. Riferendosi ai nu-merosi calabresi che risiedevano nella città parla «degli habi-tatori del regno stesso, calabresi, pugliesi, abruzzesi, c’hannoripiena tutta la città […] che quasi fanno il terzo di quella […], quando alcuni sono quà pare che rinascono, e mutanocostumi, e quella rozzezza del paese diventa civiltà»
.Capaccio, quindi, veicola l’idea che la corte riusciva a civiliz-zare i calabresi che arrivavano in massa a Napoli.In questa sede ci soffermeremo in particolare sui rapportitra la corte e la Calabria dal punto di vista della dimensionereligiosa che risulta aver giocato un ruolo molto importantenell’ambito di queste relazioni. Qui per inciso possiamo os-servare che la Compagnia di Mileto (Calabria), per esempio,riceveva finanziamenti dal Collegio Imperiale di Madrid
, eciò dimostra l’esistenza di vincoli che richiederanno maggio-ri studi per delineare in che misura la chiesa e lo scenario ecclesiastico ma anche le devozioni contribuirono aad avvicinare la Spagna e la Calabria.I calabresi erano soliti incontrarsi in due importanti chie-sediNapoli,quelladiSanFrancescodiPaola,deiminimicalabresi, situata di fronte al Palazzo Reale (fig. 1) e, ancor dipiù, nella chiesa del convento di Santo Domenico Soriano,dei domenicani calabresi, nell’attuale piazza Dante.Durante la prima metà del secolo XVII i viceré spagnoli siavvicinarono prima ai minimi, inizialmente in modo piutto-sto timido, dato che all’epoca questo ordine eremitico, fondato nel 1436 da San Francesco di Paola (1416-1507), cano-nizzato nel 1513, aveva connotazioni filo-francesi

. Per que-stomotivoglispagnolicercaronodicontrapporsiallacorren-te agiografica predominante ed avvicinare l’ordine agli inte-ressi della monarchia spagnola, vincolandolo tra l’altro ai so-vraniaragonesi,operazionecheforsenonsempredovettepie-namente riuscire nel senso desiderato. Nel 1622 si ha, infat-ti, a Napoli la pubblicazione di sessantaquattro incisioni di Alessandro Baratta inerenti
LaVita e Miracoli del Glorioss.mo Padre Santo Francesco di Paola 
[…]
, dove ve ne è una parti

colarmenteinteressanteinerenteFerdinandoId’Aragona(fig.3) che sembra però veicolare un messaggio politico di critica all’operato dei viceré, dato che da una delle monete, offertedelMonarcapercostruireilconvento,spezzatadalSantoescesangueequestiosservachesitrattadelsanguedeisudditi.Ma il significato di queste incisioni, soprattutto dal punto di vi-sta del rapporto tra arte e potere deve ancora essere indagato.Nel 1658 si ha poi una 
Vita di San Francesco di Paola che di nuovo lo vinco laa i sovrani aragonesma anche in questo caso solo una lettura attenta del testo potrà restituircene il suopieno significato. Sono invece indubbiamente filo-spagnoli itesti di Giulio Cesare Capaccio e Carlo Celano
, che accol-seronellelorooperelaleggendacheindicava ilsanto calabre

