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Soriano Calabro 27-12-2017 / XVIII Concerto di Natale del Coro Polifonico Dominicus.

Vi aspettiamo stasera 27 dicembre 2017 alle 19:30 presso la Basilica Santuario San Domenico in Soriano per il XVIII concerto di Natale del Coro Polifonico Dominicus !

Il coro Polifonico Dominicus nasce nel novembre del 1999 nel Santuario di San Domenico in Soriano, su iniziativa di Padre Francesco Lo Vecchio, che ne affiderà poi la direzione al maestro Gianfranco Cambareri. Inizialmente lo scopo primario era quello di animare, in qualità di cappella Musicale, le celebrazioni liturgiche del Santuario. Successivamente, con il consolidarsi del gruppo, si è lavorato in parallelo nell’organizzazione di concerti, e nel 2002 il coro è stato promotore del Premio “Città di Soriano Calabro San Domenico” conferito al M° Mons. Giuseppe Liberto, direttore della Cappella Sistina. Numerosi sono i concorsi e le rassegne regionali, nazionali e internazionali ai quali ha magistralmente preso parte, occasione di crescita personale e artistica e di incontro sociale fraterno. Vanta oggi un vasto repertorio che spazia dai temi liturgici a quelli della tradizione popolare calabrese e non, dalla musica classica alla cultura internazionale (spagnola, francese, polacca).

Nel 2018, il coro “Dominicus” aprirà i festeggiamenti in ricorrenza del ventennale della propria fondazione. Si tratta di un traguardo molto importante in una piccola realtà come la nostra, dove spesso si assiste alla “morte” di iniziative socio-culturali già sul nascere.

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Soriano e il culto dei Santi Medici Cosma e Damiano

 di Martino Michele Battaglia

Partimmu di tantu luntanu

  San Cosma e Damianu

   La grazia ti cercamu

 

     Cu voli grazii

   Mu vene a Surianu

ca c’è San Cosma e Damianu

 

Vorria sapiri cu vi fici tantu belli

Supa a sta vara tutti dui fratelli

 

  San Cosma e Damianu

  Siti medici  suprani

   e cu cori vi pregamu

  San Cosma e Damianu

 

  Che bella sta jurnata

  Di stari in cumpagnia

  San Cosma e Damianu

  Pregati Iddiu pe’ mia

  Nui di la casa facimmu stu vutu

  San Cosma e Damianu datici aiutu

 

Nui pe’ na grazia venimmu a Surianu

  San Cosma e Damianu

  e tu ci l’hai da fare

  e tu ci l’hai da fare .

 

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Cantavano così  schiere di pellegrini che dal XVIII secolo in poi, giungevano a Soriano per venerare i Santi Medici Cosma e Damiano .

Ancora oggi nei giorni della festa , il 26 e il 27 di settembre di ogni anno, questo canto riporta indietro l’orologio della storia, quando tanta gente dei paesi limitrofi , ma anche da altri posti della penisola, giungeva a Soriano per stare in compagnia dei Santi Medici Cosma e Damiano, che testimoniarono la loro fede in Cristo fino all’estremo sacrificio.

