Un borgo del sud nel Giubileo domenicano a Bologna. Soriano Calabro il paese di San Domenico tra solitudine e speranza

di Vito Barresi

Tra nord e sud, la fede dopo la pandemia cerca un suo difficile risveglio. Ma lo smarrimento è grande. Fino al limite di una confusione che è un magma vissuto dal vero, nel vivo e sofferente reale. Simile a un contrasto, persino uno stridore tra inappagato bisogno del sacro cresciuto a dismisura nei giorni e nei mesi del distanziamento e una sete di spiritualità più autentica.

Il sipario in grande stile ecclesiastico ed ecumenico si è già aperto sul teatro della Basilica Patriarcale di San Domenico in Bologna. Ma ovunque c’è tanta trepidante attesa, anche qui nel Mezzogiorno della antica fede, giù nel romito luogo di una Calabria che aspetta un segno di attenzione, se non di benedizione, specie per gli angoli più lontani e meno in vista del Giubileo di San Domenico quest’anno.

Attesa diversa ma intensa. Forse immaginata ma non vaga, di feste e celebrazioni in magna parscalendarizzate quasi interamente nel capoluogo emiliano dove ha sede la casa madre di un ordine religioso diffuso in ogni nazione della terra. Anno giubilare anno di ‘grazia plena’ che “la santità aiuta sempre la santità”, aspettando l’arrivo di Papa Francesco sotto le torri del nobile Asinelli, il 24 maggio che verrà.

Una domenica in gennaio a S.Domenico, non come le altre, giorno dell’Epifania, quando alcuni audaci senza verbo in tasca, richiamati alla chetichella nel meriggio, si ritrovano ad ascoltare chi dal rostro di un altare autorevole, tra stanze di fede in case nobiliari e cappelle gentilizie decorate alla preghiera, ricorda ai presenti che un giubileo “non è una rapida successione di incontri, ma soprattutto è un itinerario spirituale”. 

Giubileo che porta anche Soriano nel profondo e lontano Sud delle Calabrie antiche. Correva l’anno 1510 quando Fra Vincenzo da Catanzaro, un domenicano di vita pia ed austera, su ispirazione del Santo Padre Domenico, come ci tramandano le antiche cronache, arrivò in questo scorcio di bosco e di collina per fondarvi un convento. 

Adesso c’è ancora la chiesa delle origini, con i cambiamenti edilizi del moderno, ma il fermento vitale di un tempo è offuscato da anni di sradicamento dal territorio, l’emigrazione di ceppi interi di generazioni contadine locali, verso il mondo delle città, altrove. I domenicani a Soriano Calabro sono in mezzo una ruga di vecchiaia in cui si cerca come nelle valle della vita una goccia di giovane rugiada.

Raccontano le cronache che al piccolo cenobio di frati nel 1530, nella notte tra il 14 e il 15 settembre, apparve la Madonna, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina d’Alessandria vergine e martire. Toccò a fra Lorenzo da Grotteria ricevere da queste ‘visioni’, in solenne e soffusa consegna, una tela rappresentante San Domenico, con il libro nella mano destra e con il giglio nella mano sinistra, perché la portasse al superiore per esporla alla venerazione dei fedeli, suscitando tanta inattesa devozione verso la Celeste Immagine di San Domenico in Soriano.

Giubileo domenicano a 800 anni dalla morte del fondatore dei Predicatori, Dies Natalis, a Bologna 6 agosto 1221 San Domenico. Il Comitato per il Giubileo ha in progetto di ripercorrere con un pellegrinaggio l’ultimo viaggio di San Domenico, avvenuto tra febbraio-aprile del 1221, da Roma a Bologna. Poi l’appuntamento, dal 22 al 25 settembre, al Convegno internazionale “Domenico e Bologna. Genesi e sviluppo dell’Ordine dei Predicatori”.