se come il responsabile di aver scelto l’ubicazione della resi-denza del viceré, il palazzo reale di Napoli, di fronte al con-vento che lo stesso aveva fondato in un luogo appartato della città (fig. 1). I viceré antecedenti al V duca d’Alba (1622-1629) giunsero persino a manipolare la storia per associare alsantolegloriediFerdinandoilCattolico,cheinrealtàilcala-brese non conobbe mai. Effettivamente, il santo appare rap-presentato nel centro dei dipinti della volta, nella sala degliambasciatori del palazzo vicereale, benedicendo le gesta delCattolico (fig. 2)
Fig. 2. Belisario Corenzio e aiuti, San Francesco di Paola e Ferdinando il Cattolico  , ca. 1620, Napoli, Palazzo Reale
Fig. 2. Belisario Corenzio e aiuti,
San Francesco di Paola e Ferdinando il Cattolico
, ca. 1620, Napoli, Palazzo Reale
.La relazione dei viceré con i minimi fu dunque complicata e di conseguenza il loro appoggio a questo ordine fu quasi sempre ambiguo. Per esempio,nel1625ilVducadeAlbadiedeilsuoappoggioall’iniziativacittadinadiconvertireFrancescodiPaola nel santo patrono di Napoli, ma si astenne dal partecipare ai festeggiamenti, con la scusa di una malattia.Tuttavia,nei successivi viceregni, e specialmente al tempo del VI contedi Monterrey (1631-1637), l‘autorità vicereale assistette a feste e trasporti di reliquie del santo e promosse la fortificazione di Paola per la difesa della popolazione.Per quanto concerne invece San Domenico a Soriano fusoltanto nel 1640 che venne nominato patrono di Napoli.Nel 1510 il domenicano Vicenzo da Catanzaro aveva fondato a Soriano un convento dedicato a San Domenico.     Standalla tradizione la notte del 15 settembre del 1530 la Vergine,in questo convento, era apparsa a frate Lorenzo da Grotteria,consegnandole una tela con l’immagine di San Domenico(fig. 4)
Fig. 4. Alonso Cano, San Domenico a Soriano, ca. 1652-1667, olio su tela, Instituto Gómez-Moreno de la Fundación Rodríguez-Acosta,Granada
Fig. 4. Alonso Cano, San Domenico a Soriano, ca. 1652-1667, olio su tela, Instituto Gómez-Moreno de la Fundación Rodríguez-Acosta,Granada
. La devozione popolare verso la sacra effigie di Soriano crebbe in modo straordinario e papa Urbano VIII autorizzò la corrispondente festa liturgica.Durante le prime decadi del secolo XVII, la comunità di Soriano contò tra i sui frati alcuni ribelli. Nel 1633, Bulifon riportane i suoi
Giornali  il caso di uno di loro che, per la sua infedeltà al re, fu impiccato pubblicamente a Napoli. Durante questo periodo,fino agli anni Cinquanta,gli spagnoli non intrapresero importanti opere di mecenatismo architettonico nelle comunità religiose calabresi, che, come abbiamo visto, non mostravano una fedeltà incondizionata. O perlomeno non lefecero realizzare con lastessa grandezza degli anni successivi.CostituisceunaeccezionelaprotezionecheivicerédiederoalsantuariodiSantoDomenicoaSorianopri-ma del 1640, che si tradusse nel finanziamento dell’altaremaggiore che custodiva la venerata effigie del Santo, opera diMartino Longhi, e l’incarico del vicerè Medina de las Torresdi decorare la capella con la immagine del santo
Invece, la seconda metà del secolo XVII fu specialmente importante per il mecenatismo vicereale nei conventi calabresi e dinaltre province del regno.Dall’attenzioneprioritariadeiviceré verso l’ordine dei minimi, si passo ad un protagonismo crescente dei domenicani calabresi.Questoprotagonismoau-mentò con la nomina, nel 1666, di un generale dell’ordinespagnolo, rompendo con la tradizione che fosse un italiano
.Questi era Antonio González, persona molto vicina a Pedro Antonio de Aragón ed ai successivi viceré di Napoli. Inoltre,pochi anni prima, nel capitolo generale dei minimi, celebratoaBarcellonanel1661,erastatoelettosempreungeneralespa-gnolo, invece di un francese, come prima d’abitudine:Francisco Navarro, provinciale del regno di Granada.Dopo il terribile terremoto del 1659, il viceré conte diPeñaranda 
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(fig. 5)
Fig. 5. Anselmus van Hulle e Pieter de Jode, El conde de Peñaranda  ,Anversa, 1648
Fig. 5. Anselmus van Hulle e Pieter de Jode,
El conde de Peñaranda
,Anversa, 1648
 offrì in nome della corona la maggior
somma di denaro giammai destinata da uno spagnolo alla comunità domenicana di Soriano,per laricostruzione totale delconvento, uno dei più importanti di tutta la Calabria. Il progetto fu affidato all’architetto Bonaventura Presti.Dell’edificio sopravvivono oggi, a causa del terremoto del1783, solo le rovine. L’abate Pacichelli, nel suo racconto diviaggio del 1693, ricordava il regalo di una magnifica lampa-da che fece Filippo IV a questa comunità negli ultimi annidella sua vita. L’aveva vista nella sacrestia, insieme a molte al-tre donazioni di nobili, come i principi de Cellamare,Giudice, o il duca di Bagnara Ruffo: «un lampanone ricevu-to dal monarca di Spagna, pianete di raccamo d’oro, pretio-tisime e numerose»
. Pacichelli, che durante il suo viaggioaveva visitato anche Paola, non riporta invece donazioni diparte spagnola al santuario dei minimi, e questo conferma il  maggiore interesse mostrato dagli spagnoli verso San Domenico a Soriano.Ciò nonostante non possiamo dimenticare che l’iniziativa di finanziare la ricostruzione del convento di San Domenico a Soriano si inquadrò all’interno di una campagna più ampia del mecenatismo conventuale intrapreso da Filippo IV a par-tire dal 1660 e negli ultimi anni del suo regno, come dimostra la corrispondenza scambiata tra il viceré, il Consejo de Estado  e il re, custodita nell’archivio di Simancas. Si trattava di un piano volto a mettere a tacere le critiche che, in modocrescente dopo la rivoluzione di Masaniello, la corona aveva ricevuto da parte di alcuni settori napoletani per la sua sup-posta mancanza di rispetto alla religione