Le poche fonti disponibili sulla vita dei due santi , riferiscono  che  Cosma e Damiano  nacquero in Arabia,  e appartenevano ad una nobile famiglia che professava clandestinamente la religione cristiana. Il padre forse di nome Niceforo, probabilmente morì martire in giovane età, la loro madre  donna molto pia, di nome Teodora(o Teodata),  si occupò della loro educazione. Per ragioni di studio si trasferirono  probabilmente ad Alessandria in Siria, dove appresero  l’arte medica.  In Siria a quel tempo vi erano le scuole più rinomate di Teofrasto e Galeno. La scuola di Galeno, tra l’altro era ben accolta dalla Chiesa per il fatto di considerare il corpo come lo strumento dell’anima  creato da un Ente Supremo. Di qui, i due fratelli  esercitarono a Egea (Aigai in Cilicia, attuale Ayas degli Armeni in Turchia e a Ciro (Cyr o Kiròs) e in Siria come testimoniato dal Vescovo Procopio.  La Cilicia si era convertita ben presto al cristianesimo dopo la predicazione di San Paolo. Alcuni scritti parlano di un farmaco di loro invenzione chiamato Epopira,  ma è noto che essi univano alla cura la preghiera,  si dice infatti  che avevano ricevuto dallo Spirito Santo  il potere di guarire ogni sorta di malattia a uomini e animali. Accresciuto il loro potere taumaturgico in tanti andavano a trovarli per essere guariti e si convertivano al cristianesimo, non a caso molti pagani scelsero liberamente di accettare il credo cristiano dei Santi Medici.   I due fratelli non accettavano mai alcun compenso di qualsiasi natura per i loro servigi, ciò gli valse l’appellativo di Santi Anàrgiri con cui passarono alla storia, che significa  nemici del denaro, dal greco anargyroi. Tuttavia, il libro del Sinassario  della Chiesa di Costantinopoli riferisce che una donna di nome Palladia  , dopo aver speso tutto con i medici, si recò da loro e subito guarì. Offrì allora  un piccolo dono(tre uova) a Damiano che lo accettò non per cupidigia di danaro, ma per non far torto allo zelo e alla buona volontà della donna. Quando Cosma fu al corrente di ciò, profetizzando l’imminente martirio,  ordinò che alla sua morte il suo corpo fosse seppellito lontano da quello del fratello. Il Signore apparve allora a Cosma per scusare Damiano per l’accettazione del dono. Il proconsole romano Lisia, venuto a conoscenza della fama dei due Santi  ordinò che gli fossero portati davanti. Vedendoli di fronte  Lisia chiese quali fossero i loro nomi ed essi risposero : ‹‹I nostri nomi sono Cosma e Damiano e abbiamo altri tre fratelli : Antimo, Leonzio ed Epupreio; la nostra patria è l’Arabia e come cristiani non possediamo ricchezze  ››. Dopo fustigazioni e torture i cinque fratelli subirono il martirio per ordine di Lisia sotto il regno di Diocleziano a Ciro (o forse a Egea),  probabilmente  nel 303,  secondo la pena riservata ai nobili. Con coraggio i Santi Medici diedero testimonianza della loro fede insieme ai loro giovani fratelli pregando per il loro carnefici mentre le loro teste cadevano ad una ad una. L’iconografia riproducendo  la narrazione del momento della loro sepoltura  attesta che mentre alcuni uomini si apprestavano a dare a Damiano sepoltura separata dal fratello un cammello  che si trovava vicino al luogo, parlò e disse :‹‹ Nolite eos separare a sepoltura, quia non sunt separati a merito ››. Teodoreto  li definì illustri atleti e generosi martiri. Papa Felice IV fece costruire a Roma una grande basilica in loro onore, e pare che il 27 settembre sia il giorno commemorativo della basilica e non la data del martirio. Infatti, a causa di tale incertezza sul giorno del Martirio, la Chiesa ha trasferito il giorno della festa dei Santi Medici al 26 settembre. La tradizione asiatica festeggiava i due santi il primo giorno di Novembre, quella romana il primo luglio e quella arabica il 17 ottobre. Molte chiese sorsero e furono dedicate ai Santi Cosma e Damiano, nei secoli IV e V, in Panfilia, in Cappadocia, a Edessa e a Costantinopoli dove furono erette quattro basiliche in loro onore. Di esse ebbe grande risonanza in tutto l’oriente, per la magnificenza dei loro ornamenti, quella fatta costruire  dall’imperatore Giustiniano nel 571 sulle loro tombe, dopo essere guarito per loro intercessione. In questa basilica divenuta santuario nazionale, numerosi ammalati si recavano per impetrare la guarigione dai loro mali, praticando il rito della ‹‹incubazione››. Perciò i malati passavano la notte in chiesa addormentandosi, e durante il sonno i Santi venivano a curarli, facendo un’operazione chirurgica, i cui effetti si notavano subito il giorno dopo, se era necessario, oppure applicando un impacco a base di olio e cera, o in definitiva suggerendo rimedi a volte molto strani.  Sotto il pontificato di San Gregorio Magno  le reliquie dei cinque Santi martiri furono traslate dalla città di Ciro a Roma nella basilica a loro dedicata da papa Felice IV. In questa basilica lavorava un diacono di nome Giustiniano che aveva la gamba destra divorata da un cancro. Una notte mentre dormiva  accanto all’altare dove si trovavano le reliquie dei Santi martiri, gli apparvero in sogno i due santi Medici con unguenti e strumenti chirurgici. Pare che Cosma abbia chiesto a Damiano dove poter recuperare una gamba di ricambio e Damiano abbia risposto che nel cimitero di San Pietro in Vicoli si trovava il cadavere di un uomo di colore  etiope da poco seppellito. Di qui a seguire il racconto, i due Santi si recarono al cimitero e amputarono la gamba all’etiope  e sostituirono la gamba corrosa del povero diacono che al risveglio non sentiva più dolore e si accorse di avere una gamba nuova più scura dell’altra. Tornando a casa il diacono raccontò il miracolo a tutti così in tutto il mondo i divini fratelli, risanatori del male, furono  da allora designati patroni dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti e invocati come protettori degli ospedali. Il culto dei Santi Medici nel tempo, si è propagato in tutta Europa e si è radicato in tutte le regioni italiane. Infatti, i crani dei Santi vennero traslati da Roma a Brema nel X secolo : nel 1581 la figlia dell’imperatore Carlo V, Maria ,  li donò alla chiesa delle clarisse del convento di Madrid. Tuttavia, le stesse reliquie sono venerate anche nella chiesa di San Michele Arcangelo a Monaco di Baviera dove secondo un’epigrafe furono poste nel XV secolo. Le prime notizie invece sulla reliquia custodita  a Bitonto è del 1572 secondo la data di svolgimento della visita pastorale di mons. Musso. La venerazione ai Santi Cosma e Damiano si diffuse rapidamente non solo nel Lazio, ma in tutta la penisola. In Toscana la famiglia dei Medici verso la metà del 1400  li elesse propri patroni, facendoli oggetto di culto  e commissionando al Beato Angelico  alcune tele con gli episodi relativi ad alcuni episodi della loro vita e ad alcuni prodigi compiuti dopo la loro morte. Tra le tele spiccano la pala di San Vincenzo di Annalena, commissionata da Cosimo per Annalena Malatesta, ttra il 1430 e il 1440, la pala di San Marco , di qualche anno posteriore,  in cui è rappresentata la scena del trapianto della gamba nera, tema ripreso in seguito da tanti altri artisti, e la scena del cammello che parla al momento della sepoltura dei due fratelli. La nascita dei trapianti risale quindi proprio al terzo secolo d. C. quando si verificò il miracolo del primo trapianto di arti nella storia della medicina, di gran lunga in anticipo   rispetto a quando nel  1902  il chirurgo francese, Alexis  Carrel, premio Nobel per la medicina nel 1912, mise a punto la tecnica di anastomosi vascolare, in grado di suturare fra loro i vasi sanguigni. Si sa, che grazie a questa tecnica furono compiuti i primi esperimenti sui trapianti di organi nella scienza medica moderna,  anche se la figura dei Santi Medici resta un punto di riferimento nel campo medico-scientifico. A loro sono dedicati seminari e convegni come in Puglia dove in occasione della loro festa si radunano  medici, donatori di organi, donatori di sangue, trapiantati e pazienti in attesa di trapianto di organo. Il culto dei Santi Medici è radicato  in particolare al Sud della penisola. La devozione , attestata nel Medioevo, ha ripreso uno slancio ulteriore  in epoca moderna per il fatto di rispondere alle ansie legate alla precarietà dell’esistenza.