C’è il monsignore Arcivescovo di Bologna al microfono, il Cardinal Zuppi appena uscito dal brutto contagio che, lasciandosi indietro il Portico dei Servi, ora provato ma risanato dall’epidemia, fa vibrare la sua voce tra la navata principale e quelle cappelle che sembrano chiese collaterali, con i loro riflessi del strada che corrono intorno, conferendo alla Basilica Patriarcale di San Domenico, dove riposano le spoglie mortali del Santo, il sapore affettuoso d’immensa sagrestia.

Per Mons. Zuppi “san Domenico predicava il Vangelo rendendolo attraente e comprensibile, non condannando, come spesso avviene dalle postazioni sempre affollate dei profeti di sventura, quelli che non imparano dalla storia e sanno vedere solo nemici, rovine e guai e non opportunità, sfide, enormi campi che già biondeggiano. “Armati con la preghiera, non con la spada! Vestiti di umiltà, non di abiti eleganti!”, raccomandava il santo.”

Quella dei domenicani è una storia di lunga, lunghissima durata, plurisecolare, ormai quasi millenaria che comincia nel 1216 quando Onorio III conferma l’ordine dei Predicatori, noto come Domenicano, già in quell’anno presente in molti Paesi europei e diviso in province. 

“San Domenico – continua l’Arcivescovo – ci insegna a vestire l’abito della festa, perché quella tavola è gioia, pienezza. “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone “Senza difficoltà appena lo conoscevano, tutti cominciavano a volergli bene”. “La sua figura brillava di uno splendore dolce ed amabile, non per questo era meno rispettato, anzi si cattivava assai facilmente il cuore di tutti, e bastava guardarlo per sentirsi attratti verso di lui. Fosse in viaggio co’ suoi compagni o fosse in casa d’altri, fosse coi grandi, coi principi, coi prelati, dappertutto dov’egli si trovava abbondava in discorsi ed in esempi che inducessero le anime al disprezzo del mondo ed all’amore di Dio; omo evangelico sempre colla parola e coi fatti”. Ecco come si apparecchia la tavola e come saperne godere e saperla rendere attraente!”

I monaci con tunica bianca vivevano in comune, studiavano e viaggiavano proprio nel tempo in cui sorgeva l’inquisizione, istituita da Gregorio IX nel 1234 e affidata ai Domenicani e Francescani. Ma il marchio dell’intolleranza restò appiccicato sul saio di quest’ultimi.

Laggiù nel meridione, il culto e la devozione popolare esigono preghiera, penitenza e unzione, attingendo nell’olio della lampada che, giorno e notte, arde dinanzi al “Quadro” della Celeste Immagine di San Domenico in Soriano.

Non ci sono più precisi punti di riferimento per ritrovare il centro personale e collettivo di un’interiorità più diretta e calda, quella che ha il sapore della parola nel gelo umano della secolarizzazione, nel deserto scristianizzato della vita di un tempo.

A Soriano Calabro, diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, comune famoso per i dolci al miele,rinomato distretto artigianale dei ‘mostaccioli’calabresi, i fedeli che alla domenica vanno in Chiesa contano stancamente i giorni cercando la forza per non venir meno alla presenza di un rito che si fa sempre più muto, silente, atono.

In mezzo a questi immensi sentieri della solitudine meridiana si fa strada un desiderio nuovo ma incerto, fragile e impaurito somigliante a quel è stato già scritto dalle inchieste sociologiche: una ricerca molto spesso vana di religione reale, divina e in carne, sospesa nel vuoto di un’eclissi di valori, nell’attesa di un impossibile eterno ritorno alla gioia di vivere la comunità.

Aspettano una nuova primavera che dovrebbe annunciarsi nella ‘nuvola’ pulita dell’imminente arrivo dell’aria stagionale, rassegnazione, dolore, mestizia quanto dureranno ancora? Al prossimo notiziario di qualche strambo Meteo Religione,l’annunciatrice riporterà avvisi di nubifragi o variabilità del cielo. Chissà… oppure, finalmente, bel tempo in Chiesa Madre tra la nostra casa, la pieve e il campanile.

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