Fig. 6. Ritratto di Pedro Antonio de Aragón  , frontespizio di La pobreza enriquecida  , Napoli, Egidio Longo, 1671
Fig. 6.
Ritratto di Pedro Antonio de Aragón
, frontespizio di
La pobreza enriquecida
, Napoli, Egidio Longo, 1671
.La corrispondenza tra gli agenti spagnoli in Italia e il
Consejo de Estado 
dimostra che questa campagna ebbe iniziogià dal 1648, coinvolgendo spazi ecclesiastici “contestatari“,che avevano mostrato segni di ribellione o infedeltà al poterespagnolo.Ivice,daltempodelcontediOñate(1648-1653),avevano,infatti,decisodiintraprendereoperedimecenatismoin tutti gli scenari che erano stati sotto il potere degli insorti,come il Carmine, o il Mercatello, nell’attuale piazza Dante
.Quindi, la decisione di finanziare certi conventi nel regnoe non altri venne presa basandosi sul comportamento che le comunità avevano assunto al tempo della rivolta di Masaniello.La Calabria rimase ai margini di questa campagna, dato che la corrispondenza sopra citata non la includono nei territori beneficiati del regno, forse perché si era estinto il ricordodellecongiureorganizzatedaalcunicalabresiall’iniziodelse-colo, tra cui certamente la più famosa fu quella di Campanella 
.Nella corrispondenza di Simancas intorno agl1660 di fatto non risultano comunità calabresi politicamen-te scomode (eccetto l’arcivescovo di Reggio, che dava problemi all’autorità vicereale).Per questa campagna di mecenatismo conventuale il viceréavevaalsuoservizioungruppodigovernatorisecolari,chiamati delegati «de‘ fabricatori», che si incaricavano di seguire l‘ese-cuzionedelleopereecheeranocoordinatidaldelegatodellarea-le giurisdizione, responsabile della negoziazione che riguardavla difesa della 
regalía 
nel regno. Molti dei conventi ai quali so-printendevano non erano di patronato regio, e di conseguenza questomecenatismoscatenavamolticonflittigiurisdizionali.Da tutto ciò se ne deduce che, dopo la rivolta di Masaniello, i viceré mostrarono una maggiore sensibilità verso l’utilità politica del mecenatismo
anche negli spazi ecclesiastici del viceregno ed in particolare un maggiore interessenel favorire l’ordine domenicano.Questi interventi formavano parte della loro particolarestrategia di sacralizzazione del potere vicereale.Se la Calabria restò esclusa da questo progetto, con l’ecce-zione del convento di San Domenico a Soriano, le chiese ca-labresi a Napoli, durante questi anni, furono invece oggettodi attenzione, a differenza della prima metà del secolo, du-rante la quale i vicerè praticamente solo diedero il loro ap-poggio alla dichiarazione del santo patrono della città. Ci riferiamo soprattutto a due casi:il mecenatismo nella chiesa del convento (fondato nel 1606) di San Domenico Soriano

e alla decisione di finanziare la costruzione di una cappella delCristo dei Dolori nella chiesa minima di San Francesco di Paula, sempre nel 1664.I padri calabresi dell’ordine domenicano, seguendo il co-stume dell’epoca, vollero stabilirsi e aprire una casa a Napoliche servisse di ospizio per i domenicani calabresi che andassero a Roma. RicevetteroprimailpermessodiPaoloV(1606)e poi l’autorizzazione del viceré conte di Benavente (1607)