A Soriano  c’è una statua di pregevole valore artistico, opera del rinomato scultore serrese, Vincenzo Zaffino, che la scolpì agli inizi del XVIII secolo su committenza della famiglia Grillo di Soriano, che successivamente la diede in dono alla chiesa Matrice dedicata a San Martino Vescovo di Tours. Gli anziani infatti, raccontano ancora, che negli anni trenta, durante la festa dei  Santi Medici,  l’erede del simulacro della famiglia Grillo, il signor Raffaele, falegname, protestò vivacemente nei confronti del parroco di allora, l’arciprete Domenico Bartone, chiedendo la restituzione del gruppo statuario. Al passaggio della processione chiese all’arciprete Bartone dove stessero portando i suoi Santi, intimando di lasciarli davanti alla sua abitazione. Il parroco ignorò le minacce facendo proseguire il corteo processionale, quando il signor Raffaele uscì dall’officina del fratello Francesco, impugnando una grossa mazza con cui colpì rabbiosamente la base del simulacro. Le due splendide sculture miracolosamente non subirono il minimo danno tra lo stupore dei presenti che fermarono subito il contestatore. Il signor Raffaele Grillo, a detta della moglie, compì questo gesto estremo per  affermare un suo diritto, e cioè, la restituzione del simulacro dei Santi Medici. Altro aspetto riprovevole riguarda il furto dei due piccoli vasi dell’antica spezieria del santuario domenicano che uno dei due santi teneva  presso di se sopra una specie di portaoggetti in legno dove erano predisposti i ferri chirurgici utilizzati dai due fratelli per i loro interventi. Spesso si sente dire che i Santi Medici si sono serviti di questo simulacro, che accomuna i due fratelli come protesi in un atto di amore verso gli ultimi, operare prodigi e risolvere casi disperati, questo è certamente il motivo di tanta devozione da parte dei fedeli. Quasi tutti i miracolati raccontano di aver sognato, a volte in coma, o nei momenti difficili della loro malattia, uno di loro che, col volto sorridente, che li incoraggiava a non preoccuparsi assicurando loro la guarigione, chiedendo in cambio di venire nella loro casa di Soriano per ringraziarli di persona. Il gruppo statuario dei Santi Medici, è stato recentemente restaurato su iniziativa del parroco don Pino Sergio  dal maestro Saverio Scigliano che ha riportato le due splendide sculture allo stato originale per essere  nuovamente venerate e ammirate per la loro bellezza artistica dai fedeli. Sulla figura carismatica dei due Santi don Pino Sergio afferma: ‹‹Questa attenzione ai malati è pure uno strumento  efficacissimo di apostolato  cristiano. È appunto l’opera di proselitismo costa il martirio ai due fratelli martirizzati con altri cristiani››. Tanta gente continua ad affidarsi ai Santi Medici per cercare di superare le difficoltà della vita, perciò molti pellegrini giungono a Soriano, dove un tempo vi era una grande festa in onore dei due Santi martiri cristiani. Gli ex-voto davanti al simulacro dei Santi Medici Cosma e Damiano di Soriano, rappresentano una ‹‹grandiosa ierofania››, che nega la morte per affermare la vita attraverso la speranza messa in scena da quella ‹‹strategia del desiderio›› che arretra dinanzi al pericolo della nullificazione in prospettiva della vita eterna promessa da Cristo.

Martino Michele Battaglia

San Domenico di Guzmán e la omonima celeste Immagine di Soriano

di Martino Michele Battaglia – La festa di San Domenico rappresenta un vero e proprio evento nell’ambito del mondo cattolico. In Soriano Calabro, alle pendici delle serre vibonesi, il Santo di Caleruega viene festeggiato liturgicamente l’8 agosto come memoria nella Chiesa universale e, con una solenne commemorazione, il 14 e il 15 settembre con la celebre «Calata del Quadro».

Storici e religiosi, filosSANDOMENICOofi e antropologi similmente ai viaggiatori del Grand Tour in Calabria come: Francois Lenormant, George Gissing, Alexander Dumas, Henry Swiniburne, che hanno lasciato molte testimonianze sulla bellezza dei luoghi, le tradizioni religiose, e popolari, da sempre si chiedono qual è il fascino esercitato dalla figura del Gran Guzmano, uomo di Dio, che da Soriano Calabro continua ad operare prodigi attraverso la sua Celeste Immagine.
Domenico di Guzmán, apostolo della fede, è un santo da riscoprire, proprio nella lotta contro le angherie di una globalizzazione selvaggia che impoverisce sempre più i popoli indigenti. Un ottimo esempio da seguire, per vincere il caos della giungla postmoderna di cui l’uomo è ormai vittima inerme.
Padre Humbert Vicaire O. P., grande storico della vita di S. Domenico fa emergere l’uomo vivo, compassionevole ed esigente, operoso e contemplativo, schietto e diplomatico. Il Santo autentico con i suoi drammi e suoi limiti, che nella sua fisionomia adamantina rispecchia la rigorosa coerenza, la capacità intuitiva e la genialità di chi ama la povertà praticando innanzitutto la prima beatitudine evangelica: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»(Matteo 5-3).
Domenico cercò di far luce su tutta la società civile e religiosa in fermento e in piena evoluzione all’inizio del XIII secolo. Tuttavia è noto come ancora oggi, da Soriano, egli illumina il cammino di chi è stanco della civiltà dei consumi, come la definisce anche Zygmunt Bauman, e avverte la necessità di ritornare alla genuinità della vita all’insegna della buona novella. L’attività di San Domenico basata sulla predicazione e sul buon esempio, rappresenta quindi, il modello tipico del cristiano impegnato nella società attuale. Lo storico Will Durant riferisce che Domenico, più austero di Francesco, in un incontro avvenuto tra i due a Roma, «lo riverì come il più santo tra i santi e Francesco lo amò parimenti». Insieme, i due santi ridiedero slancio e nuova linfa vitale alla Chiesa cattolica. L’opera di conversione degli eretici dimostra che Domenico ripudiava apertamente le persecuzioni fisiche del tempo ed era contrario alla caccia alle streghe, convinto del fatto che tutte le anime potevano essere salvate. Non accettava infatti il digiuno esasperato di quegli eretici, che si suicidavano lasciandosi morire di fame, come riporta lo storico Rosario Villari. Il Santo pur digiunando spesso con loro cercava di fargli capire che digiuno non significava affatto suicidio, perché la vita è un dono di Dio. Camminava scalzo, anche se i suoi piedi sanguinavano, col suo vestito bianco e avvolto dal mantello nero, mentre di notte pregava per i peccatori e la salvezza delle anime. In breve, di giorno parlava di Dio e la notte parlava con Dio. Si narra che ancora giovane, durante un periodo di carestia a Palencia, Domenico vendette i suoi preziosi libri, le suppellettili e tutti i suoi averi per dar da mangiare ai poveri. Nel 1206, incontrando i legati papali a Montpellier, l’abate Arnaldo Amaury, Pietro di Castelnau e maestro Raul, li esortò ad abbandonare il lusso, rimproverandoli con la severa eloquenza di un profeta ebraico, inducendoli all’austerità e all’umiltà apostolica. Come gli apostoli, San Domenico desiderava visitare quanto più contrade possibili per annunziare a tutti il Regno di Dio. Tra i suoi desideri vi era certamente anche quello di visitare la Calabria, come riporta lo storico Antonino Barilaro O. P., per poter «conquistare al suo grandioso ideale gli innumerevoli monaci di quella Tebaide dell’Occidente». Prima della missione in Linguadoca del Santo Patriarca, fioriva in Calabria l’abate Gioacchino, di spirito profetico dotato, come scrive l’Alighieri (Paradiso, XII). L’abate calabrese preannunciò l’istituzione di un Ordo Predicatorum che secondo eminenti studiosi si riferisce proprio all’Ordine Domenicano.
Tra i primi seguaci di San Domenico vi era un certo fra Giovanni di Calabria, presente in San Sisto Vecchio a Roma, nel momento in cui il Santo resuscitò il giovane Napoleone Orsini. San Domenico fu, pertanto, in contatto diretto con i monaci calabresi e li ebbe come cooperatori nella missione svolta tra il 1220 e il 1221. Non è inverosimile, allora, che il Santo spagnolo avesse concepito il sogno di venire in Calabria per visitare quegli eremi e quelle laure, dove prosperavano lavoro e preghiera. Sognava di fondare una fucina di apostoli proprio nella nostra amata terra di Calabria. Purtroppo, le immani fatiche del 1220-1221 per evangelizzare l’Italia settentrionale stremarono le sue energie al punto che il 6 agosto del 1221, in Bologna, consegnò lo spirito a Dio, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor. Nello spirito portava con sé in cielo il bel sogno della Calabria. Scrive Antonino Barilaro O.P.: «era il primo Santo che conservava, anche nella visione beatifica, una certa nostalgia della terra, di quella terra». Non a caso, quindi, il dono della Sacra Immagine di San Domenico di Guzmán al convento di Soriano diede vita a un fermento di fede popolare, che portò alla realizzazione di un complesso monumentale tra i più grandi d’Europa. Domenico Taccone-Gallucci riporta al riguardo la seguente scrittura dello storico calabrese Elia Amato: «Magnificentia Sanctuarii Suriani, Religiosorum sanctitate conspicuorum exempla, Sacrae Imaginis adoranda ac tremenda maiestas, exterorum animos consolatione simul ac stupore perfundunt», alla quale aggiunge: «Ed invero la fama del tutto straordinaria per sua diffusione in ogni parte del mondo fin dai primi anni della prodigiosa apparizione del Santo Simulacro, non ad altra cagione dee attribuirsi se non che a quella speciale economia della Provvidenza divina, la quale nel secolo della predominante ed insuperbita Eresia volle che appo i popoli si fosse svegliato un maggior culto verso Colui che fu il Martello di essa».
Per la cronaca, vent’anni dopo l’arrivo del fondatore del Convento, padre Vincenzo da Catanzaro, i frati predicatori ogni notte si ritrovavano in Chiesa per la recita dell’Ufficio Divino, (Liturgia delle Ore›). Nella notte tra il 14 e il 15 di settembre del 1530 verso le 2,30, il frate cooperatore Lorenzo da Grotteria, come di consueto scese per primo on chiesa per adempiere ai preparativi, ed accendere le candele. Grande fu la sua meraviglia, come documentato dal Campitelli, quando vide tre donne di aspetto maestoso. Assalito dai dubbi pensò di aver dimenticato aperta la porta della Chiesa, ma la donna dall’aspetto più maestoso fugò i suoi dubbi avvicinandosi con fare gentile per chiedergli: «Avete in questa chiesa qualche immagine di S. Domenico?». Il frate, confuso, mostrò che vi era soltanto quella dipinta e sbiadita sulla parete. La donna allora gli consegnò un involucro di tela che fra Lorenzo portò immediatamente al superiore. Ascoltato il suggestivo racconto di fra Lorenzo i frati, di fronte allo spiegamento della tela, tramutarono il loro turbamento in stupore, quando videro l’Immagine di San Domenico di Guzmán, passando alla riverenza e corsero in chiesa a controllare se qualche porta fosse rimasta aperta. Ma le donne erano scomparse, nonostante le porte fossero ben