.Si stabilirono in una cappella esistente dal 1587, denomina-ta Santa Maria della Salute, e nelle case adiacenti. La chiesa non fu portata a termine fino al 1660, ma nel 1639 si costruìsuprogettodiCosimoFanzagol’altaremaggioreadimitazio-ne dell’altare del convento calabrese di San Domenico a Soriano. Nel 1664, il calabrese Mattia Preti, artista ammira-to dai viceré, che era appena giunto da Malta, dipinse nella chiesa gli affreschi con la vita del santo. Lo stesso anno ave-va assunto la carica di viceré di Napoli Pascual de Aragón.Fuidoro riferisce che nel settembre de 1665, il viceré Aragónintervenne con pompa alla festa di San Domenico Soriano,accompagnato da molta nobiltà: «Da padri domenicani cala-bresi della chiesa di San Domenico di Soriano e stata solen-nizata oggi con molta pompa la festa di detto santo alla qua-le e intervenuto il signor cardinale viceré con buon numerodi nobilta»
. Si trattava di un avvicinamento a questa comu-nità che fu continuato da Pedro Antonio de Aragón (1666-1671) e dal marchese di Astorga (1672-1675).Nel1667ilvirreyPedroAntoniodeAragón(fig.6)fondòuna messa perpetua nella cappella di Sant’Anna nella chiesa di San Domenico Soriano di Napoli
. E prima di lasciareNapoli, nel 1671, il priore dei domenicani calabresi,Geronimo Soriano, regalò a lui e sua moglie, la viceregina,due quadri uguali di Santo Domenico a Soriano. È da pensa-rechequestebuonerelazioniconilvicerécontribuironoafarconseguire a Geronimo Soriano fondi per l’erezione di unnuovo monastero, costruzione che venne decisa nel 1671.Questo convento si trovava in un’area, il Mercatello, cheerastatacontrollatadairibellidurantelarivoltadiMasaniello,e sulla quale, come si è detto, gli spagnoli focalizzarono l’at-tenzione per riurbanizare in profondità e lasciare nel luogoun’impronta spagnola. Si trattava di una strategia per appro-priarsi dello spazio pubblico napoletano. In questa stessa zo-na, i viceré intervennero in vari complessi: il più importantediquestiilmonasterodiSanPietroeSanSebastiano, icuilavoriterminarononel1673.Questostessoannoebberoinizioi lavori di ristrutturazione della chiesa di San Domenico Soriano, che si protrassero fino al 1688 1688, sotto la super-visione di Bonaventura Presti, che terminava di progettare la ricostruzione del convento dei dominicani a Soriano, inCalabria. Inoltre, è possibile che i lavori di Napoli si realiz-zassero con l’appoggio dell’autorità vicereale, essendoBonaventura Presti l’architetto regio del palazzo.Risale sempre a questi anni l’iniziativa di Filippo IV di ac-cettare la petizione dei minimi di Napoli per costruire la cap-pelladelCristodeidolorinellachiesadiSanFrancescodiPaola.Ma fu sopratutto a Roma dove gli spagnoli fecero i mag-giori sforzi per esibire, nel 1664, la loro devozione per il san-to patrono, erigendo in suo onore un altare nella chiesa diSan Francesco di Paola, nell’attuale via Cavour a Roma, mettendo le insegne di Filippo IV. Il 31 ottobre del 1664,Filippo IV ordinò al viceré Pascual de Aragón di donare al-l’ordine minimo di Napoli 500 ducati castigliani delle cas-se del viceregno, a soddisfazione del suo contributo per «la-brar capilla para ejercicios de piedad y colocar la imagen delSanto Cristo de los Dolores» nella chiesa di San Luigi diPalazzo. Questa chiesa, come già si è detto, fu fondata dalmedesimo San Francesco di Paola nel secolo XV. Venne de-dicata a San Luigi in quanto nello stesso luogo era esistita una cappella dedicata a questo santo. Si trovava di fronte alPalazzo Reale e, per la sua ubicazione nel largo di palazzo, fuscenario di numerosi festeggiamenti. Ogni anno lì si cele-brava la festa di San Isidro e i vicerè assistevano ai fuochi ar-tificiali e alle corride dei tori che in loro onore si organizza-vano al

largo di palazzo Da quanto detto finora, si è dunque visto come i viceré sisiano adoperati per coinvolgere le comunità calabresi presenti a Napoli nel progetto politico comune del regno. E ciò fugrazieadunprogrammadimecenatismoconventualechebe-neficiònelcasodeicalabresi, inparticolare, almenoallostatoattuale delle ricerche i minimi ed i domenicani, nonostantetra i suoi membri ci fossero stati persone poco fedeli al mo-narca spagnolo. Inoltre, abbiamo visto che questo mecenati-smo aumentò a partire dagli anni sessanta del secolo XVII,dopo i convulsi anni del 1647-1648.Risulta interessante notare che, contemporaneamente a questo processo di crescita del mecenatismo spagnolo nel regno di Napoli, le fonti della seconda metà del secolo XVII,come Innocenzo Fuidoro o Antonio Bulifon, menzionano meno casi di calabresi ribelli.Forselavolontàpacificatricedelregnoespressasiattraversoilmecenatismoconventualeel’av-vicinamento dei vicerè alle devozioni calabresi permise di al-lontanare il fantasma della ribellione in province come la Calabria Citra e la Calabria Ultra.
fonte: https://www.academia.edu/2000585/La_Calabria_del_secolo_XVII_agli_occhi_dei_vicere_di_Napoli_en_Anselmi_dir._La_Calabria_del_viceregno_spagnolo_Storia_Arte_architettura_e_urbanistica_Gangemi_Editore_pp._187_y_ss
.
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