serrate. La notte seguente apparve Santa Caterina Vergine e Martire di Alessandria d’Egitto al Superiore dicendogli che le donne della notte precedente erano: la Vergine Santissima, santa Maria Maddalena e lei tessa, protettrici dell’Ordine Domenicano. Scrive il Padre Silvastro Frangipane O.P.: «Una grandissima semplicità di colori riluce un artifizio tanto maestrevole in formar proporzionatamente tutto il corpo, che dimostra manifestamente, che l’industria humana non sarebbe à ciò stata bastevole, e la divina ha impiegata in quella tela molt’arte. Dove in tal modo con la maestà del personaggio, gareggia l’umiltà del sembiante, che non sapresti discernere se si rappresenti quivi, il più maestoso uomo che sia stato sopra la terra, o il più abietto, e dispregiato di se medesimo, che fosse nel mondo: dove in un aspetto serenissimo cagionante a chi lo contempla interno gaudio, e spirituale allegrezza […]tutta l’Immagine altro non rassembra se non artifizio celeste e divino». L’evento fece il giro del mondo al punto che numerosi artisti, in tutta l’Europa, tra cui il Guercino (1591-1666) in quel di Bolzano, interpretarono artisticamente la scena della consegna della sacra Immagine. Oltreoceano il prodigio si propagò soprattutto nell’America Latina. Alcuni storici rilevano che il culto di San Domenico in Soriano ‹‹ratificato da un intervento divino›› si propagò nel mondo, anche grazie al clima ispirato dalla Controriforma, per il modo in cui contrastò l’iconoclastia di molti movimenti protestanti. La motivazione di questo sensazionale avvenimento si spiega perché, oltre ad essere una Tela Acheropita, la sacra Immagine di San Domenico, fin dalla sua apparizione, ha avuto un forte impatto taumaturgico sul popolo cristiano, dispensando grazie e favori a quanti si sono recati a pregare al suo cospetto. Innumerevoli schiere di pellegrini dall’Europa e dal nuovo Mondo, gente di ogni estrazione sociale, giunsero a Soriano per venerare la Santa Immagine. Molti furono i nobili, tra cui il Duca di Nocera, il Conte di Melissa, il Principe della Roccella con la principessa Agata Branciforte, il Duca di Monte Alto e la signora, Donna Olimpia cognata di papa Innocenzo X e il principe di Maida che offrì una lampada d’argento con 300 scudi. Particolare interesse desta inoltre, la devozione dell’Olio della Lampada che arde d’innanzi alla Celeste Immagine, tramite cui il Santo Patriarca operò guarigioni straordinarie. Il fatto assume grande clamore, in quanto gli stessi effetti miracolosi si verificarono spesso con l’Olio di varie lampade accese davanti a semplici riproduzioni del Quadro di San Domenico in Soriano. I celebri Bollandisti riferiscono, di due guarigioni (due donne ammalate di cancro) avvenuti in Belgio, nelle Fiandre e precisamente ad Anversa nel 1632 e nel 1634. Numerose sono le testimonianze di miracoli per opera del santo, attraverso l’Immagine di Soriano, in Italia e persino all’estero: Spagna, Austria, Dalmazia, Germania, Belgio. Nel 1640 Urbano VIII, per gli innumerevoli prodigi, proclamò il Santo di Caleruega patrono del Regno di Napoli, e nel 1654 Innocenzo X stabiliva che la festa principale di San Domenico venisse celebrata, in tutto il Napoletano, come festa di precetto per i prodigi operati da San Domenico in Soriano. Per quanto concerne la storia religiosa di questo lembo di Calabria, va aggiunto, che il Santuario di Soriano è stato illuminato da un altro evento miracoloso legato ad una scultura lignea del Santo spagnolo. La statua in questione di circa un quintale e mezzo, fu scolpita nel 1855 da Giuseppe Antonio Ruffo, dietro commissione di padre Vincenzo Acquarone, all’epoca Priore dei Domenicani di Soriano. Lo scultore sorianese la modellò in un sol blocco di tiglio e raffigura il Santo Patriarca intento a predicare. Questa statua è stata realizzata per sostituire il quadro nelle pubbliche processioni. Dal 4 agosto al 15 settembre, questo simulacro viene da allora esposto ogni anno presso il presbiterio dell’altare maggiore, e portato in processione per le vie del paese. Nel 1870, a causa della soppressione degli ordini religiosi (1866), dei Domenicani a Soriano era rimasto soltanto il padre Tommaso Saráco, ultimo Provinciale di Calabria, presso una famiglia privata, e senza alcuna giurisdizione, con un frate cooperatore, Giovanni Cardile da Villa San Giovanni. Il 14 settembre di quell’anno la statua di San Domenico posizionata presso la balaustra, dal lato dell’ambone, dopo le funzioni serali cominciò ad animarsi. Lo stesso avvenne durante la funzione della «Calata del Quadro». Poco prima di mezzogiorno del 15 settembre del 1870 il pesante simulacro di tiglio di circa 150 chili si mosse ripetutamente, quasi a segnare una croce con tutto il corpo intento a predicare. Una gran folla si riversò in chiesa per assistere al miracolo ed osservare i gesti del simulacro. Lo storico Antonino Barilaro O. P. al riguardo scrive: «La stella, fissata al vertice dell’aureola, emetteva bagliori come se fosse reale, e tutt’attorno irradiava un’insolita luce che vinceva quella del mezzogiorno». Tale prodigio costrinse le autorità, contravvenendo a tutte le precedenti interdizioni, a dare il permesso per la processione con la statua di San Domenico. In quello stesso giorno avvennero diverse guarigioni, infatti, correva voce di alcune strepitose grazie accordate dal Santo in quell’occasione.
Dopo 14 anni, nel 1884, Domenico Ruffo, telegrafista del luogo e parente dello scultore della statua protagonista dell’evento, non avendo creduto all’animazione del simulacro, fu testimone oculare di una nuova animazione del simulacro, dopo un sogno premonitore. Il Ruffo montò sul piedistallo si trovò faccia a faccia con San Domenico. Sbigottito, asciugò le lacrime e persino la schiuma che fuoriusciva dalla bocca del Santo Patriarca col suo fazzoletto. Tale evento lo segnò al punto da fargli cambiare vita. Visse da buon cristiano fino al 29 agosto del 1923. La sua testimonianza assume un valore particolare, poiché il Ruffo era miscredente ed un assiduo frequentatore di massoni e ambienti anticlericali.
San Giovanni Bosco avuta la notizia del miracolo di Soriano, manifestò vivo interesse e, per ben due volte, tra i suoi manoscritti, si troverebbe copia della relazione fattane dalla stampa cattolica del tempo. Padre Michele Fortuna O. P., ritiene che lo stato d’animo di Domenico Ruffo, nettamente ostile ai miracoli, sia il miglior sigillo di autenticità. Molte parrocchie italiane sono intitolate a San Domenico in Soriano, e in Uruguay il primo centro abitato da europei porta il medesimo nome. Si tratta di una colonia creata nel 1564 all’imbocco del Rìo Negro. Nel mese di settembre del 2003, in occasione della festa del Quadro, è giunta in visita a Soriano Calabro proprio una delegazione proveniente da Santo Domingo de Soriano in Uruguay, a testimonianza del fatto che, il cordone ombelicale fra Soriano e altri centri del mondo che si riconoscono nella figura di San Domenico non è mai stato reciso, anzi la memoria e il ricordo sono sempre vivi al punto che si dice da sempre: «il corpo a Bologna e lo spirito a Soriano». Perciò i sorianesi il 15 di settembre si salutano dicendo: «Viva San Domenico».
ref: reggiotv

Forma e linguaggi della ceramica calabrese dal Medioevo al XX Secolo. Convegno sabato 27 giugno a Soriano Calabro e domenica 28 a Seminara

La produzione ceramica artistica e tradizionale calabrese è simbolo della nostra cultura e civiltà ininterrotta fin dall’epoca greca. La produzione locale era inizialmente su modelli di importati dalla Grecia. In epoca magnogreca nel VI° sec. Reggio Calabria fu il maggior centro di produzione di ceramica calcidese considerata la più importante insieme a quella attica. Altri centri minori ricadevano nella colonia calcidese di Rhegion con una produzione ceramico-vascolare figurata di massimo livello. Anche in questo campo il nostro dialetto è intriso di quella cultura: tegola, ciramili da keràmidion; tazza cantàru da kantharos; coppa scifu da skyphos; vaso per fiori grasta dal vocabolo classico gastèr che vuol dire ventre ad indicare la parte panciuta del vaso.
Di epoca romana, fornaci sono state rinvenute in varie località, così come reperti di terracotta e terra sigillata nell’area della necropoli romana a Cosenza attuale corso Mazzini, nel corso della costruzione del palazzo Bilotti nei primi del ‘900. I rapporti commerciali tra l’Urbe Cosenza e Reggio erano favorite con la costruzione della via Popolia iniziata nel 132 a.C dal console Publio Popilio Lenate e completata dal pretore Tito Annio per questo denominata anche Via Annia.

Cassiodoro (primo ministro di Teodorico re dei goti) riservava grande attenzione a quest’arte che riteneva un servizio di pubblica utilità difendendone e regolamentando interessi e diritti. Il periodo arabo in Sicilia importò le forme d’arte orientale, e diffuse anche in Calabria lo stile normanno-musulmano con la tecnica dell’ingobbio e del graffito tipico della produzione bizantina. L’accento islamico fiorì nelle decorazioni zoomorfie fantastiche nell’argilla lavorata a stampo per S Maria di Anglona. Un esempio eccellente è il Bacino in ceramica invetriata al piombo bottega arabo-sicula XII sec nel museo di Reggio Calabria

In epoca aragonese con la smaltatura nasce la maiolica. Si ampia la gamma produttiva: giarre, vozze, gavita, limbe, salaturi, lanceji, sazareji, ecc. a finco ai fajenzari che producevano con smalto stannifero la maiolica, rimanevano i pignatari che realizzavano vasellame ingobbiato di uso più povero. Nascono le piastrelle x le chiese e i palazzi più importanti. Nel 1753 il priore del convento dei carmelitani scalzi di S Teresa in Cosenza commissiona 10.000 rigiole (piastrelle) non stagnate per 200 ducati e altre con fregi maiolicati bianchi.

Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo commissiona vasellame con il suo ritratto, così come i suoi successori e familiari oltre che i più alti dignitari della sua corte. Gerace era talmente attenzionata dalla casa d’Aragona che Ferrante I ne investì il figlio naturale Enrico d’Aragona (1473) poi Ludovico d’Aragona (1478) divenuto cardinale la cedette al fratello Carlo d’Aragona.

La produzione di ceramiche e terrecotte in particolare in Calabria è influenzata dalle altre culture che hanno convissuto con la nostra. Negli ultimi secoli anche la produzione ceramica è stata influenzata dai dettami ecclesiastici. Una della caratteristiche è l’utilizzo di simbolismi e ritualità di ispirazione magica. Ceramica smaltata stemperato col piombo verde ramina (verderame) il giallo ferraccia (dalla ruggine) e poi l’introduzione del bruno manganese rinvenuto sulle colline di San Fili. Tra le maggiori quella di Bisignano documentata già dal 1573. Caratterizzata delle terracotte smaltate è l’ornamento azzurro su un sostrato bianco di carattere popolareggiante da un disegno ritrovato da resti ceramici dell’antica Sibari.

Bisignano, Altomonte, Cariati, Belvedere, San Marco Argentano, Rende e Roseto in Calabria Citra, in Calabria Ultra spicca la creatività di Seminara, accanto alle produzioni di Gerace, Squillace, Nicastro, Soriano. Tecniche di lavorazioni simili ma intrise di caratteristiche peculiari da matrici culturali diverse. Bisignano di grande effetto decorativo colorazione marrone intenso; Altomonte risente di influssi grecoromani caratteristiche forme arrotondate e colorazione chiara con sovraimpressioni a motivi floreali stilizzati reminescenze bizantine. Seminara carattere animistico con soggetti antropomorfi Nicotera gusto apotropaico contro il malocchio.

Gerace ha conservato la tradizione ceramico vascolare greca con forme di grande varietà e finezza. Già dalla fine del XIV sec. Alberico Barbiano da Faenza portò nel suo feudo calabrese fìguli faentini. Nel 500-600 la produzione fù influenzata modelli portati dai feudatari genovesi (De Marinis, Grimaldi, Serra) e ancora di più dai mercanti veneziani che avevano con la Calabria fitte relazioni commerciali. Alcune famiglie veneziane ebbero feudi calabresi tra i quali Cirò, da cui grande smercio del vino in Veneto, Trebisacce ai Corner e Melissa ai Michiel, attuali Miceli di Serradileo.

Le ceramiche antiche calabresi sono conservate in molti musei tra i quali il “Victoria and Albert” e il “British Museum” a Londra, il “Metropolitan” di New York, il museo di “Capodimonte” e “Duca di Martina” a Napoli. Ceramica di uso quotidiano e domestico rimanda al lavoro artigiano l’uso del tornio e del plasmare a mano o stampi l’argilla estratta dalle cave o letti di fiumi. Contenitori e recipienti l’elemento plastico e quello strutturale si adeguano a quello funzionale pratico e la stessa varietà delle forme e alla particolare funzione pratica e la stessa varietà delle forme riconducibili alla particolare funzione pratica cui assolvevano per conservare trasportare. Come gli altri prodotti erano destinati al circuito del mercato locale e delle fiere.

Caratteristiche della decorazione ceramica popolare calabrese

Ceramiche macchiata con decorazione a chiazze risale probabilmente ad un mero caso o incidente di origine medioevale e una tecnica semplice dove venivano impiegati anche i bambini con rametti di timo. Recipienti da dispensa con decori di semplici strisce colorate verticali od orizzontali, decorazioni dove i colori confluiscono gli uni negli altri simboli vegetali o motivi floreali. I numerosi simboli vegetali spesso diventano dei veri e propri alberi della vita. Questo motivo, di forma più o meno astratta, ricorre su recipienti dagli usi più svariati. I fiaschi in terracotta grezza, smaltati soltanto sul becco, venivano portati nei campi per la loro caratteristica di mantenere fresca l’acqua. Le bottiglie dai colori e dalle sfumature più svariate erano usate come contenitori per acqua, olio o vino.

Due figure: esecutori vasaio e figulinaio, ciascuno dei quali correlato alle due tecniche di forgiatura dell’argilla quella del tornio e dello stampo. Preparazione delle terre per decorazioni a pennello miscele chimiche per l’invetriatura e la smaltatura. Semplicità speciale relazion tra funzione e creazione libera. Oggetti che nascono da un animo ingenuo che può essere acquisito attraverso una presa di coscienza e difficilmente in una scuola (Kleist – Uber das Marionettentheater). Dalla spontaneità, libera creatività del ceramista anche nel realizzare un oggetto di uso quotidiano nasce la forza espressiva di questi oggetti umili ottenuti con mezzi minimi.

Anche le condizioni contribuiscono al carattere gli antichi forni a legna usatifino intorno al 1960 la temperatura non era facilmente controllabile, se la temperatura era troppo alta i colori dello smalto fondevano troppo creando quell’effetto che caratterizza e contribuisce al fascino di queste terracotte. Decori semplici ma pieni di variazioni seguendo una naturalezza sbiega o sghemba incurante di qualsiasi regola che attingono a un bagaglio formale di tradizione classica. Il meandro è un elemento ricorrente come la palmetta e la fascia di ovuli. Gli influssi su questa ceramica vanno ricercati non solo nell’antichità classica ma anche nella cultura araba, spagnola.

Le pennellate minimali che evocano una pianta o le semplici linee ondulate che simboleggiano raggi di sole o intrecci di vegetazione o fiori stampigliati sono forse riconducibili ai tentativi primitivi di fermare ed esorcizzare il mondo circostante con una pulsione verso l’astrattismo (Caroline Kesser – Keramik aus Suditalien, Kalabrien, Apulien, Basilikata, Kampanien). Questi oggetti con la loro limpida espressività, ci fanno intendere che erano parte di un mondo ove fatica e felicità, semplicità ed amore del bello si fondevano in un’unitaria ed armonica percezione del mondo dandoci particolare visione della produzione fittile locale.

fonte: lavocedellacalabria

Programma

27 giugno 2015

Soriano Calabro, Biblioteca Calabrese

Ore 10:30

Introduce Marco Ricci

-Pietro Riavez, Ceramica di probabile produzione ionico-calabrese nel mediterraneo Orientale alla fine del XIII secolo.

– Giorgio Di Gangi, Chiara Maria Lebole, Alcune considerazioni sulla ceramica ingobbiata tra Ionio e Tirreno nella Calabria medievale

– Francesca Sogliani, Testimonianze ceramiche di età medievale dal castello di Arena.

– Eugenio Donato, La ceramica medievale dal castello di Pietramala.

Comunicazione preliminare.

ore 13:30

Buffet

ore 14:30

-Margherita Corrado, Maria Immacolata Dunia, Produzioni Tardo-medievali e post medievali di ingobbiate sotto vetrina nel Crotonese

-Rossella Agostino, Annamaria Villari, Gerace. Nuove Acquisizioni dal Borgo e della Chiesa di San Giovannello.

– Monica De Marco, I “vasi di terra” di Soriano Alto e di Gerocarne

Ore 16:00

Visita ai laboratori e alle fornaci di Gerocarne

28 giugno 2015

Seminara, Casa del Pellegrino

Ore 10:30

– Marilisa Morrone, Ceramiche post-medievali da Santa Severina e da Roccella Jonica: note preliminari.

– Antonio Governale, Precisazioni sulla maiolica di Gerace

– Monica De Marco, Per un censimento dei centri di produzione ceramica in Calabria.

– Giorgio Napolitano, Il Novecento in Calabria: i modelli “aulici” della ceramica seminarese del XX secolo

– Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, La collezione Bilotti- Miceli musealizzata a Rende

Ore 13:30

Buffett

Ore 14:30

– Comunicazioni

Ore 16:00

Visita ai laboratori e alle fornaci di Seminara

scarica programma: 

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Museo MuMar

Museo dei Marmi - MuMar
interno Museo dei Marmi – MuMar

Il Museo civico dei Marmi (MuMar) nasce dall’idea di riunire le opere superstiti del terribile terremoto del 1783 con l’intento di garantirne un discorso organico e cronologico. La bellezza e la ricchezza artistica del MuMar derivano dall’eccezionale connubio tra il luogo in cui si sviluppavano refettorio e cucina, all’interno di uno dei chiostri dell’antico convento, con il materiale lapideo conservato, solo marmi, di quelli che sono stati gli impianti decorativi che hanno arricchito l’antica chiesa. La struttura museale è divisa in diverse sezioni ciascuna delle quali ospita brani scultorei tematici, accuratamente restaurati. Di particolare pregio la Testa di Santa Caterina da Siena, in marmo di Carrara, è attribuita quasi sicuramente alla mano di Gian Lorenzo Bernini. Per visite, rivolgersi agli uffici comunali

interno Museo dei Marmi - MuMar
interno Museo dei Marmi – MuMar
interno Museo dei Marmi - MuMar
interno Museo dei Marmi – MuMar

Biblioteca Calabrese

Biblioteca CalabreseLa Biblioteca Calabrese, completamente restaurata, fa da cornice alla piazza principale di Soriano, ha sede nell’elegante immobile, chiamato “Palazzetto della Cultura”, costruito agli inizi del ‘900 in stile Liberty, i libri sono ospitati in ampie e luminose sale che si affacciano sulla verdeggiante valle del Mesima. Certo, sono passati un po’ di anni da quando iniziarono ad allinearsi negli scaffali vuoti i primi tomi, oggi, il patrimonio librario riunito, restaurato e conservato, ammonta a circa 34.000 volumi.
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